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La vera frattura del presente non è tra umanesimo e tecnologia, ma tra una cultura che include il funzionamento e una cultura che lo rimuove. La seconda produce utenti. La prima produce cittadini del mondo tecnico. E questa, oggi, non è una scelta teorica. È una responsabilità culturale.


C’è un passaggio nel pensiero di Gilbert Simondon che continua a tornarmi addosso con una forza quasi imbarazzante: l’idea che l’alienazione moderna non nasca dall’eccesso di tecnica, ma dal modo in cui la tecnica è stata espulsa dalla cultura. Non perché le macchine siano diventate troppo potenti, ma perché abbiamo smesso di considerare il loro funzionamento un fatto culturale degno di essere pensato, raccontato, discusso.

l’oggetto tecnico non è una cosa neutra, né un semplice strumento

Simondon non si colloca nella tradizione di chi denuncia la tecnologia come minaccia per l’umano. Al contrario, è uno dei pochi filosofi che la prende sul serio, senza paura e senza feticismo. Il suo gesto teorico è netto: l’oggetto tecnico non è una cosa neutra, né un semplice strumento. È un essere in divenire, portatore di una logica interna, di una storia, di una genealogia.

Ogni macchina evolve, si concretizza, integra funzioni, stabilizza soluzioni. La tecnica non è arbitraria: ha una razionalità propria, una coerenza che può essere compresa. Il problema, per Simondon, è che questa razionalità è diventata culturalmente invisibile.

La modernità ha costruito una frattura profonda tra chi progetta e chi usa, tra chi comprende e chi opera, tra chi decide e chi tocca. Non si tratta solo di divisione del lavoro, ma di una vera e propria alienazione cognitiva. L’oggetto tecnico, separato dalla sua spiegazione, diventa opaco. Quando non lo si capisce più, lo si percepisce come magia o come minaccia. In entrambi i casi, smette di essere pensabile. Questa rimozione della tecnica dalla cultura non è stata inizialmente un errore.

Per secoli la cultura classica, umanistica, filosofica, ha potuto parlare di senso, di verità, di conoscenza senza interrogare in modo sistematico il funzionamento degli strumenti. Il mondo tecnico era ancora leggibile, inscritto nella scala umana, narrabile attraverso l’esperienza diretta. Tra gesto e causa c’era continuità, tra azione e spiegazione prossimità. In quel contesto, l’esclusione della tecnica non era una cecità, ma una scelta coerente.

Quel mondo, però, non esiste più.

Oggi le condizioni materiali dell’esperienza sono tecniche. La percezione, la memoria, l’azione, la decisione sono mediate da sistemi complessi, algoritmi, infrastrutture invisibili. Il reale non ci arriva più in modo diretto, ma filtrato da apparati che selezionano, ottimizzano, decidono.

Continuare a parlare di etica, di soggetto, di libertà o di conoscenza ignorando come funzionano questi sistemi non è più una posizione neutra. È una rimozione. Non perché la cultura classica sia diventata falsa, ma perché è diventata insufficiente.

Viviamo in un mondo progettato per essere usabile senza essere comprensibile.

Un umanesimo che non include il funzionamento della tecnica su cui poggia rischia di trasformarsi in una sovrastruttura simbolica elegante, ma disallineata. Continua a produrre discorso, ma perde presa sulle condizioni reali dell’azione. Parla di responsabilità senza conoscere i dispositivi che distribuiscono le decisioni. Invoca il senso senza interrogare le architetture che lo rendono possibile. Non è un problema morale: è uno scarto storico. In questo scarto si inserisce una figura nuova, ormai dominante: l’utente permanente.

Viviamo in un mondo progettato per essere usabile senza essere comprensibile. L’incapsulamento tecnologico non è un effetto collaterale, ma un obiettivo esplicito. Più un sistema è efficiente, più deve essere fluido; più è fluido, meno deve essere interrogabile. Capire rallenta. Domandare introduce attrito. L’opacità accelera. Il risultato è una competenza mutila. Siamo estremamente capaci nell’uso, ma progressivamente estranei al funzionamento. Operativi, ma non fondativi.

Secondo Simondon, è qui che l’alienazione diventa sistemica: non perché usiamo le macchine, ma perché non abbiamo più un linguaggio per parlarne in termini di funzionamento. E ciò che non è dicibile non è criticabile. Ciò che non è criticabile non è trasformabile. È su questo punto che il mio pensiero prende posizione. Io non contesto la tecnica. Contesto una cultura che accetta l’uso come orizzonte massimo.

Usare non è capire. Usare non è scegliere. Usare non è decidere. Usare è adattarsi a qualcosa che è già stato pensato da altri. Quando il funzionamento è delegato, anche il pensiero lo è. Da qui nasce una contraddizione che attraversa il nostro tempo: discutiamo di metafisica ignorando gli oggetti più concreti che abbiamo in mano; parliamo di conoscenza senza conoscere i dispositivi che la mediano; invochiamo l’etica senza comprendere l’architettura dei sistemi che producono effetti morali prima ancora che intenzioni. Questo non è pensiero profondo. È pensiero disallineato.

Chiedere una cultura del funzionamento non significa invocare il tecnicismo, né ridurre il mondo a calcolo, né trasformare tutti in specialisti. Significa riconoscere che ogni oggetto che funziona incorpora una visione del mondo, che ogni sistema che ottimizza incorpora una gerarchia di valori, che ogni infrastruttura distribuisce potere. Capire come funziona qualcosa non significa dominarlo, ma poterlo discutere. Poter dire dove accelera e cosa sacrifica, chi include e chi esclude, quali possibilità apre e quali chiude. Senza questa comprensione, l’etica resta retorica. La critica resta decorativa. La libertà diventa un concetto sganciato dalle sue condizioni materiali.

Simondon, in questo senso, non chiedeva di rallentare la tecnica. Chiedeva di ricucire il legame tra umano e funzionamento. La sua era una proposta culturale, non nostalgica: includere la tecnica nel pensiero, rendere il funzionamento narrabile, restituire all’umano una posizione attiva nel mondo che costruisce.

Oggi, nell’epoca degli algoritmi opachi e dei sistemi auto-adattivi, questa richiesta appare persino più urgente di quando è stata formulata. Un mondo che funziona ma non è comprensibile non è neutro. È politicamente instabile. Produce adattamento, non partecipazione. Efficienza, non responsabilità. Per questo torno sempre a quella convinzione iniziale, semplice e non negoziabile: non si può pensare seriamente il mondo ignorando come funziona. Non perché la tecnica sia tutto, ma perché oggi decide troppo per essere lasciata fuori dal pensiero.

La vera frattura del presente non è tra umanesimo e tecnologia, ma tra una cultura che include il funzionamento e una cultura che lo rimuove. La seconda produce utenti. La prima produce cittadini del mondo tecnico. E questa, oggi, non è una scelta teorica. È una responsabilità culturale.


Pubblicato il 20 gennaio 2026

Frida Riolo

Frida Riolo / Strategic Innovator | Design Thinking |