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Accendere il televisore. Bastano pochi minuti per constatare la catastrofe: flusso ininterrotto di produzione hollywoodiana, serialità ossessiva, format replicati all'infinito. L'industria culturale statunitense ha conquistato il pianeta senza sparare un colpo, ha occupato le menti prima ancora dei territori, ha colonizzato i desideri con la stessa sistematicità con cui i suoi predecessori europei colonizzavano continenti.

Quando Frantz Fanon pubblica Pelle nera, maschere bianche nel 1952, descrive i meccanismi psicologici del colonialismo francese nelle Antille. Lo psichiatra martinicano analizza come il dominio penetri la psiche del colonizzato fino a fargli desiderare l'identità del colonizzatore. Il soggetto dominato indossa una "maschera bianca" per ottenere riconoscimento, rinuncia alla propria autenticità nella speranza di essere accettato. Settant'anni dopo la diagnosi rimane valida. La maschera ha semplicemente cambiato colore: si è americanizzata.


"Guarda, un negro!" L'esclamazione del bambino francese, narrata da Fanon, dissolve in un istante ogni faticosa costruzione identitaria. Lo sguardo altrui riduce il soggetto alla sua esteriorità razzializzata. Oggi quello stesso bambino assorbirebbe davanti allo schermo le rappresentazioni che Hollywood propina del nero: delinquente da redimere, atleta da ammirare, intrattenitore da consumare. L'epidermizzazione dell'inferiorità si è trasformata in spettacolo quotidiano.

Il colonialismo francese imponeva il francese come lingua della civiltà, degradava il creolo a dialetto incapace di pensiero astratto. L'impero americano procede con maggiore astuzia. L'inglese si diffonde attraverso cinema, televisione, musica, piattaforme digitali. Milioni di adolescenti in ogni angolo del pianeta sognano secondo grammatiche elaborate a Los Angeles, articolano desideri secondo sintassi hollywoodiane, immaginano futuri preconfezionati dall'industria dell'intrattenimento californiana.

Theodor Adorno e Max Horkheimer compresero precocemente, scrivendo la Dialettica dell'illuminismo nel 1944, come l'industria culturale americana standardizzasse il pensiero mascherando l'uniformità dietro l'apparenza della varietà. Ogni produzione sembra diversa dalla precedente, ogni serie promette originalità. La struttura narrativa rimane identica. I valori trasmessi sono invariabilmente gli stessi. L'orizzonte immaginativo resta rigidamente delimitato. Libertà individuale ridotta a consumo. Felicità equiparata ad accumulo. Successo misurato in termini di affermazione competitiva. Il catechismo americano si ripete ossessivamente sotto infinite mascherature superficiali.

Gayatri Spivak definisce "violenza epistemica" l'imposizione di categorie cognitive che escludono a priori altre forme di sapere. Gli Stati Uniti hanno perfezionato tale violenza rendendola desiderabile, trasformandola in oggetto di aspirazione universale. Le culture locali vengono relegate a folklore pittoresco, le lingue indigene appaiono inadeguate alla modernità, i saperi tradizionali sembrano arretrati. Il giovane africano davanti allo schermo interiorizza una gerarchia dove Lagos occupa la periferia sporca e Manhattan il centro luminoso del mondo, dove parlare yoruba segna l'arretratezza e parlare inglese certifica l'emancipazione.

Edward Said ha mostrato in Orientalismo come l'Occidente costruisse la propria identità attraverso la produzione discorsiva dell'Oriente quale alterità radicale: esotico, irrazionale, despota. Hollywood ha ereditato e globalizzato il dispositivo. Il mondo intero viene orientalizzato, reso esotico, trasformato in sfondo pittoresco per narrazioni i cui protagonisti rimangono invariabilmente americani. Il salvatore bianco che redime popolazioni incapaci di autodeterminarsi costituisce archetipo narrativo ricorrente, dall'Africa alla Cina, dall'America Latina al Medio Oriente.

La maschera bianca assume oggi forma di merci occidentali, simboli di appartenenza impossibile, simulacri di modernità che promettono inclusione salvo mantenere rigide gerarchie. Il ragazzo delle favelas brasiliane che indossa prodotti contraffatti dell'industria americana crede di avvicinarsi al modello dominante, ignora di perpetuare la propria subalternità, conferma attraverso la contraffazione stessa la propria esclusione dall'autenticità. Lo "sbiancamento" che Fanon analizzava nelle Antille si riproduce come americanizzazione planetaria: abbandono dei riferimenti culturali propri, adozione di quelli dell'impero, vergogna delle tradizioni locali, abbraccio di quelle egemoniche.

L'egemonia statunitense realizza il paradosso del colonialismo senza colonie formali. L'occupazione militare diretta rimane eccezione. Iraq e Afghanistan hanno dimostrato i limiti della strategia tradizionale. L'occupazione culturale procede invece ininterrotta, capillare, totalitaria. Democrazia esportata attraverso bombardamenti e catene di ristorazione. Libertà veicolata mediante droni e fiction televisive. Diritti umani accompagnati da marines e multinazionali. Il danno supera qualsiasi occupazione coloniale tradizionale: colonizza il desiderio stesso, plasma l'orizzonte del possibile, determina i criteri attraverso cui i soggetti giudicano se stessi.

Donald Trump rappresenta la sintesi perfetta dell'impero americano nella sua forma più sguaiata. Miliardario volgare che trasforma la presidenza in reality show, magnate immobiliare che governa come amministratore delegato, populista che incita folle con slogan pubblicitari. "Make America Great Again" condensa l'ideologia imperiale: l'America possiede diritto naturale alla grandezza, il resto del mondo esiste come sfondo della sua gloria. Trump personifica il degrado morale dell'impero, la brutalità del capitalismo senza neppure la patina civilizzatrice dei predecessori. Prima di lui, figure altrettanto deleterie: George W. Bush che inventa armi di distruzione di massa inesistenti per giustificare invasioni, Barack Obama che continua le guerre cambiando soltanto la retorica, Bill Clinton che bombarda la Serbia mentre intrattiene stagiste nello Studio Ovale, Ronald Reagan che finanzia squadroni della morte in America Latina. Volti diversi della medesima violenza imperiale.

Antonio Gramsci elaborò il concetto di "egemonia" per descrivere come il dominio borghese si eserciti attraverso il consenso ottenuto mediante il controllo delle istituzioni culturali. Gli Stati Uniti hanno globalizzato il meccanismo. Hollywood costituisce fabbrica di consenso planetario, produce quotidianamente l'ideologia dell'impero presentandola come entertainment neutrale, divertimento privo di implicazioni politiche. Lo spettatore assorbe passivamente una visione del mondo dove l'America rappresenta il bene, la libertà, la modernità, mentre tutto ciò che devia appare arretrato, oppressivo, bisognoso di intervento civilizzatore.

Fanon descriveva il "complesso di dipendenza" sviluppato dal colonizzato: ricerca ossessiva del riconoscimento del colonizzatore, orientamento di ogni azione secondo lo sguardo bianco, misurazione di ogni realizzazione secondo l'approvazione occidentale. Le élite africane formate nelle università francesi governavano secondo categorie elaborate in Europa. Oggi le élite globali governano secondo ricette elaborate a Washington, studiano nelle business school americane, citano guru manageriali californiani, misurano il successo secondo parametri stabiliti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, istituzioni che traducono in tecnicismi economici l'interesse strategico americano.

La lingua costituisce terreno privilegiato della colonizzazione contemporanea. L'inglese si impone come lingua franca planetaria attraverso meccanismi che trascendono la mera utilità comunicativa. Diventa lingua del prestigio, del successo, della modernità. Le università misurano la propria eccellenza in base alle pubblicazioni in riviste anglofone. Gli intellettuali periferici scrivono in inglese per raggiungere audience globali, rinunciano alle lingue madri, le impoveriscono, le condannano alla marginalità. Il pensiero stesso si plasma secondo le strutture sintattiche e le categorie concettuali della lingua inglese, perde sfumature, possibilità espressive, modalità di articolazione del reale che altre lingue rendono disponibili.

Pier Paolo Pasolini denunciò negli anni Settanta l'omologazione culturale operata dal consumismo, la scomparsa delle culture popolari sotto l'ondata uniformante della televisione commerciale. Quello che Pasolini osservava in Italia costituiva manifestazione locale di un processo globale orchestrato dall'impero americano. Le culture locali vengono folklorizzate, trasformate in attrazioni turistiche, svuotate di contenuto vitale. Sopravvivono come simulacri estetizzati, spettacoli per turisti, prodotti da consumare anziché forme di vita da abitare.

Achille Mbembe ha sviluppato il concetto di "necropolitica" per descrivere le forme contemporanee di gestione coloniale della vita e della morte. L'impero americano esercita un potere necropolitico globale: decide quali popolazioni meritano protezione e quali possono essere sacrificate, quali vite contano e quali rimangono insignificanti, quali morti meritano lutto pubblico e quali passano inosservate. Un attentato a Parigi monopolizza l'attenzione mediatica globale per settimane. Una strage in Nigeria scompare dai notiziari nel giro di ore. La gerarchia delle vite riflette la gerarchia imperiale.

La resistenza rimane possibile. I movimenti decoloniali latinoamericani rivendicano epistemologie indigene, contestano l'universalismo occidentale che maschera il particolarismo americano. L'Africa costruisce narrazioni alternative attraverso l'industria cinematografica nigeriana. L'Asia sviluppa potenze cinematografiche autonome, dalla Corea del Sud all'India. L'egemonia hollywoodiana persiste, pervasiva e onnipresente, eppure crepe appaiono nella facciata dell'impero culturale.

Frantz Fanon concludeva rivendicando un'umanità liberata dalla logica razziale. Oggi occorre rivendicare un'umanità liberata dalla logica imperiale americana, dai suoi immaginari prefabbricati, dalle sue merci culturali standardizzate, dai suoi criteri epistemici presentati come universali. Occorre riconquistare il diritto di pensare altrimenti, di desiderare secondo modalità non plasmate da Hollywood, di immaginare futuri non scritti a Los Angeles, di articolare saperi secondo tradizioni intellettuali autonome.

Spegnere il televisore costituisce il primo gesto. La decolonizzazione dell'immaginario richiede sforzi collettivi, politiche culturali consapevoli, investimenti in produzioni locali, protezione delle lingue minoritarie, valorizzazione delle epistemologie non occidentali. Richiede la costruzione paziente di spazi pubblici dove circolino narrazioni alternative, dove proliferino visioni del mondo molteplici, dove l'universale si costruisca attraverso il dialogo tra particolari.

La maschera americana può essere tolta. Riconoscerla come maschera, denunciarne l'artificialità, rifiutare la naturalizzazione dell'egemonia: questi i primi passi. Fanon insegnò che la liberazione passa attraverso la presa di coscienza dell'alienazione. Prendere coscienza oggi significa riconoscere l'impero culturale americano per quello che è: l'ultimo avatar del colonialismo, tanto più pericoloso quanto più seduttivo.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 11 gennaio 2026

Calogero (Kàlos) Bonasia

Calogero (Kàlos) Bonasia / etiam capillus unus habet umbram suam

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