Questa mattina, al risveglio, ho avvertito la netta sensazione di non trovarmi interamente qui. O meglio: di esservi soltanto in parte, come se la mia presenza oscillasse tra il materasso e il soffitto, tra il ricordo del sogno appena dissolto e l'urgenza del giorno che già premeva alla finestra.
Mi sono domandato: dove va il sé quando cessa di pensare se stesso? Quando non lo osservo, quando non lo nomino, quando non lo convoco con quella ostinazione quasi infantile che ci fa dire "penso", "voglio", "soffro" — dove si nasconde questa entità tanto ingombrante quanto evanescente?
Ho fatto colazione osservando le briciole cadere sul tavolo. Ciascuna briciola, un frammento. Ciascun frammento, traccia di una relazione: il grano seminato, la mano che ha impastato, il forno che ha trasformato. Il pane che mangio costituisce la somma dei gesti altrui, di elementi incontratisi secondo leggi che mi precedono e mi trascendono. E io, allora? Sono forse meno composito del pane?
La verità consiste nel fatto che siamo costituiti da ciò che ci attraversa.
La verità — e questo mi colpisce con la quieta forza delle evidenze improvvise — consiste nel fatto che siamo costituiti da ciò che ci attraversa. Siamo il punto di intersezione di infinite linee provenienti da lontano e che proseguono oltre noi. Siamo luoghi d'incontro temporanei in una rete di relazioni esistita prima di noi e destinata a continuare dopo. Paul Ricœur, nella sua indagine sull'identità narrativa, ha mostrato come il sé si costituisca precisamente attraverso questo intreccio di relazioni: non come sostanza isolata, ma come nodo in una trama che ci precede e ci oltrepassa.
Riflettevo su questo mentre camminavo verso il centro. Le persone che incrociavo mi apparivano tutte necessarie, come se ciascuna portasse con sé un frammento della mia possibilità di esistere. Il fornaio che aveva cotto il pane, il tipografo che aveva composto il giornale, l'operaio che aveva lastricato la strada sotto i miei passi. Senza di loro, letteralmente, non sarei qui. Non in questo modo, non con questi pensieri, non su questo marciapiede.
L'identità narrativa si costruisce attraverso l'integrazione dell'eterogeneo: eventi, gesti, incontri che si ricompongono in un intreccio temporale che dà senso all'esperienza.
Ho avvertito allora quanto illusoria — e al tempo stesso quanto potente — sia l'idea di essere un individuo separato. Quel sé che porto in giro come un bagaglio ingombrante, quel sé che si lamenta, che rivendica, che chiede "perché proprio a me?", costituisce in realtà una finzione necessaria, un espediente linguistico che ci consente di orientarci nel flusso dell'esperienza. Ma rappresenta soltanto questo: un punto di vista provvisorio, non una sostanza. Ciò che Ricœur definisce identità-ipse, distinta dall'identità-idem: non la permanenza immutabile di un carattere, ma la capacità di mantenersi nella promessa, nel racconto che si dipana nel tempo.
Mi sono seduto al caffè e ho ordinato un espresso. Mentre lo bevevo, ho pensato alla catena prodigiosa che aveva reso possibile quel momento: le piantagioni lontane, il lavoro di raccolta, il viaggio attraverso gli oceani, la tostatura, la macinatura, la macchina che lo aveva estratto. E dietro tutto questo, secoli di conoscenze accumulate, di scoperte condivise, di tecniche affinate. Nulla di ciò che esperisco appartiene semplicemente a me. L'identità narrativa, ci insegna Ricœur, si costruisce proprio attraverso questa integrazione dell'eterogeneo: eventi, gesti, incontri che si ricompongono in un intreccio temporale che dà senso all'esperienza.
Eppure — ed è qui il paradosso — questa dissoluzione del sé non comporta la scomparsa della responsabilità. Al contrario. Se tutto è interconnesso, se ogni mia azione si propaga come un'onda invisibile nel tessuto della realtà, allora ogni parola, ogni gesto, ogni intenzione acquisisce un peso immenso. Non posso più nascondermi dietro la scusa dell'insignificanza. Sono responsabile non malgrado la mia piccolezza, ma precisamente in virtù di essa: perché quella piccolezza è parte di un tutto che la comprende e la oltrepassa. È la promessa mantenuta di cui parla Ricœur: quella capacità di rimanere fedeli a sé stessi non come sostanza immutabile, ma come coerenza narrativa che attraversa il tempo.
Se tutto è interconnesso, se ogni azione si propaga come un'onda invisibile nel tessuto della realtà, allora ogni parola, ogni gesto, ogni intenzione acquisisce un peso immenso.
Tornando a casa, ho osservato le mie mani. Queste mani che scrivono sono state mani di bambino, saranno mani di vecchio, un giorno non saranno più mani. Ma le parole che tracciano resteranno, intrecciandosi con altre parole, generando pensieri in menti che non conosco, contribuendo a quella grande conversazione che costituisce la cultura umana.
Forse esistere significa questo: essere un transito, non una stazione. Essere il luogo dove il mondo pensa se stesso per un momento, prima di continuare altrove. L'identità non come proprietà, ma come relazione. Non come possesso, ma come attraversamento. La dispersione del sé, lungi dall'essere una perdita, rivela la nostra vera natura: siamo i punti luminosi in cui le linee del mondo si incontrano, si intrecciano, generano senso, per poi proseguire oltre.