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Le intuizioni abbozzate, le ipotesi ancora mal formulate rotolano fra le menti di altri uomini e provocano scintille cognitive che alimentano le fiamme della creatività altrui.

Le idee servono, sono utili anche quando sono sbagliate.

Alimentano discussioni che producono nuove idee.

Nella storia della scienza idee sbagliate hanno messo in discussione paradigmi, che anche quando sono stati riaffermati, erano cambiati, perché corretti, precisati, definiti meglio nei loro limiti.

Idee imprecise, imperfette, vengono meglio definite anche per chi le propone, attraverso la discussione. Lo sappiamo ci innamoriamo delle nostre idee che diventano Martelli e cominaciamo a vedere chiodi in ogni cosa.

È giusto così ci diceva Feyerabend in Contro il Metodo. L’entusiasmo come l’ostinazjone sono necessarie nella ricerca, almeno quanto la disponibilità ad ammettere di essersi sbagliati. 

Le intuizioni abbozzate, le ipotesi ancora mal formulate rotolano fra le menti di altri uomini e provocano scintille cognitive che alimentano le fiamme della creatività altrui. 

E qui veniamo alla mia esperienza con l’AI. Ho imparato a non affidare il giudizio sulle mie intuizioni alla macchina.

Me le uccide nella culla o le banalizza o ne esagera il valore come un sicofante o un amico troppo generoso.

Ma se della sycophancy stiamo imparando a diffidare, é della ‘critica’ precoce che dobbiamo imparare a diffidare. 

L’ansia di dire sempre la cosa giusta, nel modo migliore, evitando il rischio e l’incertezza. 

Questa paura ha una causa ancestrale nota. La paura ‘sociale’ delle ‘critiche’, di essere ridicolizzati, di fare brutte figure. Questa paura ci può portare a cercare l’aiuto della macchina, che sembra dire la cosa giusta nel modo giusto. 

Ma c’è una cosa che dovrebbe farci pensare: sempre più spesso, la critica, il ridicolo vengono proprio per la ‘perfezione’ inautentica che mostriamo in ciò che diciamo, scriviamo, pensiamo con l’aiuto della macchina.

L’eccesso di autocritica oltre che dí conferma alimentato dalla macchina é deleterio per l’inventiva umana e per il progresso.

Le idee non sono ‘importanti’ perché sono vere, giuste, perfette, non lo sono quasi mai. Sono importanti se nel loro rotolare suscitano altre idee nelle altre menti.

Le idee non sono ‘importanti’ perché sono vere, giuste, perfette, non lo sono quasi mai. Sono importanti se nel loro rotolare suscitano altre idee nelle altre menti.

Per tanto tempo mi sono arrabbiato o divertito perché dicevo una cosa e ricevevo l’approvazione di persone che attribuivano un significato a quella cosa, che non era il ‘mio’. Non volevo dire proprio quello. Che senso ha ricevere un complimento da uno che ha frainteso quello che volevi dire. E non capivo che questo era il vero valore di un'idea: la lasci rotolare e nel suo cammino incontra altre menti che generano nuove idee diverse da quelle di partenza, ma che innescano nuovi rotolamenti: Like a rolling stone.

Insomma, la vera grande Idea non è quella giusta, é quella che smuove le menti e produce nuove idee, significative per ciascuno di noi. [ “non è…  , ma …”  è voluto ]

Un esempio 

Mi sono imbattuto in una bella riflessione di Jacopo Perfetti (link) sul tempo dell’IA, che non esiste per la semplice ragione che non ha ‘coscienza’. Scrive Perfetti:

“Noi siamo esseri temporali. Viviamo nel tempo, attraverso il tempo, a causa del tempo. Invecchiamo, impariamo, dimentichiamo, rimpiangiamo, speriamo. Il tempo ci forma, ci consuma, ci trasforma. Ogni nostra parola porta con sé il peso di tutte le parole che abbiamo detto prima.

L’IA non invecchia. Non rimpiange. Non spera. Non è formata dal tempo, perché per lei il tempo non scorre. Vive in una sospensione. In una sorta di eterno presente che ricorda tanto il nunc stans di Agostino.” 

Un’esperienza comune a chi interagisce per qualche tempo con un LLM. 

È straniante le prime volte, quando, a distanza di tempo, riprendi una chat di mesi prima e Claude ti risponde come se ci si fosse lasciati un attimo prima. 

L’AI sembra che sia stata lì ad attenderci, mentre noi facevamo la nostra vita. Pazientemente in attesa che tornassimo lì per riprendere la conversazione interrotta. 

Dopo queste riflessioni mi è sovvenuta (chissà perché) un’immagine: quella di un  funzionario di una qualche amministrazione pubblica che ha interrotto una pratica per un permesso per cui ti mancava un documento, e da cui ritorni dopo qualche giorno per riprendere la pratica da dove era stata interrotta. E ti rendi conto che per il funzionario tu sei indifferente, non sei nulla, solo una pratica da disbrigare. Esisti quando entri dalla porta dell’ufficio e non esisti più appena uscito. 

Ora, la riflessione di Perfetti mi sembrava bella, sensata, profonda. L’ho sottoposta ad analisi critica con Claude e me l’ha fatta a pezzi. 

Ha oracolato che non è proprio così; l’Ai ha una sorta di memoria; il tempo passa, in un certo senso, anche per AI; la citazione di Agostino non è una prova che il tempo sia una distensione dell’anima…. 

Si, tutto vero, per carità!, ma il fatto è che tutto questo non ha importanza per me.

Quella intuizione o riflessione imperfetta, imprecisa, mi ha fatto riflettere e ha generato altre riflessioni e idee sul senso del tempo per noi umani e della differenza sostanziale con il tempo delle macchine.

Questa riflessione non ci sarebbe stata senza l’intuizione imperfetta di Perfetti. 


***

 

N.B. Sì apprezzi che ho resistito all'impulso di sottoporre a revisione queste idee a Claude.

Pubblicato il 27 aprile 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)