Go down

Sulla filosofia come placebo e sul pensiero che non consola


Premessa

Questo scritto nasce da una irritazione, banale, neppure abrasiva o pungente. Semplice irritazione nel constatare la distanza che sempre esiste tra gli atti e le loro narrazioni e rappresentazioni. Gli atti sono quelli di un divulgatore che usa Linkedin per fare proseliti e atteggiarsi a influencer. Si chiama Andrea Colamedici, autore di libri che ho persino letto, co-fondatore della casa editrice Tlon, fin qui da me apprezzata e ora inconsciamente dimenticata. La piattaforma di Linkedin si presta magistralmente a costruire camere dell’eco nelle quali incensare il proprio ego, la propria immagine patinata e le proprie narrazioni. Normale che sia stata usata da Colamedici per costruire una sua immagine di filosofo pop, bravo nell’usare le intelligenze artificiali, anche per scrivere un libro, poi pubblicato attraverso uno pseudonimo. Mi sono ritrovato a interagire con Colamedici sul libro da lui pubblicato e poi attraverso il flusso dei commenti abilitato sui suoi post di Linkedin.  Su questi post ho scelto, motivato dalla ricerca onesta di un sincero e socratico dialogare, di fare commenti critici e di partecipare con commenti simili anche su post nei quali Colamedici interagiva con altri autori che come me, condividevano le loro critiche o opinioni diverse. Mi è capitato così di essere cancellato dalla rete dei contatti di Colamedici (un “filosofo” che fa da censore come e peggio di un algoritmo?) ma poi la cosa che più considero grave, a un certo punto mi è stata tolta anche la possibilità di commentare. E pensare che avevo continuato a seguire l’influencer di Tlon, perché interessato a un pensiero diverso dal mio. Fin qui i fatti, a cui ora faccio seguire una riflessione critica articolata, non pubblicabile negli spazi limitati e ormai controllati dagli algoritmi e dai loro clerici e/o sacerdoti, sempre a caccia di MiPiace di persone che quasi mai leggono ma coincidono. Per questo questa mia riflessione è pubblicata sulla Nave dei folli, The Narrenshiff, un luogo perfetto per chi saggiamente vuole dissentire e liberamente dire la sua.


 

Da dove iniziare? 

Questo saggio non è un atto d'accusa, tantomeno un testo scritto per una persona sola, che forse non si merita neppure un’attenzione particolare da parte di un non filosofo quale io sono. Il mio mini-saggio non ha per oggetto una persona in carne e ossa, neppure un progetto culturale nella sua interezza a questa persona collegabile, tanto meno l'intenzione dichiarata di chi lo anima vendendolo come qualcosa di collocabile tra la filosofia accademica e la divulgazione pop. Ha per oggetto una funzione. Quella che una certa filosofia contemporanea, la filosofia pop, semplificazione di ciò che la filosofia ancora è, nella sua versione più diffusa e di maggior successo commerciale attuale, ha scelto di svolgere, o è stata indotta a svolgere, in questo preciso momento storico, che per me è altamente filosofico, perché denso di domande profonde, fondamentali, esistenziali. 

Nel suo approccio pop la filosofia ha perso la sua dimensione speculativa e la sua capacità di disturbare, è stata ridotta a strumento terapeutico, a kit di sopravvivenza emotiva, a farmaco lenitivo con l’obiettivo di consolare, risolvere le tensioni invece di abitarle, prendere il conflitto, in molti veri filosofi trattato come motore del pensiero, per piegarlo (torcerlo), in modi mai neutrali e sempre sulla base di una scelta ideologica o di semplice utilità, verso un equilibrio, che mai potrà essere raggiunto o garantito. 

Il pensiero che voglio sostenere e condividere è che questa funzione a cui viene relegata oggi la filosofia sia sbagliata. Non per ragioni estetiche o accademiche, ma per ragioni politiche, nel senso più alto del termine, perché produce il tipo di soggetto di cui il presente ha meno bisogno, perché non contribuisce a formare il tipo di soggetto di cui la realtà attuale ha estremo bisogno, dentro una realtà sempre più conformistica e omologata, abitata da individui (anche filosofi o che si ritengono tali) che hanno fatto propria la servitù volontaria raccontata dall’amico di Montaigne, La Boetie. 

Il caso su cui mi concentro qui è quello di Andrea Colamedici, filosofo, fondatore insieme a Maura Gancitano del progetto TLON, autore di numerosi libri e da tempo dedito a una pratica che sembra per lui funzionare, quella della divulgazione filosofica, una pratica che sta facendo perdere il contatto con ciò che la filosofia è e dovrebbe essere. Lo scelgo non perché mi abbia irritato, come scritto sopra, neppure perché sia il peggiore esempio disponibile, ma perché è tra i più rappresentativi, tra i più coerenti nel difendere la postura pop assunta, tra i più consapevoli di sé. 

Colamedici sa cosa sta facendo. Lo dice espressamente e non lo fa per giustificarsi, semmai per anticipare una critica, argomentando nel tentativo di mostrarsi filosofo, oltre che divulgatore. Questo rende il suo caso più interessante. Almeno per me, la critica diventa ancor più necessaria e quindi per me inevitabile, allettante. 

Dico subito, per chiarezza, che il problema non è la divulgazione. La grande filosofia è sempre stata capace di parlare a tutti. Socrate non scriveva trattati, Camus pubblicava nei giornali, Simone Weil scriveva per le riviste operaie. La questione è un'altra, e riguarda la direzione verso cui il pensiero viene orientato, il tipo di effetto che produce, il soggetto che forma, le fonti che vengono scomodate e citate. 

Colamedici in questo è molto abile e lo si nota sui vari canali nei quali si esercita medialmente. La bravura sta nel sapere navigare tra pensatori e pensieri oscuri, non per renderli più chiari e comprensibili, ma per citarne opere, testi, ecc., in modo decontestualizzato, estraendo frasi o concetti (usati poi alla grande su piattaforme finto intellettuali come Linkedin) dal loro contesto argomentativo per porli al servizio di una tesi preconfezionata. Ecco allora che un pensatore, radicale e complesso come Nietzsche, diventa un semplice coach della resilienza, che Heidegger diventa un teorico della presenza, e Spinoza un precursore della mindfulness. 

L’uso che viene fatto di queste citazioni è corretto, nasce da persona studiata che ha letto e conosce gli autori da cui ha tratto le citazioni, ma l’appropriazione che fa del loro pensiero è una forma di appropriazione che neutralizza la profondità, la complessità e soprattutto la radicalità, anche conflittuale e polemica dei pensatori citati. Autori che se fossero presenti oggi non starebbero certamente zitti (mi immagino Spinoza lanciare dalla finestra le sue lenti di vetro per tenere lontano da casa Colamedici), nell’assistere a un uso strumentale del loro pensiero e alla rinuncia di molti filosofi ad aprire domande scomode, domande vere, preferendo al contrario, come qualsiasi IA oggi disponibile, chiudere domande, formulando risposte e rassicurando il lettore che la filosofia ha le risposte di cui era alla ricerca. Cosa non vera! 

Nell’essere divulgatore non si deve essere necessariamente originali, non c’è veramente bisogno di produrre pensiero nuovo, basta ricicciarne di già esistente, citando sempre correttamente la fonte per sfruttarle a proprio vantaggio. Nel farlo spesso il divulgatore dimentica di esporre quali siano le sue tesi, di rendere difficile al lettore capire quale sia il suo contributo effettivo al pensiero, cosa ben distinta dalla semplice curatela e mediazione culturale. E questa mancata comprensione da parte del lettore manifesta già di per sé una difficoltà, un dato critico. Qualcosa su cui de-coincidere, quantomeno riflettere. 

La difficoltà cresce se si prende in considerazione il rapporto tra il progetto filosofico di Colamedici con il suo modello economico. TLON è una realtà commerciale basata su librerie, corsi, eventi, abbonamenti, e questo non è di per sé un problema. Ma c'è una tensione reale tra la filosofia come pratica che mette in discussione le certezze del lettore e la filosofia come prodotto che deve soddisfare il cliente. Quando il pubblico paga per un corso di filosofia, si aspetta di uscirne meglio, appagato, più equilibrato, più consapevole, più felice. Questa aspettativa orienta inevitabilmente i contenuti verso ciò che conferma invece di ciò che disturba. È una critica che Adorno avrebbe riconosciuto immediatamente sostenendo che l'industria culturale non censura le idee radicali, le addomestica.

«Il pensiero unidimensionale è sistematicamente promosso dai costruttori della politica e dai loro fornitori di informazioni di massa. Il loro universo del discorso è popolato da ipotesi che si autovalidano, le quali, ripetute incessantemente e monopolisticamente, diventano definizioni ipnotiche.» — Herbert Marcuse, L'uomo a una dimensione (1964)

 

Filosofia come placebo, un pharmacon come lo è oggi la tecnologia

Nel Fedro di Platone, Socrate discute della scrittura usando una parola greca di straordinaria densità semantica: pharmacon. La parola significa contemporaneamente veleno e rimedio, non perché i Greci non sapessero distinguere le due cose, ma perché riconoscevano che la stessa sostanza potesse produrre effetti opposti a seconda della dose, del contesto, di chi la riceve. Derrida, nel suo celebre saggio sulla Farmacia di Platone, ha mostrato come questa ambivalenza sia strutturale al pensiero stesso. Ogni testo è un pharmacon, ogni parola porta in sé la possibilità di guarire e quella di avvelenare 

«La filosofia serve a rattristare: una filosofia che non rattristi, che non riesca a contrariare nessuno, che non sia in grado di arrecare alcun danno alla stupidità e di smascherare lo scandalo, non è filosofia.» — Gilles Deleuze, Che cos'è la filosofia?

La filosofia è il pharmacon per eccellenza. Non consola, disturba. Non risolve, complica. Agisce su chi la riceve trasformandolo, nel bene e nel male simultaneamente, senza garanzia di un esito definitivo o positivo. Socrate, il filosofo che incarnava più di ogni altro questa natura, non rendeva le persone più felici, le rendeva inquiete. Così inquiete che finirono per condannarlo a morte. Quella morte non è un incidente biografico, ma il sigillo della funzione critica della filosofia, la prova che il pensiero autentico costa qualcosa a chi lo esercita e a chi lo riceve. 

Il placebo è diverso. Non agisce, simula l'azione. Produce un suo effetto perché chi lo riceve crede che sia in grado di produrlo. Non trasforma, conferma. Il paziente si sente meglio, ma non perché qualcosa sia cambiato nella sua struttura cognitiva, nella sua relazione con il mondo, nella sua capacità di vedere ciò che prima non vedeva. Si sente meglio perché qualcuno di autorevole, o creduto tale (oggi guru, influencer, monaci e filosofi pop, tecnomonarchi, sacerdoti laici vari) gli ha detto che andrà bene. 

La critica che intendo sviluppare è che la filosofia pop nella sua versione contemporanea sia scivolata, non necessariamente per scelte consapevoli dei filosofi che la praticano, ma per la logica stessa del mercato culturale in cui opera, dal farmaco al placebo. Non perché i contenuti siano falsi, ma perché non produce la reazione che la filosofia dovrebbe produrre. Se non produce il dubbio radicale, l'inquietudine che non si lascia sedare, la necessità impellente di ricominciare da capo, che filosofia è?

Le fonti come generatrici di tanti placebo industrializzati

Il primo punto di una critica fondata riguarda il modo in cui la tradizione filosofica viene mobilitata e piegata con una scelta ermeneutica ad un uso strumentale. Nel lavoro di Colamedici i grandi filosofi vengono citati con frequenza e con una certa padronanza. Nietzsche, Heidegger, Spinoza, i presocratici, la filosofia orientale, nulla sembra estraneo alla sua enciclopedia. Le citazioni sono piegate alla costruzione di un vocabolario riconoscibile e associabile al divulgatore. Le parole sembrano memi pronti per essere messi in circolo nel sangue malato delle piattaforme. Si parla di cura del sé, di trasformazione interiore, di filosofia come strumento di vita, di pensiero come pratica. 

Il riferimento va alla tradizione della filosofia antica come esercizio spirituale (askesis), legata alla cura-conoscenza del sé e dell’altro, non una dottrina da apprendere, ma una pratica trasformativa da esercitare, nell’accezione a essa data da Pierre Hadot nel suo libro del 1981, Esercizi spirituali e filosofia antica. Ciò che per Hadot era filosoficamente serio e storicamente fondato, in Colamedici viene rovesciato, il risultato è una filosofiaa che usa il prestigio di (Hadot) della tradizione critica filosofica, per produrre qualcosa che quella tradizione non ha mai prodotto e non avrebbe riconosciuto come proprio, il benessere individuale come fine ultima del pensiero. 

Questo metodo di invertire, di estrapolare un concetto dal suo contesto argomentativo, di neutralizzare la radicalità e la potenza di un pensiero, di trasformarlo in semplice strumento utilizzabile senza svelarne il percorso che lo rende possibile e sensato, si ritrova nel lavoro di Colamedici in varie situazioni, ad esempio quando cita Nietzche, Heidegger, Foucault e altri, nell’intendo di decostruire i meccanismi della società contemporanea e promuovere una filosofia pratica. Dentro questo metodo, piegato alla divulgazione, Nietzsche diventa un teorico della resilienza, Heidegger un maestro della presenza, Spinoza (che veniva letto dai mercati di Amsterdam) un precursore del benessere emotivo, i presocratici una fonte di saggezza pratica, Hadot il maestro dello yoga spirituale. Non si tratta di falsificazione, le parole dei filosofi vengono correttamente citate, non inventate, ma sono sempre decontestualizzate, neutralizzate, depotenziate, rese coincidenti con i bisogni strumentali del momento, mai coltivate per la loro radicalità, capacità conflittuale e scomodità, per la loro reale sostanza filosofica. 

Prendiamo Nietzsche, un autore emblematico perché sempre citato da molti, spesso senza averlo letto. Il Nietzsche reale, quello delle Considerazioni inattuali, de La genealogia della morale, del Crepuscolo degli idoli, è un filosofo che demolisce, non che costruisce. Smonta le fondamenta della morale occidentale, mostra che i valori in cui crediamo sono il prodotto di rapporti di forza, denuncia il risentimento come motore nascosto dell'etica dominante. Il suo è un pensiero che fa male, che dovrebbe fare male. Trasformarlo in un invito a diventare chi si è attraverso un percorso di crescita personale è diventato facile, ritenuto sempre possibile, perché basta scegliere le citazioni giuste. Ma così facendo è come usare uno scalpello da chirurgo come apriscatole. Tecnicamente funziona, ma non è quello per cui è stato costruito. Nella filosofia pop Nietzsche diventa il vessillifero della trasformazione personale, dell’amor fati come accettazione gioiosa della propria vita, del superamento di sé come percorso di crescita autentica. Tutto reso possibile dalle mille citazioni possibili che sono usate quasi sempre per rimuovere sistematicamente il contesto nel quale quelle parole citate appaiono o son state usate. 

Prendiamo l'amor fati. L'espressione appare in La gaia scienza (§276) e, nella formulazione più compiuta, in Ecce homo (1888). Nel secondo testo Nietzsche scrive:

«La mia formula per la grandezza dell'uomo è amor fati: non volere che nulla sia diverso, né in avanti né indietro, né in eterno. Non sopportare soltanto il necessario, e ancor meno dissimularlo, ma amarlo.» 

Estrapolata dal contesto, questa frase suona come un invito all'accettazione serena, alla pace con sé stessi, alla riconciliazione con la propria vita così com'è. Nel contesto reale di Ecce homo l'amor fati è qualcosa di radicalmente diverso, è la risposta filosofica al nichilismo, non la sua negazione. 

L'amor fati nietzschiano non è il punto di partenza di un percorso di crescita, ma il punto di arrivo di una distruzione. Presuppone di aver attraversato fino in fondo la morte di Dio, di aver accettato consapevolmente che non esiste alcun fondamento trascendente, alcuna redenzione. Presuppone di aver guardato in faccia il nichilismo e di averlo superato non negandolo, ma affermandolo. Chi non ha attraversato questa distruzione non può praticare l'amor fati nietzschiano, può solo simularne la postura. 

Nietzsche poi, nella Genealogia della morale (1887), conduce un'analisi spietata dei meccanismi con cui la morale dominante produce soggetti reattivi, incapaci di affermare la propria vita perché strutturati attorno al risentimento, all'odio camuffato da virtù, alla debolezza travestita da bontà, alla rinuncia presentata come scelta. Il bersaglio polemico di Nietzsche è precisamente quella cultura del benessere morale, dell'armonia interiore, dell'accettazione di sé che la filosofia pop propone come sbocco del percorso filosofico. Usare Nietzsche per produrre questo sbocco è come usare Marx per giustificare il capitalismo. Operazione tecnicamente possibile, radicalmente contraddittoria.

 

La filosofia come consolazione diventa ideologia 

La filosofia di Colamedici è orientata verso la consolazione, verso la riduzione dell'angoscia, la trasformazione del conflitto in un percorso metamorfico, la conversione del dolore in opportunità di crescita. L’orientamento non è espressamente dichiarato come tale ma presentato come apertura, come complessità, come invito al pensiero. Ma la consolazione, quando diventa il fine del discorso filosofico, è una scelta ideologica mascherata da scelta pedagogica. Significa che il mondo così com'è, con tutte le sue disuguaglianze, le sue violenze, le sue strutture di potere, le sue crisi, viene accettato come sfondo, come un dato di realtà dentro cui l'individuo (deve) impara(re) a muoversi meglio. 

«Qual è il tuo scopo nella filosofia? Mostrare alla mosca la via d'uscita dalla sua trappola.» — Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche

La realtà nella sua complessità e giochi di potere non è un problema da smontare, un sistema da trasformare, un richiamo all’urgenza di una risposta collettiva. A prevalere è ciò che il sociologo Bauman aveva ben descritto quando parlava di modernità liquida nei suoi testi. 

I problemi pubblici vengono trasformati in problemi privati, le disuguaglianze diventano semplici sfide personali, la precarietà diventa flessibilità, la flessibilità viene venduta come l’arte di diventare imprenditori di sé stessi, la mancanza di futuro diventa l'opportunità di vivere nel presente. La filosofia pop, in questa chiave, non è estranea al sistema che abita, ne è anche complice, un elemento e strumento della sua riproduzione, agisce per spingere l’individuo a adattarsi, anche a ciò a ciò che vorrebbe o dovrebbe rifiutare. 

In un concetto la filosofia pop, nella situazione comatosa, smarrita e sfilacciata del presente, rischia di trasformare la consolazione in oppio dei popoli, di orientare l’energia trasformativa verso il domani (l’aldilà) invece che verso il presente, di produrre rassegnazione invece che rivolta, in una parola di contribuire alla omologazione in atto. In pratica una filosofia vissuta da molti come pharmacon rischia di rivelarsi come un grande veleno o placebo, si manifesta nei suoi effetti deleteri conducendo all’impossibilità di una gerarchizzazione qualitativa dei piani del sapere. Questi effetti si manifestano anche quando, la filosofia pop venga intesa non come divulgazione facilona, ma come operazione con un senso e come reazione a un pensiero imbalsamato, accademico, dominato da baroni universitari e professionisti (molti dei quali sono oggi diventati filosofi pop). Gli effetti sono ancora maggiori quando la filosofia pop produce “cortocircuiti furbeschi e disinvolti tra cultura popolare e speculazione filosofica”. Ne sono esempi lampanti tanti titoli di libri che determinano il successo di un libro rispetto a un altro. Titoli come L’ontologia del telefono cellulare, Matrix e la filosofia e mille altri, da assimilare tra l’altro alla storia pop alla Cazzullo maniera. 

Nel suo successo la filosofia pop è venuta costituendosi come un’accademia al contrario, ha eretto muri come hanno fatto molti accademici del passato e ha costruito nel tempo linguaggi e frasari sempre più sclerotizzati. La filosofia pop ha contribuito anche a mettere in secondo piano filosofi veri come Emanuele Severino, Peter Sloterdijk, Giorgio Agamben o Gennaro Sasso, che non hanno mai scelto scorciatoie come quelle della divulgazione pop, piaciona e facilona che vediamo esercitata su tante piattaforme tecnologiche oggi.

 “Povera e nuda vai, Filosofia” - Petrarca

Fare il filosofo pop per fini commerciali

Fare il filosofo in tempi nei quali ci si diletta a filosofeggiare con una IA o a far giocare ad essa il ruolo del filosofo, fare il filosofo pop, frequentatore di piattaforme tecnologiche più o meno social può diventare conveniente, utile per sostenere un modello economico, marketing e commerciale. Colamedici e TLON sono una realtà commerciale, e fin qui nessun problema. La filosofia ha sempre avuto bisogno di strutture materiali per diffondersi, Platone ad esempio aveva fondato una sua accademia come istituzione. Il problema nasce quando la logica di mercato dà forma, condiziona e struttura il rapporto con il pubblico. Chi paga per un corso di filosofia, chi acquista un libro per la crescita filosofica, chi si abbona a un contenuto di pensiero o a un canale di podcast, si aspetta un ritorno sull'investimento. Quanto meno vuole uscire dall'esperienza meglio di come ci era entrato, più equilibrato, più consapevole, più attrezzato per affrontare il vivere quotidiano. Questa aspettativa, legittima dal punto di vista del consumatore, orienta inevitabilmente i contenuti verso ciò che conferma invece di ciò che disturba, verso ciò che risolve invece di ciò che apre, verso ciò che soddisfa il bisogno dichiarato invece di smontare il bisogno stesso.

Il risultato è una circolarità che si autoalimenta. Il pubblico cerca consolazione, la filosofia pop offre consolazione, il pubblico torna perché ha trovato ciò che cercava, la filosofia pop si stabilizza come prodotto di successo. In questa circolarità il pensiero critico, quello che mette in discussione il bisogno stesso prima di soddisfarlo, non ha spazio strutturale, non perché venga censurato, ma perché non vende, o non vende a sufficienza. Per garantirsi il meritato guadagno legato a ciò che viene venduto come attività culturale, si finisce per impedire pensieri e idee radicali, per coltivare l’addomesticamento, il conformismo del pensiero e l’omologazione, per costruire un’offerta culturale, formativa, consulenziale e comunicazionale mirata a trasformare tutto in semplice prodotto consumabile (quello che fa oggi la tecnologia, non a caso ammantata da fiosofia). Il tutto con l’obiettivo di impedire di essere disturbati (l’impossibilità a mettere commenti a post di Colamedici ad esempio), di trasformare tutto, anche il pensiero più pericoloso, in qualcosa da mediatizzare, rendere (vendere come) merce innocua, buona per tutti i gusti, sempre conforme.

«Il linguaggio della filosofia si può apprendere solo con un lungo, difficile, appassionato apprendistato. Tutto il resto sono chiacchiere filosofiche. La filosofia, in quanto tale, non può servire a risolvere questioni di cuore o a consolare qualcuno che ha perso il lavoro. Semmai può contribuire a penetrare nell'enigma dell'amore o chiarire il significato globale del lavoro nella nostra vita.» — Roberto Esposito, citato in Carmilla on line

L'originalità assente

La divulgazione non richiede necessariamente pensiero originale, un buon mediatore culturale può essere prezioso anche senza produrre concetti nuovi. È il caso di Colamedici e della sua mancata originalità? Lui si posiziona come divulgatore, ma anche come pensatore, come voce filosofica propria. Ne consegue che ci si possa interrogare su quali siano le sue tesi filosofiche originali, quali i concetti filosofici introdotti nel dibattito filosofico italiano e che non esistevano prima di lui, quale il contributo specifico al pensiero. La difficoltà a trovare risposte, pur cercate, anche avendo letto suoi libri, evidenzia già una difficoltà, forse una semplice constatazione, utile a sostenere che un conto è divulgare, un conto è filosofare, un conto è far proprio il pensiero di altri e citare, un conto è sviluppare un pensiero nuovo, frutto anche dell’introduzione di nuove domande. In mancanza di un pensiero in grado di permettere di identificare un filosofo in modo da distinguerlo da un divulgatore o filosofo pop, il rimanere nell’indeterminatezza fa prevalere la componente pop che oscura quella di pensiero originale, anche qualora esistesse.

Il pensiero che costa, a volte non rende

Per comprendere meglio la differenza che ho cercato di fare tra l’essere un divulgatore o filosofo pop e l’essere e agire da filosofo, può essere utile riflettere su quanto poco remunerativa e/o costosa possa essere stato l’esercizio della pratica filosofica per molti filosofi del passato, certamente anche per quelli di oggi. Simone Weil non ha certamente agito per consolare nessuno. Ha lavorato in fabbrica per capire dall'interno cosa significasse essere operaia, ha combattuto in Spagna, ha scelto di non mangiare più di quanto mangiassero i deportati come lei. La sua filosofia non si acquista in un corso, richiede di pagare un prezzo, così come lo ha pagato lei al suo tempo. Il pensiero da lei prodotto sull'attenzione, sulla grazia, sull'oppressione, è una testimonianza di vita oltre che filosofica, che nessuna sintesi pop potrà mai contenere senza tradimenti.

Anche Walter Benjamin, che ha scritto le Tesi di filosofia della storia nel 1940, poche settimane prima di togliersi la vita al confine tra Francia e Spagna, braccato dalla Gestapo, è poco incline alla consolazione. In quelle pagine dense e folgoranti l'angelo della storia di Benjamin guarda le macerie che si accumulano alle sue spalle ma non può fermarsi a raccoglierle, perché la tempesta del progresso lo spinge in avanti. Guardare avanti è una necessità morale, è scegliere di stare dalla parte dei vinti e non dei vincitori o del potere del momento.

Michel Foucault non ha mai detto ai suoi lettori come stare meglio. Ha mostrato come la prigione, la clinica psichiatrica, la sessualità, la cura di sé siano costruzioni storiche al servizio di rapporti di potere. Ha reso il mondo meno ovvio, più inquietante, più urgentemente bisognoso di interrogazioni. Le sue genealogie non producono soluzioni ma favoriscono la consapevolezza che le soluzioni siano spesso parte del problema.

Judith Butler ha costruito un pensiero sulla precarietà, sul lutto, sulla violenza di Stato che richiede di stare in luoghi scomodi, di riconoscere che la propria sicurezza è spesso costruita sulla insicurezza altrui, che il lutto è distribuito in modo diseguale, che i corpi che contano e quelli che non contano non sono una distinzione naturale ma politica. Non è una filosofia che si consuma comodamente. Difficile trasmetterla in messaggi pop.

In sintesi, questi e molti altri filosofi dal pensiero originale hanno in comune una cosa, la fatica che il loro lavoro filosofico ha per loro comportato. È costato ad alcuni la marginalizzazione, la deportazione e la tortura, in altri casi rischi certi e scarsi guadagni. Il lavoro di filosofi come quelli menzionati costa anche a chi il loro pensiero riceve, in termini di certezze smontate, comfort disturbati, necessità di mettere tutto in discussione e di ricominciare da capo. Questo costo non è un difetto ma la prova che qualcosa sta accadendo. Che il farmaco sta agendo.

A che serve veramente la flosofia pop?

Ogni filosofia forma, anche implicitamente, un certo tipo di soggetto, produce un certo tipo di relazione con il mondo, con gli altri, con il potere, con la propria vita. La filosofia pop che si prefigge come obiettivo il pharmacon consolatorio finisce per dare forma a soggetti adattativi, giunchi che si piegano alle mode, ai memi e alle tendenze del momento. In una parola il soggetto di una filosofia pop è un soggetto funzionale al sistema nel quale è inserito. 

Un soggetto che non si rivolge alla filosofia per sperimentare uno strumento potente per interrogare sé stesso, la realtà, il mondo, ma che persegue come obiettivo, fallace, di stare meglio, raccontandosi di essere consapevole, equilibrato, capace di navigare le contraddizioni del presente e per questo di evitare di venire distrutto. È un soggetto debole, spaventato, sofferente, che, anche grazie alla filosofia e ai filosofi pop, gestisce il proprio malessere, il proprio disagio e le proprie ansie, invece di trasformarlo in domanda politica, esistenziale, vitale. 

In un’epoca drammatica e piena di crepe che si allargano ogni giorno, caratterizzata da guerre diffuse e permanenti che ci hanno abituato a non vedere, da disuguaglianze strutturali che vengono raccontate come sfide individuali, da (poli)crisi continue della democrazia che vengono vissute come fastidio invece che come emergenza, dall’accelerazione tecnologica ormai fuori controllo e senza un governo collettivo, il soggetto funzionale, adattativo, è esattamente ciò di cui il sistema ha bisogno. E ciò di cui la società ha meno bisogno. 

«La filosofia nasce come istanza critica, non accettazione dell'ovvio, non rassegnazione a quello che oggi va di moda chiamare sano realismo. Il giorno in cui noi abdichiamo al pensiero abbiamo abdicato a tutto.» — Salvatore Veca

In questa realtà complessa, entropizzata, dall’elevata e ingestibile criticità, la filosofia critica gioca un ruolo fondamentale, non per generare la felicità individuale che è diventata il mantra della psicologia positiva, ma per fornire strumenti utili a vedere ciò che viene reso invisibile, a nominare ciò che viene reso innominabile, a rifiutare la rassegnazione travestita da saggezza, a stare nel conflitto senza cercare la via d'uscita più comoda. Quello che ne può derivare, quello che realmente serve oggi, è un soggetto diverso, irrequieto, critico, combattivo, difficile da gestire e politicamente imprevedibile, anche perché sempre più arrabbiato. 

Oggi più che mai servono soggetti, persone, malinconici nel senso alto del termine, persone capaci di guardare e vedere in profondità, disposte a soffrire per questo. Questo è il soggetto di cui abbiamo bisogno, è una necessità civica. Il filosofo può essere questo soggetto, può dare un contributo importante ma non deve limitarsi a consolare. 

Più del confort, dello stare bene, del wellbeing, della felicità, ecc. ciò che oggi la filosofia dovrebbe suggerire è la de-coincidenza, l’agire per cambiare le cose, la messa in discussione della realtà e delle visione del mondo dominanti, la critica del potere. Una filosofia consolatoria, che può facilmente trovare le sue fonti in un Epicuro piegato alla bisogna, nello stoicismo, nella psicologia positiva contemporanea, finisce per svuotare la filosofia della sua capacità più propria, che è quella di rendere il mondo meno ovvio, meno accettabile, più urgentemente bisognoso di trasformazione.

L'alternativa non è la filosofia difficile praticata per il gusto della difficoltà. È la filosofia che accetta il conflitto come condizione, non come problema da risolvere. È la filosofia praticata da filosofi come Simone Weil che teorizza l’attenzione, non come mindfulness, ma come attenzione all’altro, anche arrivando a cancellare il proprio io, una pratica che costa. Va ricordato Albert Camus che suggerisce di abitare l’assurdo, perché l’assurdo non si rivolve, non si supera, non si trasforma in crescita personale, meglio trovare il senso della propria fatica, che poi è fare una scelta etica, non terapeutica.

«La storia della filosofia è un continuo passaggio del testimone, dove il testimone che ci si passa è il problema, non le soluzioni. In questo senso la filosofia è la scienza che pone i problemi giusti, non che ci dà le soluzioni giuste.» — Giovanni Reale

Da Walter Benjamin arriva l’invito a non dimenticare le macerie che si accumulano, un atto che non ha nulla di consolatorio, è un atto politico. Da Michel Foucault, per definizione il filosofo che non si lascia addomesticare arrivano le sue genealogie che non producono soluzioni, ma producono inquietudine. Mostrano come le categorie con cui pensiamo, la follia, la sessualità, la punizione, la cura, siano costruzioni storiche al servizio di rapporti di potere. Non c'è via d'uscita pulita. C'è solo la possibilità di vedere più chiaramente la gabbia in cui si è.

Judith Butler porta la riflessione di Foucault nel presente con una radicalità che costa. Il suo pensiero sulla precarietà, sul lutto, sulla violenza di Stato richiede di stare in luoghi scomodi, di riconoscere la propria complicità in sistemi che si vorrebbero criticare dall'esterno. Non è una filosofia che si consuma comodamente da un divano Poltrone&Sofà e neppure sdraiati su un divano Cassina.

Slavoj Žižek infine, da molti ritenuto un filosofo pop per eccellenza, ha assunto il ruolo del filosofo disturbatore, mai alla ricerca di consenso ma sempre impegnato a mettere in discussione le certezze. Incarna ciò che, complice com’è con il presente, un divulgatore come Colamedici non incarna. Non può incarnarlo perchè quasi impossibilitato a dire la cosa sbagliata al momento sbagliato, a usare il pensiero come strumento di rottura del consenso, non di costruzione del benessere, a prendere consapevolezza che la sua filosofia dell’emancipazione è un travestimento per una pratica filosofica finalizzata all’adattamento, a coincidere più che a de-coincidere, all’accettazione passiva piuttosto che alla ricerca di possibili.

Alcune considerazioni finali

Ho premesso che questo breve saggio è nato da una irritazione, neppure grave, non poteva trasformarsi in un atto di accusa. Non era mia intenzione stabilire se Colamedici sia un bravo filosofo o meno e se la filosofia pop abbia o no ragione di esistere. Per me la domanda non è certo questa, ma cosa sia urgente chiedersi adesso, in questo preciso momento storico, nella fase attuale di un tecnocapitalismo portatore di caos e crisi simultanee e globali.

La domanda cruciale è di sapersi porre le domande giuste, evitando di prendere le domande difficili e di trasformarle in risposte maneggevoli, di porre domande che hanno risposte preconfezionate, di prendere le parole (conflitto, inquietudine, ecc.) cambiandone il significato con una operazione che non è mai neutra e sempre densa di conseguenze.

A queste domande difficili la mia risposta, per richiamare il titolo di questo testo, è che non serve lo zucchero, ma il veleno, nel senso del pharmacon platonico. Serve un veleno capace di guarire, perché non è un placebo rassicurante che simula la trasformazione, ma una sostanza che disturba, che libera perché prima stringe, che apre perché prima chiude.

In sintesi, non serve una filosofia pop che promette benessere, ma una filosofia che produca pensiero, che eviti di proporsi come consolazione, ma metta in discussione il bisogno di cercarla e trovarla, suggerisca come cambiare il contesto da cui questo bisogno nasce. Serve una filosofia capace di tornare a “nominare”, a chiamare la precarietà precarietà, a chiamare il controllo controllo, a chiamare la rassegnazione rassegnazione, anche quando si presenta e la si vende come resilienza (mai come oggi la parola su cui lavorare è resistenza, umana, umanistica, politica, intellettuale, filosofica).

Non servono oggi soggetti omologati dal conformismo massificato dominante, che li vuole tutti coincidenti, adattati, infelici ma contenti. Non serve stare nel conflitto senza agire per risolverlo. Le tensioni che la filosofia pop vuole eliminare non si possono sciogliere senza perdere qualcosa di essenziale come libertà e necessità, individuo e comunità, vita e morte, giustizia e legge. Le tensioni vanno abitate ma ad abitarle non possono che essere soggetti sempre inadeguati e de-coincidenti e come tali ricchi di creatività, portatori di sorprese, polemici (il riferimento è al polemos dei Greci), capaci di scegliere da che parte stare, in senso esistenziale e politico, di impegnarsi (lottare) per una realtà diversa da quella raccontata. 

Questo è ciò che la grande tradizione filosofica ha sempre fatto, nei suoi momenti migliori. E questo è ciò che la filosofia pop, nella sua versione attuale, non fa. 

Non perché chi la pratica sia in malafede. Ma perché il mercato, la consolazione e il successo sono forze potenti, molto più potenti, spesso, dell'inquietudine. I filosofi non devono stare chiusi nelle biblioteche accademiche o nelle torri, ma la loro strumentalizzazione (mediazione) pop deve essere onesta sia riguardo a ciò che propone sia a ciò che omette.

«Tutto ciò che è profondo ama mascherarsi; le cose più profonde odiano l'immagine e la similitudine.» — Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male

Leggere Nietzsche senza la distruzione che lui chiede è possibile, ma bisogna ricordare che si sta usando Nietzsche in modo decontestualizzato, parziale, forse anche mistificatorio. Leggere Heidegger senza l'angoscia è possibile ma richiede di essere trasparenti nel dire che si sta usando solo una parte del suo pensiero in un contesto che lui non avrebbe riconosciuto come proprio. Ogni scelta che viene fatta è parziale e ha delle conseguenze. Leggere Foucault senza la parresia è possibile, ma si dovrebbe farlo senza tagliare fuori la parte più politicamente scomoda del suo pensiero, quella che chiede non di stare meglio ma di rischiare qualcosa per la verità. E questa scelta non è neutra: è una scelta ideologica. In sintesi, il filosofo che non dice queste cose non sta facendo il filosofo, non sta nemmeno divulgando la filosofia. Sta costruendo, con i materiali della tradizione critica, uno strumento di consolazione. È artigianato fine, ma non è filosofia. E questo è un grande difetto, almeno per un filosofo, in un’epoca nella quale serve sempre più un pensiero critico, fatto proprio da soggetti capaci di vedere oltre il presente, di nominare ciò che viene reso invisibile, di pagare il prezzo della lucidità, di praticare la parresia, la radicalità di pensiero e la conflittualità.


 

Opere e autori citati

Adorno, Theodor W. e Max Horkheimer. Dialettica dell'illuminismo. Torino: Einaudi, 1966 [ed. or. 1944].

Bauman, Zygmunt. Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza, 2002 [ed. or. 2000].

Benjamin, Walter. Tesi di filosofia della storia, in Angelus Novus. Torino: Einaudi, 1962 [ed. or. 1940].

Butler, Judith. Vite precarie. I poteri del lutto e della violenza. Roma: Meltemi, 2004 [ed. or. 2004].

Derrida, Jacques. La farmacia di Platone. Milano: Jaca Book, 1985 [ed. or. 1968].

Foucault, Michel. Sorvegliare e punire. Torino: Einaudi, 1976 [ed. or. 1975].

Marx, Karl. Critica della filosofia del diritto di Hegel. Roma: Editori Riuniti, 1983 [ed. or. 1844].

Nietzsche, Friedrich. La genealogia della morale. Milano: Adelphi, 1984 [ed. or. 1887].

Platone. Fedro, a cura di G. Reale. Milano: Bompiani, 2000.

Weil, Simone. La condizione operaia. Milano: Mondadori, 1952 [ed. or. 1951].

StultiferaBiblio

Pubblicato il 11 marzo 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/carlo