La deriva silenziosa della posizione umana nell’era dell’AI
Per anni abbiamo raccontato l’intelligenza artificiale come una minaccia occupazionale, una forza esterna pronta a portarci via il lavoro, a sostituirci nelle fabbriche, negli uffici, nei laboratori creativi. L’immaginario dominante è sempre stato quello della macchina che prende il posto dell’uomo.
Ma forse abbiamo guardato nel punto sbagliato.
Perché l’AI, almeno per ora, non ci sta davvero sostituendo. Non ci sta cacciando dalla stanza. Non ci sta togliendo la sedia, ci sta spostando di lato silenziosamente.
La trasformazione più profonda non è che facciamo meno cose, è che non siamo più nella posizione in cui quelle cose contano davvero.
Sempre più spesso il nostro ruolo non è decidere, ma validare, non è esplorare, ma approvare, non è costruire una direzione, ma confermare una proposta che arriva già confezionata.
Il modello suggerisce, l’umano controlla, il sistema esegue.
Sulla carta sembriamo ancora al centro. Nella pratica siamo già un passaggio intermedio in una pipeline cognitiva che non progettiamo più davvero.
Non è una rivoluzione violenta, è una deriva morbida ed è per questo che è così pericolosa, perché non genera resistenza, non genera conflitto e non genera nemmeno paura.
Genera sollievo.
Ogni volta che deleghiamo un pezzo di giudizio, un pezzo di iniziativa, un pezzo di responsabilità, proviamo una sensazione sottile ma potentissima, quella di essere alleggeriti.
Meno fatica, meno attrito, meno esposizione.
L’AI non si presenta come un usurpatore, si presenta come un assistente premuroso. "Ci penso io", e noi, onestamente, siamo felici di lasciarglielo fare.
Il problema è che la posizione che perdiamo non è visibile. Non è un ruolo nel job title, non è una mansione nel contratto, non è una voce nel piano industriale.
È la posizione simbolica da cui parte l’azione, il punto da cui si dice: questa cosa la facciamo così, e non così, il luogo in cui si assume una responsabilità che non può essere scaricata su nessun sistema.
Quando quella posizione si sposta dal centro all’esterno, noi restiamo formalmente dentro il processo, ma ne usciamo esistenzialmente.
Diventiamo, lentamente, comparse consenzienti della nostra stessa automazione.
C’è una frase che sta diventando sempre più comune nelle organizzazioni: "Lo ha suggerito il modello." Viene pronunciata come una spiegazione, ma in realtà è già una deresponsabilizzazione.
Perché nessuno ha davvero deciso.
Il modello ha proposto, qualcuno ha cliccato "ok", il sistema ha eseguito, e quando qualcosa va storto la colpa evapora.
Perché non c’è mai stato un momento in cui qualcuno abbia davvero detto “decido io”.
Non c’è più un atto umano netto da cui far partire la catena causale, c’è solo una sequenza fluida di micro-approvazioni.
Questa è la vera rivoluzione dell’AI: non l’automazione delle decisioni, ma l’automazione della diluizione della responsabilità, e insieme a quella la diluizione della nostra posizione nel mondo.
Perché la posizione non è potere, è esposizione, è dire: questa scelta è mia, senza scorciatoie, è restare in piedi quando sarebbe più comodo sedersi dietro un suggerimento probabilistico.
È sostenere l’attrito di un pensiero che non ha una scorciatoia.
L’AI non ci toglie tutto questo con la forza, ce lo compra con la comodità.
Ogni suggerimento accettato senza attrito sposta il baricentro solo di un millimetro più in là, e un millimetro alla volta scompariamo dal centro.
Il paradosso è che più l’assistente diventa bravo, più noi diventiamo marginali, non perché non serviamo più, ma perché non serviamo più nel punto in cui le cose prendono forma.
Restiamo nel punto in cui vengono rifinite, corrette, ottimizzate, non in quello in cui vengono pensate.
Questo è il vero rischio sistemico dell’AI, non la perdita del lavoro, ma la perdita della posizione da cui il lavoro ha senso.
Forse il futuro non sarà un mondo senza umani che lavorano, sarà un mondo pieno di umani che supervisionano processi che non sentono più davvero come propri.
Presenti, occupati, ma fuori scena.
E forse il vero atto di resistenza, oggi, non è rifiutare l’AI, è rifiutare di arretrare, restare nella posizione scomoda, quella in cui si decide, quella in cui si sbaglia, quella in cui non c’è nessun modello dietro cui nascondersi.
Siamo ancora nella stanza, il badge funziona e la luce è accesa, solo che il tavolo si è spostato di qualche metro e noi continuiamo a parlare come se fossimo ancora a capotavola.