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19 febbraio 2026: Dieci anni senza Umberto Eco.

Oggi, più che mai, è lui a parlarci del nostro presente.

ChatGPT, Gemini e gli altri LLM sono, per dirla con il Professore, le massime espressioni di “macchina pigra”.

Producono sintassi, ma non semantica. Calcolano probabilità, ma non creano senso.

Mentre il mondo continua ad interrogarsi su reti neurali, algoritmi, bias e (presunta) intelligenza non umana, sono tornato su alcuni lasciti di Eco strettamente collegati ad una contemporaneità sempre più AI/DATA-DRIVEN.

Non ci serviva un profeta per prevedere l’IA generativa, ma forse ci serve un semiologo per sopravviverle.


Dieci anni fa ci lasciava Umberto Eco.

Oggi, più che mai, mi accorgo di quanto il Professore continui a parlarci.

Ho avuto il privilegio di ascoltarlo qualche volta dai banchi dell’università, di perdermi tra le pagine dei suoi celebri e pioneristici saggi, di godermi l’eccezionale qualità narrativa dei suoi romanzi.

Senza il suo intuito, senza la sua straordinaria capacità di anticipare i tempi, probabilmente non avrei avuto l’opportunità di affrontare un percorso di studi per molti aspetti lontano dalle tradizionali traiettorie universitarie.

Un percorso sul quale ammetto di essermi interrogato per lungo tempo chiedendomi quando mi sarebbe effettivamente servito tutto quello che avevo imparato (dovetti aspettare gli anni 2010> e il definitivo consolidamento di una Società completamente basata sul governo e la mercificazione dei dati per avere la risposta).

Sfruttando al meglio la sua notorietà e la sua influenza, negli anni ’80 Umberto Eco contribuì in modo decisivo a rompere l’isolamento dei saperi tradizionali, spingendo con vigore verso la nascita di un modello universitario e di ricerca fondato sull’intersezione tra semiotica, sociologia, linguistica, psicologia, filosofia del linguaggio, antropologia, informatica e nuove tecnologie della comunicazione.

la tecnologia incorpora modelli impliciti di lettura e di uso la cui comprensione deve basarsi necessariamente su una visione multidisciplinare

Eco era convinto che la tecnologia incorpora modelli impliciti di lettura e di uso la cui comprensione deve basarsi necessariamente su una visione multidisciplinare che attraversi teorie dei media, digitale e critica culturale.

In buona sostanza, fu tra i primi al mondo a comprendere che la complessità della contemporaneità non può essere affrontata attraverso saperi separati, ma richiede un approccio capace di far dialogare codici, linguaggi e sistemi interpretativi differenti.

Quella stessa intuizione risulta particolarmente attuale oggi, se guardiamo alla recente esplosione dell’IA generativa come fenomeno di massa.

Osservando cosa è accaduto negli ultimi quattro anni, l’eredità di Eco non consiste nell’aver previsto questa straordinaria tecnologia, ma nell’aver fornito, decenni prima, gli strumenti teorici per interrogarne gli effetti: comprendere come i segni vengano prodotti, interpretati e legittimati, e come l’automazione del senso rischi di essere subita se non viene resa oggetto di un’analisi critica da parte di chi utilizza la tecnologia.

Dal 2022 in poi, ossia da quando GenAI è diventata hype allo stato puro, confesso di essermi irritato spesso notando che molti accademici, studiosi e tech-guru attingono a mani basse dal pensiero di Eco senza mai citarlo esplicitamente.

Se fosse ancora vivo, credo che, da profondo conoscitore dell’ars combinatoria, Umberto Eco definirebbe GenAI una tecnologia che rielabora archivi simbolici preesistenti, una sorta di macchina borgesiana, realizzazione digitale in qualche modo simile a ciò che J. L. Borges descrive nel suo più celebre racconto: La Biblioteca di Babele.

Probabilmente, subito dopo, Eco sottolineerebbe l’assoluta urgenza di un sapere e di un modello critico capaci di attraversare discipline diverse per tenere testa all’IA generativa e agli agenti AI.

Nel 2013, durante la sua Lectio Magistralis alle Nazioni Unite sottolineò come ormai il problema non fosse più accumulare dati, ma essere educati a scegliere.

il senso di ciò che si osserva, si legge o si ascolta, non è mai dato una volta per tutte, ma nasce dall’interazione, dall’interpretazione, dal nostro bagaglio pregresso e dal contesto 

Il Professore ci ha insegnato che il senso di ciò che si osserva, si legge o si ascolta, non è mai dato una volta per tutte, ma nasce dall’interazione, dall’interpretazione, dal nostro bagaglio pregresso e dal contesto (con buona pace di chi, ultimamente, si affanna a formulare teorie ahimé ridondanti).

In anni in cui la parola “algoritmo” non faceva parte del lessico quotidiano, Eco studiava già i meccanismi formali della produzione di senso, le strutture, le regole, le inferenze.

Al tramonto degli anni ’70, nel suo magistrale Lector in fabula Eco definì il testo (qualsiasi forma di testo), una macchina pigra che richiede sempre una cooperazione interpretativa.

Quasi mezzo secolo dopo, ChatGPT, Gemini e gli altri LLM sono la massima espressione di questa pigrizia. Come ho spiegato altrove GenAI non “sa” nulla; produce output basati su calcoli probabilistici. Siamo noi a proiettare del senso sui pixel che ci appaiono sullo schermo o sui suoni che ascoltiamo.

In un futuro che già ci aspetta dietro l’angolo, ognuno di noi è destinato a diventare un centro di creazione di significato basato su dati e insight proposti dall’IA perché, come direbbe il Professore, senza l’interpretazione umana, l’IA produce sintassi, ma non semantica (ossia il senso, il significato profondo ancorato alla realtà di ciascuno).

Ancora, quando discutiamo di modelli linguistici, di testi prodotti da macchine, di allucinazioni e di bias, stiamo calpestando sentieri che Umberto Eco ha cominciato a tracciare negli anni ’60. Sentieri che si interrogano su domande come:

  • Qual è la differenza tra produrre frasi corrette e produrre senso?
  • Cosa significa interpretare senza comprendere?

Eco sapeva che la cultura è un sistema complesso, fatto di regole ma anche di ambiguità, e comprese che il vero pericolo non è tanto l’overloading informativo, ma l‘assenza di criteri cognitivi per gestirlo e interpretarlo.

Non penso di esagerare scrivendo che Umberto Eco ha ricoperto per l’Europa un ruolo culturalmente analogo a quello svolto da Marshall McLuhan nel Nord America: una figura capace di rendere i media e la tecnologia un problema centrale della riflessione sulla modernità fornendo, al contempo, strumenti critici anziché banali profezie.

Se McLuhan ci ha insegnato a vedere i media, Eco ci ha insegnato a decodificarli.

A dieci anni dalla sua morte, il modo migliore per celebrarlo non è trasformarlo in un monumento da piazzare davanti alla sua casa-biblioteca a due passi dal Castello Sforzesco, ma riprendere il suo pensiero, diffonderlo il più possibile e usarlo come strumento critico.

Eco va letto per capire il presente.

Perché, in un mondo che delega il (presunto) pensiero agli algoritmi, rivendicare il metodo critico di Eco è un atto di resistenza intellettuale.

Perché il Professor Umberto Eco non ci ha insegnato cosa pensare.

Ci ha insegnato come pensare.


Pubblicato il 26 febbraio 2026