Go down

Forse se esercitassimo la memoria anche in questo senso, se invece di ricordare solo singoli accadimenti della storia sperando di ostacolarne la riproposizione senza alcuno sforzo adulto, se si connettessero al presente per migliorare le nostre relazioni, allora l’oblio fisiologico inevitabile potrebbe essere sostituito da una maggiore consapevolezza della banalità del male, che allora come oggi non è mai scomparsa. E che oggi si mostra esplicita e apparentemente incontrastabile a tutti i livelli. A troppi livelli, per non renderci più preoccupati, ma anche più responsabili. Più aperti alla scomodità del confronto e meno a raccontarci la ninna nanna del ricordo perché non succeda più. Perché la prevaricazione, che è sempre violenta a intensità variabile, non è stata solo un problema esclusivamente nazista, non è mai sta interrotta e sta succedendo anche qui e ora.


A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena sta il lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo. - Primo Levi, Se questo è un uomo 

Da molti segni, pare che sia giunto il momento di esplorare lo spazio che separa (non solo nei lager nazisti!) le vittime dai suoi persecutori, di farlo con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non si sia fatto in alcuni film. Solo una retorica schematica può sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana, se vogliamo difendere le nostre anime quando una simile prova si dovesse di nuovo prospettare, o se soltanto vogliamo renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale - Primo Levi, Sommersi e salvati


 

XYZ first

In una città del Centro Nord, medaglia d’oro alla Resistenza, un’insegnante di sostegno scopre che gli insegnanti della quinta nella quale è inserita la ragazza disabile che segue hanno organizzato a sua insaputa una gita scolastica di più giorni senza contemplare la possibilità della loro presenza. Ci rimane male, per la sua allieva e per sé, essendo state tutte e due completamente ignorate, la forma di (non) comunicazione più violenta tra quelle a disposizione degli esseri umani. Si mette allora all’opera per correggere il tiro, ma riuscire a inserire questa alunna nella gita risulta impossibile tanti sono gli impedimenti che incontra chi ha difficoltà in un ambiente pensato per tutti meno che per lei e che, anche nel caso della organizzazione di una gita, richiede un pensiero prima e insieme e non dopo e da soli. La soluzione che sembra più ragionevole è di aggiungere al programma una gita di un giorno che viene organizzata in modo veloce ed eccellente da un gruppo di compagni di classe evidentemente toccati da una riflessione umana che, anche se postuma, è certo un aspetto positivo di questa storia. A quel punto però, intervengono gli insegnanti curriculari che provano a fermare l’organizzazione della gita: siamo nell’anno della maturità e i ragazzi e le ragazze non possono perdere altre cinque ore di lezione. Il programma prima di tutto.

La motivazione, che a prima vista può sembrare cinica, in realtà è “nobile”. È la giusta attenzione e la doverosa preoccupazione verso alunni e alunne che devono sostenere l’esame di maturità e che per questo meritano l’impegno e la dedizione degli insegnanti. Un limpido esempio di banalità del male. Uno dei tanti di cui è costellata la nostra quotidianità sia come vittime, sia come protagonisti attivi, e spesso inconsapevoli, di classificazione ed esclusione.

la nostra quotidianità è costellata di esempi di banalità del male, sia come vittime, sia come protagonisti attivi, e spesso inconsapevoli, di classificazione ed esclusione

Il “programma prima di tutto” significa “prima noi”. Un po’, nel piccolo, come “prima gli italiani”, o “make america great again” o anche “la grande madre Russia”. Per non parlare di altrettanti popoli eletti e suprematismi di vario genere e colore, con una formula sintetizzabile nel semplice schema “noi siamo migliori, voi siete peggiori”. Una sorta di algoritmo facile, replicabile e ricaricabile con qualsiasi tipologia di contenuto, non solo in ogni regione del pianeta, ma anche nelle scatole organizzative che abitiamo: aziende, cooperative, associazioni, ospedali, scuole, famiglie, organizzazioni del volontariato e quant’altro ci venga in mente di organizzato in cui si dipani la nostra esistenza. Perché anche nelle nostre organizzazioni civili e nelle nostre moderne democrazie l’idea che non tutte le vite siano uguali e contino allo stesso modo, non solo è variamente presente nelle pieghe nascoste del nostro vivere, ma recentemente è anche esplicitata, urlata e agita senza alcun pudore.

Un “algoritmo”, questo di una gerarchia di importanza delle vite, che portato alle estreme conseguenze ci ricorda le motivazioni alla base della sinistra operazione di ingegneria sociale nazista, votata a costruire una società di puri, un giardino senza erbacce e gramigna, come spiega benissimo Baumann nel suo illuminante libro “Modernità e Olocausto”. Ma che purtroppo è molto ingenuo e anche molto rassicurante confinare come monopolio del nazismo, mentre tutto intorno fiorirebbero le rose della democrazia. Si tratta, infatti, di una forma di pensiero, una epistemologia, una visione del mondo divisiva, separatoria, esclusiva, gerarchica in tutto e per tutto e sostenuta da strutture organizzative che la rendono inossidabile e generalizzata. Facilmente replicabile, si diceva, con una miriade di contenuti diversi: per esempio, noi di qua e voi di là; noi normali, voi anormali; noi prestanti, voi difettosi; noi civili, voi incivili; noi cittadini, voi clandestini; noi magri, voi obesi; noi ebrei, voi cattolici o musulmani; noi del nord, voi del sud; noi ricchi, voi poveri; noi bianchi, voi neri; noi colti, voi ignoranti. Per non dire del pervasivo noi uomini, voi donne. Tutte opposizioni invertibili, a testimonianza della condivisione di una stessa visione del mondo.

Non sfugge che con questo semplicissimo schema mentale, con questo dispositivo facile, con questa dicotomia ripetibile, possiamo letteralmente inventarci qualsiasi tipo di conflitto finendo per credere che ognuna di queste opposizioni sia un dato di natura anziché il nostro modo prevalente, tra i tanti possibili, di segmentare la realtà.

Nascosto nell’episodio scolastico, però, c’è anche altro che diamo spesso per scontato e che respiriamo e riproduciamo facendone esperienza nel mondo del lavoro, nelle nostre “moderne” aziende: il primato dei risultati e dell’efficienza per raggiungerli. Risultati che, nel caso della scuola, alcuni, ma non pochi, pensano non possano essere messi a repentaglio da persone che per il solo fatto di esistere sono un ostacolo a una vita scolastica desiderata senza intoppi. Una scuola che deve essere “produttiva” anche per i genitori degli studenti che “investono risorse” nel futuro dei propri figli e che in molti casi sono contenti di questa attenzione a loro riservata in modo esclusivo. I miei figli prima di tutto. Come fare a dargli, a darci torto… è abbastanza “naturale” e umano pensare “i nostri figli prima di tutto”.

Così si crea una cultura con-divisa, nella quale si mette in comune proprio la divisione: tutti insieme, in questo caso anche involontariamente, genitori, studenti e insegnanti a con-dividere la premessa che c’è una gerarchia di importanza che giustifica e sancisce, ad esempio, un certo ruolo della scuola: raggiungere esclusivamente i risultati previsti dal programma curriculare, magari in previsione di un futuro aziendale, mondo quest’ultimo a cui si è guardato come a un modello eletto per la “gestione” della scuola stessa. E se “azienda” (una idea astratta di azienda perché queste ultime non sono tutte uguali e nemmeno sempre così banali) deve essere, allora l’efficienza e i risultati prima di tutto, mentre tutto ciò che potrebbe contribuire alla formazione delle persone che la frequentano, (cittadinanza, relazioni, amicizie, rapporto tra generazioni, creatività, cultura, solidarietà, sesso, diversità) diventa secondario. Del resto non se ne trova traccia nel programma di studi. E poi, tutte queste sono cose difficilmente misurabili. E quindi inesistenti. Tempo perso, sostanzialmente inutile, marginale e quindi marginalizzato. 

nel giorno della memoria invece di limitarsi a ricordare solo alcuni dei grandi episodi della storia dovremmo fare uno sforzo per ricordare  i presupposti che li hanno determinati

Se nei vari giorni della memoria invece di limitarsi a ricordare solo alcuni dei grandi episodi della storia facessimo uno sforzo per ricordare  i presupposti che li hanno determinati,  allora sul piano della forma questa efficienza nel raggiungere un solo tipo di risultati escludendo tutto il resto potrebbe risultare analoga alla efficienza che caratterizza la cultura di gran parte di quel mondo aziendale votato all’esclusività del profitto e che purtroppo ha colonizzato oltre misura l’immaginario di troppi di noi. Ed è della stessa sostanza che caratterizzava lo zelo di Adolf Eichmann, non solo criminale nazista, ma anche ineguagliabile manager della logistica, ubbidiente e indefesso lavoratore assorbito totalmente dalla sua competenza organizzativa: far funzionare i treni per il trasporto di “merce” verso i campi di concentramento senza vuoti e insostenibili improduttività. Fatto bene questo lavoro, all’interno di una struttura premiante, Eichmann poteva tornare a casa, padre ammirabile e magari, chissà, animalista dolcissimo come molti gerarchi lo erano con i propri cani! 

Del resto, molti di noi hanno sperimentato sulla propria pelle, anche se non in forme così drammatiche, quanto la burocrazia, l’efficienza fine a sé stessa, possono rendere i luoghi di lavoro insalubri quando non addirittura tossici. Un esempio minore, ma sintomatico: quel “dimmi”, pronunciato al telefono senza un saluto iniziale, per comunicare quanto si sia impegnati in cose ben più importanti, quanto non si abbia tempo da perdere e quindi quanto sia irrilevante anche la buona educazione e un minimo di interesse verso l’interlocutore nella nostra gerarchia di importanza attribuita alle cose. 

Qualche tempo fa Ernesto Galli Della Loggia si è fatto portavoce di coloro che pensano che l’inclusione a scuola non funzioni. E a me pare già di avvertire i rumori dei lavori edili per la costruzione delle future classi speciali, piccoli “campi” (metaforicamente parlando), con la solita cattedra, ci si può giurare, e il riscaldamento (d’estate l’aria condizionata non serve, tanto le scuole sono chiuse), ma separati. Se questa profezia dovesse avverarsi, sarà anche grazie a questi intellettuali, portavoce di dinamiche più profonde messe in atto in modo spontaneo e implicito da insegnanti e alunni, bravissimi i primi nel loro lavoro, magari con risultati scolastici ottimi i secondi, tutti animati da buone intenzioni, ma più o meno involontariamente disinteressati alla sorte di alcuni dei loro compagni. Senza dichiarazioni che indignerebbero se esplicitate, ma tutti e tutte insieme cittadini attivi di un modello di società dove si considera un dato naturale che alcuni siano dominanti e metro di misura del mondo mentre altri, dominati, devono e possono essere confinati, separati, chiusi in un mondo a parte. Possibilmente anche contenti di essere capitati in un’era in cui non gli accade di peggio, come negli anni del programma ActionT4 della Germania nazista, quando le persone con sindrome di down venivano uccise, tra le altre motivazioni, anche per evitare “sprechi” economici. Perché dedicare risorse a persone inutili e improduttive quando i soldi a disposizione sono sempre meno?

Spero si veda bene da questo esempio che “efficienza” e “costi”, astrazioni molto concrete, possono essere tra le parole chiave di una ideologia che giustifica la violenza nei confronti di persone considerate di serie c e denotate ad arte come inutili.

Ma non ci si confonda, questa etichettatura avviene non solo nei confronti di chi ha difficoltà fisiche o psichiche con il corredo di insegnanti di sostegno considerati essi stessi meno importanti , ma anche per quei normodotati che per condizioni di svantaggio non fanno parte del gruppo “giusto”. Oppure sono portatori e portatrici sani di stili relazionali diversi, non facilmente conformabili. E che quindi, in qualità di disturbatori per il solo fatto di esistere, non “meritano”. 

Invisibili

Pochi mesi fa, per motivi di salute, ho dovuto sostenere una visita e degli esami speciali. Il chirurgo che mi aveva operato mi ha indirizzato verso un medico che si è rivelato, almeno con me, molto bravo, gentile e coscienzioso.  Il dottore mi aveva prospettato un’attesa di un mese per la visita, ridotta a quattro giorni se in regime di intramoenia. Essendo un privilegiato, con una assicurazione molto efficiente, ho scelto la seconda ipotesi potendomi permettere di accelerare le cure e così contenere l’ansia. Infatti, come a molti succede in caso di malattie serie, la cosa più pesante è dover attendere tempi percepiti come infiniti per chi li subisce. Tempi permeati dalla paura (a volte ingiustificata, ma incontrollabile) di essere in balia del male e dal suo procedere inesorabile verso la colonizzazione del nostro corpo. Lo sviluppo della sanità privata si legittima anche grazie a questa combinazione di ansia di cura da parte di tutti e disponibilità economica da parte di pochi. Da una parte una disponibilità economica limitata, particolare, non di tutti; dall’altra una paura, invece, universale. Nella sfumatura e nel corto circuitò tra questi due elementi si può annidare il male. Così, un medico che lavora in una struttura pubblica, magari inefficiente, può essere lo stesso che ti risolve il problema in quattro e quattr’otto. E tutto tra le stesse mura, con la stessa persona che assume in tempi diversi due ruoli che segmentano altrettante tipologie di persone (non di pazienti si badi bene), sulla base di una formula economica. Visto dalla parte del paziente: se ti intercetto come medico pubblico, anziché privato, ho meno possibilità di cura. Se faccio parte di quella parte della popolazione senza troppe disponibilità economiche ho meno possibilità di cura, e all’estremo di sopravvivenza. Lo sappiamo tutti benissimo, ma non sembriamo accorgercene. Riassumendo: stesso medico, stessa (apparentemente) persona con due ruoli tra le stesse mura dove, una volta messo in piedi il dispositivo organizzativo chiamato “intramoenia”, si selezionano automaticamente, nella fila adeguata, le persone che possono da quelle che non possono.

Anche la malattia, come tutto nella nostra vita, avviene sempre in un contesto

Ora, può accadere che chi non può pagare muoia non per la malattia in sé, ma per un trattamento sanitario inadeguato nei tempi. Le malattie, in generale, sono anche questo. A parità di patologia posso morire perché non c’è un letto in terapia intensiva, oppure perché l’ospedale è lontano, oppure perché dove mi trovo non c’è un’unità coronarica. Durante la pandemia da Covid 19, alcuni sono morti per il virus, ma altri perché non c’erano letti a sufficienza oppure perché non c’erano strumenti di protezione. O ancora perché si doveva decidere chi selezionare per cure che non erano disponibili per tutti. Anche la malattia, come tutto nella nostra vita, avviene sempre in un contesto. Se ho una infezione e nessuno me la cura muoio non per l’infezione, ma per la mancanza di cure. Se non ci sono ambulanze vicine o efficienti muoio non per un infarto, ma perché i soccorritori non sono arrivati in tempo. Non è esagerato dire che in questi casi si parla di vita e di morte. Non di qualche giorno di dolore in più, di qualche sofferenza in più, ma poi tutto ritorna a posto. Non come stare in prima o in seconda classe in treno: certo, stai più scomodo in seconda, ma comunque alla stazione ci si arriva tutti contemporaneamente. Qui si parla al minimo di vivere bene o vivere male, al massimo di continuare a vivere o morire.

Il dottore, immagino, la sera andrà a casa dalla sua famiglia tranquillo e soddisfatto dopo una giornata di lavoro coscienzioso, professionale in un contesto legale e legittimato da questa stessa legalità. Perché se la legge consente questa discriminazione, allora la discriminazione è legittima e quindi a prova di dubbi etici che, infatti, nella maggior parte dei casi non si affacceranno mai. E anche noi pazienti privilegiati andremo a casa tranquilli: catturati dalla nostra privata e singolare necessità di essere curati escluderemo dal nostro orizzonte percettivo tutti coloro che meno abbienti, o meno fortunati, non saranno presenti nella clinica. Malati come noi, ma invisibili perché assenti e quindi non in grado di disturbare la nostra coscienza. Questo è anche un altro aspetto delle nostre segmentazioni: alcune persone, alcune categorie, alcune soggettività sono rese invisibili. La nostra specifica visione del mondo, con le sue conseguenze pratiche, si basa anche su questa “assenza”.

Immuni

Dal punto di vista epistemologico, la forma del pensiero con cui si decide di mandare le persone nella fila di destra o nella fila di sinistra in un campo di sterminio (al lavoro cioè, con qualche chance di sopravvivenza o alla camera a gas) è lo stesso che decide se trattare un paziente ora o tra due mesi in una clinica pubblica prestata all’attività privata. Il primo contesto è cruento e a questo reagiamo con indignazione (ora sembrerebbe molto meno visto che si parla di deportazioni come se si parlasse di vacanze), il secondo invece è molto soft. Il primo è un crimine che ha qualche possibilità di essere successivamente punito, sempre che a vincere la guerra siano quelli “giusti”. Il secondo invece è perfettamente a norma. Paradossalmente, in ambedue i casi, i protagonisti vanno a letto tranquilli. Non è infatti necessariamente una questione di responsabilità o di caratteristiche o psicopatologie individuali, ma anche di forme organizzative, intese non solo come disegno, ma anche come procedure, premesse implicite, valori e conseguenti stili di relazione dati per accettabili. Si tratta di forme organizzative generalmente gerarchiche dotate di apparati burocratici che permettono una distanza di sicurezza tra le persone, tra queste e le loro azioni e gli effetti di queste ultime. Contesti immunizzanti. La gran parte del nostro mondo organizzato funziona proprio così: un corredo di dispositivi funzionali a un numero molto ristretto di obiettivi e risultati che diventano imperativi categorici e il cui raggiungimento riduce il mondo a un buco nero che risucchia tutto[1]. Organizzazioni nelle quali i ruoli sono inseriti in una struttura predeterminata fatta di procedure e aspettative, obiettivi e modi per il loro raggiungimento, linguaggi e gerghi che nascondono più di una insidia sociale. Strutture umane che giustificano e producono separazione, conflitti, (falso) senso di superiorità, artificiale senso di vittoria o di sconfitta con corredo di sentimenti di rivalsa e, alla fine della catena, la determinazione di una qualsiasi forma di supremazia. Più o meno piccola, magari, ma una volta legittimata capace di srotolare, in determinate condizioni, verso fenomeni gravi di violenza e sopraffazione che non necessariamente si muovono dall’alto verso il basso, ma che anzi possono essere orizzontali quando anche non di segno opposto, cioè dal basso verso l’alto.

Siamo immersi in una trama di relazioni e linguaggi che non siamo in grado di osservare e che ci facilitano ad agire, spesso in buona fede, virando talvolta drammaticamente verso il disagio reciproco.

Siamo immersi in una trama di relazioni e linguaggi che non siamo in grado di osservare e che ci facilitano ad agire, spesso in buona fede, virando talvolta drammaticamente verso il disagio reciproco. Valga per tutti la “competizione” che viene alimentata e moltiplicata da organizzazioni che la producono normalizzandola e che a noi finisce per sembrare talmente naturale da accettarne i danni psichici e fisici che ci provoca. Senza che ci si renda più conto che il contesto competitivo contribuisce a produrre e riprodurre sentimenti e comportamenti bellici.

Siamo parte di ingranaggi che rendono occulte le conseguenze sociali del nostro modo di stare insieme e di agire conseguentemente e coerentemente con le premesse che le sostengono, e che ci mettono al riparo da responsabilità che certo nella maggior parte dei casi, agite in buona fede, non possiamo considerare colpe.

Anche se i comportamenti colpevoli esistono.

Quelli perpetrati da persone che provano anche piacere a tenere subordinati gli altri. Coloro che concepiscono il loro potere, non sempre necessariamente formale, in modo muscolare, aggressivo e che provano piacere a impedire che gli altri possano stare bene o anche semplicemente realizzare i propri desideri o far fiorire i propri talenti. Sorta di Cimabue all’incontrario che scoperto Giotto lo fanno fuori per non rischiare di andare in ombra, in tutte le categorie sociali troviamo soggetti che con il tempo e un ruolo prescritto in un contesto appositamente costruito, sono diventati, sulla base delle premesse sopra delineate, umanamente incompetenti.

Ecco una cosa su cui non si discute mai nella miriade di ossessivi corsi sul tema della leadership che vengono prodotti e che nella stragrande maggioranza dei casi implicitamente sostengono e legittimano la convinzione che l’unica forma organizzativa accettabile sia la gerarchia: quanto sarebbe importante essere umanamente competenti e quanto questo dovrebbe essere parte integrante della propria e altrui professionalità. Una sorta di educazione all’affettività per adulti e che invece releghiamo nelle scuole evitando accuratamente la nostra formazione.

gli umanamente incompetenti sono persone che intossicano le relazioni e che è difficilissimo disinnescare, Soprattutto quando il loro potere e la loro posizione gerarchica sono fuori controllo

Sono tanti, sono pochi, gli umanamente incompetenti? Lo sono per loro natura o perché il contesto li obbliga? Difficile rispondere, ma generalmente sono persone che intossicano le relazioni e che è difficilissimo disinnescare. Soprattutto quando il loro potere e la loro posizione gerarchica sono fuori controllo. In questo caso, anche se pochi, sono particolarmente nefasti. E in ogni caso se il contesto può essere importante nel comprendere comportamenti dannosi, ma spesso agiti in buona fede, non dobbiamo dimenticare che in giro ci sono anche i “criminali”, gli psicopatici e i narcisisti maligni.

Il modo che i nazisti avevano di portare alle estreme conseguenze le premesse di dominio era certo più cruento di quello che si può dedurre dalla semplice esclusione di un allievo da una gita, per quanto la morte sociale sia sempre una forma “debole” di assassinio. Il mobbing, certe forme di maldicenza e/o di ostracismo, certe forme di violenza che vediamo sui social, capaci talvolta di indurre il suicidio in chi li subisce, certa “naturale” violenza a lungo termine in caso di divorzio indipendentemente dal genere, sono tutte figure omicide a bassa intensità. Tentativi di annichilire e annientare la vita degli altri. Se non ci fossero leggi e possibili conseguenze, i mobbizzati potrebbero essere semplicemente e facilmente assassinati da singoli o branchi ingovernabili che troverebbero giustificazione in una teoria creata appositamente.

In più, un ruolo importante in questa disumanizzazione può essere giocato anche dalla tecnologia che modifica il nostro paesaggio relazionale e le nostre percezioni senza che ci sia un disegno precostituito da parte di chi la inventa e produce e tantomeno una intenzionalità da parte di chi la utilizza. Un tema che non affronterò qui ma che merita più di una riflessione. 

Lo sterminio di persone non coerenti con la purezza della razza durante il nazismo fu efferato. Lo chiamarono Action T4 ed era un programma di eutanasia “dedicato” a persone con disabilità fisiche, genetiche e mentali. Il programma fu fermato (o rallentato) per la pressione e le proteste che suscitò anche da parte della Chiesa che considerava queste pratiche umanamente inaccettabili. Segno che qualcosa si può fare con successo contro queste forme di violenza.

Oggi abbiamo a disposizione tecnologie efficientissime che ci fanno sapere per tempo se il feto è sano e permettono di evitare rischi per la salute della donna, un valore indiscutibile.  Ma da un punto di vista più freddo, guardando il fenomeno in modo strettamente biologico, riducendo in gran numero i nati, ad esempio, con sindrome di Down, provochiamo un’oggettiva diminuzione del patrimonio genetico della specie umana. Lo facciamo per evitare sofferenze in modo culturalmente accettabile, tecnologicamente pulito, umanamente comprensibile. Ma inquieta pensare che con una buona e condivisa tecnologia, con un dispositivo di prevenzione della patologia (e della presunta anormalità) si possano raggiungere, per cifre presumibilmente superiori ai 250.000 stimati uccisi dai nazisti, i risultati di igiene genetica che i nazisti stessi si proponevano. 

Naturalmente quanto detto sopra, se guardato con occhi ideologici può risultare indigeribile o esser strumentalizzato. Voglio qui segnalare in anticipo che quei rappresentanti spietati della vita che negano il diritto delle donne a decidere serenamente del loro corpo e della loro esistenza, o negano una fine dignitosa a persone in condizioni di dolore e non senso inaccettabili, non sono autorizzati a strumentalizzare la semplice “problematizzazione” descritta sopra. Anche perché tra loro, seppur spesso in buona fede, alberga l’esercizio di una violenza che sa poco di vita e molto di morte. Violenza agita spesso in nome di un Dio molto poco misericordioso costruito a loro immagine e somiglianza. 

Gli altri

Non so quante siano complessivamente le vittime delle traversate di esseri umani che fuggendo da tragedie immani cercano di arrivare in Europa. Decine, centinaia, migliaia. Ma anche se fossero pochi sarebbe lo stesso. Una nave di soccorso, generalmente non governativa, interviene nel Mediterraneo salvando un certo numero di queste persone. Il Ministero competente, allora, interviene e invia la nave in un porto sicuro. Ad esempio, Savona. Un porto sicuro, ma lontano. Tra andata e ritorno, quando non ci sia anche un fermo amministrativo quella nave non potrà tornare nel più breve tempo possibile a prestare soccorso a esseri umani in grave difficoltà. Le fila di destra e di sinistra della selezione, una volta scesi dai treni ad Auschwitz aleggia qui nel suo spirito più profondo. In quel tempo di assenza della nave soccorso nel mar Mediterraneo non saranno assenti, al contrario, le carrette stipate di persone disperate e speranzose. E in molti moriranno.

“Moriranno” non è una cosa tipo “staranno male, soffriranno, avranno qualche disagio, ma poi tutto torna a posto”. Moriranno, è definitivo. Persone, donne, fanciulli e fanciulle, neonati, uomini, moriranno. E in modo orribile, se qualcuno di noi ha il coraggio e la capacità di immaginarsi fradici al buio in alto mare di notte, al freddo, stipati su un ferrovecchio traballante quando va bene in balia del mare quando va male. E moriranno perché qualcuno, con le sue decisioni politiche, istituzionali, gestionali perfettamente legittime, ti farà morire, senza rispondere delle conseguenze dei suoi atti. Crimini legalizzati. Decisioni “legittime”, prese dentro un parlamento che vota dopo essere stato votato in libere elezioni, dietro la scrivania di un ufficio ministeriale, al caldo d’inverno e al fresco d’estate, facendo magari benissimo il proprio lavoro, con rigore ed efficienza. In fondo, al netto delle dichiarazioni feroci e delle urla aggressive di questo o quel ministro, al netto del rumore, è tutto molto semplice e lineare. Tutto legale, tutto a norma. Persino formalmente democratico. Perché democraticamente determinato. Da dormirci la notte. Di cosa vorremmo accusare una presidente del consiglio, un ministro dei trasporti, un ufficiale dell’esercito o della marina. Di far rispettare procedure e leggi? Di aver fatto bene il proprio lavoro? Non ci sono campi di sterminio oggi in Italia, anche se possiamo considerare di concentramento certi centri detentivi dove vengono chiuse illegalmente persone che non siamo noi (per ora), ma inviando una nave in un porto sicuro e lontano posso provocare la morte di esseri umani in modo pulito e indolore, non visibile e non disturbante. Non dovrò avere la complicazione di distruggere i forni crematori per cancellare le tracce del mio operato.

si può immaginare un politico che partecipa a una cerimonia, “perché la Shoah non si ripeta”, che nello stesso tempo agisce facilitando la morte dei molti migranti a cui rendono difficile, impossibile, un approdo sicuro

E si può immaginare un politico che partecipa a una cerimonia, “perché la Shoah non si ripeta”, che nello stesso tempo agisce facilitando questi omicidi. Senza nessun senso della contraddizione. Senza nessuna fatica morale, sentendosi anche potente, giusto e giustificato. Perché quelle morti sono di persone indesiderabili, nemici, esseri inferiori, forse addirittura non persone. Che minacciano i nostri confini. E non sono certo come noi. Comunque, pericolose, se non altro per il rischio che comporta difenderli in un contesto elettorale. Quest’ultimo motivo più che sufficiente per chiudere un occhio sui loro naufragi umanamente irrilevanti.

Ora, non vedere il collegamento tra ciò che è accaduto ottanta anni fa e questi fatti significa coltivare una memoria chirurgicamente confinata a un passato che non dialoga con l’oggi. Significa non avere memoria del presente.

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria. Una ricorrenza decisa dal parlamento italiano all’unanimità nel luglio del 2000. Si tratta di una legge importantissima, forse una delle più importanti nella storia repubblicana anche in virtù di quella unanimità parlamentare che la rese possibile e che oggi è merce davvero molto rara.

La legge consta di soli due articoli che vale la pena riportare per intero:

Articolo 1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, «Giorno della Memoria», al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

 Articolo 2. In occasione del «Giorno della Memoria» di cui all'articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

Il campo è ben delimitato. Non si citano i Rom, gli omosessuali, segnalati con triangolo di stoffa rosa i maschi, nero le femmine. Nessun riferimento ai testimoni di Geova. o ai criminali comuni. Tutte persone di serie b o c a seconda degli interlocutori. Si fa riferimento alla Shoah e alla persecuzione di chi era considerato un pericolo per il disegno sociale nazista. Si punta l’attenzione sulla divulgazione di riflessioni e conoscenze soprattutto nella scuola. Affinché non si ripetano quegli eventi. Si parla di educazione nelle scuole, ma mai nei luoghi di vita degli adulti, soprattutto gli ambienti di lavoro fingendo che questi siano già educati, già formati, al riparo da possibili derive ideologiche, culturali, umane.

La Giornata della Memoria è forse una delle cose più importanti, simbolicamente e politicamente che il mondo politico italiano abbia prodotto. Unanime condanna, indipendentemente dal colore politico, di un fatto storico: l’annientamento di milioni di persone. Uno sterminio industriale nei confronti di ebrei, rom, omosessuali, politici, “devianti”. Tutti diversi, da estirpare dal giardino delle rose che siamo noi, in nome di una identità suprematista. Una giornata che sancisce la condanna e il rifiuto del dramma della Shoah che ancora oggi, come avevano previsto alcuni generali americani quando portarono i civili tedeschi a vedere i cumuli di cadaveri nei campi di concentramento per evitare che non credessero ai racconti e negassero quello che era accaduto, qualcuno si sforza di negare e che quindi anche per questo giustifica ampiamente una legge che intenda salvaguardarne la memoria.

Con intenti nobili, ogni anno si pubblicano nuovi libri, si fanno iniziative e commemorazioni soprattutto con riferimento alla persecuzione degli ebrei con gli ormai pochi e poche sopravvissute alle quali, in linea di massima, si tributa rispetto, gratitudine per la loro testimonianza, spesso per la loro postura morale e civica. Si alimenta la ricerca e si producono film eccellenti (La zona è un capolavoro in linea con i contenuti di questo scritto) anche al netto della produzione di paccottiglia che sfrutta la ricorrenza per vendere intrattenimento giocando sulle emozioni di persone sensibili umanamente e politicamente. Certo, salvo i soliti imbecilli, che trovano soddisfazione nel provocare contando sulla reazione indignata di molti di noi, ma in questo modo facendoci astutamente prigionieri. E rendendoci molto distratti.

 

Chi ricorda

Il 22 gennaio del 2024 il giornalista Corrado Augias ha dedicato una puntata del suo programma “La torre di Babele” alla Giornata della Memoria. In studio c’era Annalena Benini, direttrice del Salone del libro di Torino e conduttrice di un programma Rai intitolato Pietre d’Inciampo, una docuserie in sei puntate che racconta le storie di persone catturate e inviate nei campi di concentramento. L’intervista era costellata di spezzoni di un dialogo tra Augias e Liliana Segre, registrato nel Memoriale della Shoah di Milano. La bellezza di questo confronto stava nello spessore dei due interlocutori, nel loro stile gentile, nelle loro dichiarazioni colte e semplici di chi si può permettere, anche per età, il lusso di dire non solo ciò che pensa, ma anche ciò che sente senza timori e senza crepe. In quel dialogo non c’era niente di paludato, ma riflessioni a confronto e anche qualche contrasto che lo rendevano fresco e godibile, nonostante la crudezza dei contenuti. Contenuti pregevoli nel loro onesto intento di non rassicurare con dosi abbondanti di retorica come purtroppo spesso tocca sopportare nelle commemorazioni ufficiali, spesso svolte da politici che hanno imparato a memoria la filastrocca del “perché non accada mai più” recitando malissimo il ruolo, non sentito, di chi millanta sentimenti e passioni che non prova.

oggi più che mai bisogna coltivare la memoria, nella consapevolezza la memoria sia destinata a scomparire. 

Due cose scelgo di appuntare. La prima è proprio questa idea di coltivare la memoria perché ciò che è accaduto non accada più. La seconda il convincimento di Augias, e ancor più di Liliana Segre, che la memoria sia destinata a scomparire. Due temi piuttosto incompatibili, se ci si pensa bene.

La prima affermazione, ripetuta anche da Annalena Benini, anche se inserita in un suo discorso condivisibile e interessante, è comunque un cliché molto semplificato del presunto potere taumaturgico della memoria. Molto diffuso, presuppone che ci sia una sola memoria e che chi ricorda, per questo semplice fatto, non compirà mai più niente di analogo. Coltivando la memoria dovrebbe essere palese, e quindi automatico, il rifiuto dell’orrore. Impossibile non stare dalla parte giusta, si pensa. Si è diffusa quindi, indipendentemente dall’oggetto da ricordare, l’idea che la memoria sarebbe un antidoto di per sé. Una specie di farmaco miracoloso.

Coltivare la memoria perché “non accada mai più” invece, è cosa legittima, comprensibile sul piano della speranza, ma illusoria e pericolosa nella sua semplificazione. Dimentichiamo che la memoria non può essere comune. Comune può essere l’accettazione del fatto storico, ma vittime e persecutori non ricordano le stesse cose e le interpretano in modo diverso. C’è da dire poi che in generale i persecutori quasi sempre, storicamente, l’hanno fatta franca, cosa che non induce di per sé a possibili loro ripensamenti e al contrario può portare alla conferma delle motivazioni identitarie che hanno “giustificato” certe azioni. Se non pago per ciò che ho fatto, psicologicamente ho conferma che avevo ragione. E questo è il messaggio che si diffonde. Ci sono persone, insomma, che ricordano con piacere e convinzione quegli accadimenti nelle premesse dei quali si sono identificati. Per loro ricordare è motivo di identità ed è sufficiente per continuare convinti a perseguire gli scopi profondi di quella storia: migliorare il mondo eliminando, in modo soft o hard poco importa, chi è considerato per idee o per il solo fatto di esistere un fattore di disturbo. In Germania, nel 2024, ha destato scandalo e manifestazioni di protesta che hanno coinvolto un milione di persone la scoperta di un incontro organizzato dall’estrema destra a cui hanno partecipato anche imprenditori, conservatori e professionisti per promuovere un processo di espulsione di massa dal Paese di non meglio identificati stranieri. Non si ripeterà il campo di sterminio, ma è difficile non pensare che le premesse per cui si realizzarono sono ancora ben salde e possono dare luogo a forme diversificate di discriminazione. In ogni caso non è detto che la storia dei lager non si ripeta, come ammonisce Primo Levi. Dipende da chi assumerà il potere. E oggi nazionalisti, populisti e fascisti sembrano in buona posizione. Sembrano ben predisposti, nascosti a volte dietro modi gentili e vestiti di buona fattura.  Del resto, anche la parola “guerra” che ci sembrava dimenticata e che invece è molto presente nelle nostre strutture linguistiche culturali e sociali sembra oggi una possibilità reale e per alcuni un auspicio da realizzare. Il 18 aprile del 2026 a Milano è prevista una “grande manifestazione sul tema remigrazione. Il vice presidente del consiglio Matteo Salvini ne è uno dei principali organizzatori.

Abituati a pensare al tempo con il metro di misura della nostra vita media individuale scivoliamo a pensare che ottanta, cento anni fa siano il passato, senza renderci conto che quella è la nostra contemporaneità.

Come si vede, governi e movimenti nazionalisti, anche in casa nostra, riesumano contenuti, idee, concezioni etniche e territoriali, che sembravano scomparse ma in realtà sono sempre stati presenti, ma non dicibili. Oggi, soprattutto gli Stati Uniti, con la folle presenza di Donald Trump, hanno dato il permesso di esplicitare ciò che qualche anno fa era impensabile. Ma non è qualcosa che credevamo debellata e ora ritorna. Se infatti è così facile riattualizzare cose del “passato” allora significa che non sono cambiati alcuni elementi di fondo del funzionamento delle nostre culture. È proprio in nome di certa memoria che oggi sono particolarmente attivi sovranisti e fascisti anche sotto mentite spoglie. La verità è che ciò che è accaduto ottanta anni fa non è mai passato e nelle strutture mentali e relazionali è ancora il nostro presente. Abituati a pensare al tempo con il metro di misura della nostra vita media individuale scivoliamo a pensare che ottanta, cento anni fa siano il passato, senza renderci conto che quella è la nostra contemporaneità.

Rispetto ad allora non è cambiato nemmeno il potere della parola come modo per costruire qui e ora la realtà. I linguaggi politici dell’ultima ora testimoniano come i processi che portano ciclicamente al governo regimi autoritari e il corredo di parole d’ordine che le accompagnano siano rimasti intatti.

Coltivare la memoria purtroppo non è un antidoto, perché di memorie ce ne sono fin troppe ed è illusorio pensare che possano essere condivise.

Ma c’è anche altro che per essere osservato richiede di cambiare la postura e lo sguardo. Richiede di saltare a un altro livello logico. Ad esempio, guardando ai meccanismi gerarchici che generalizzati impropriamente possono continuare ad alimentare una visione del mondo basata su criteri della dimensione, della crescita quantitativa, del dominio, dell’appartenenza esclusiva a una parte per definizione sempre superiore all’altra, del bisogno di riconoscersi tra “pari”, creando quindi “dispari” da escludere o punire in nome di valori simbolici potenti, della competizione che alimenta il peggio di noi. È Il lato ombra della parola comunità, oggi molto in voga in una accezione legittimamente positiva. Ma pericolosa, se intesa solo in questa accezione positiva perché, necessariamente nasconde le potenziali nefandezze presenti in qualsiasi organizzazione umana.

Impossibile non accorgersi che tutto questo, tutta questa cultura, si produce e riproduce anche in “un moderno stabilimento industriale”. Nei luoghi, nelle organizzazioni che abitiamo e che contribuiamo a definire. Dove si costruisce la nostra personalità a volte in modo più netto e incisivo di quanto assorbiamo nelle nostre storie familiari. Dove diamo per naturali modi di relazionarci che implicano divisioni e gerarchie di importanza delle vite che convivono. 

Fin tanto che non metteremo mano ai processi e ai disegni organizzativi basati sulla competizione e sul dominio, in primis nelle imprese e nella politica, subiremo o saremo portatori più o meno insani di valori autoritari e violenti. Su questo piano non si salva nessuno. Nemmeno, spesso, chi fa della pace la sua bandiera. 

Sottolineo ancora una volta il concetto: l’idea che queste concezioni “fasciste” apparentemente vecchie riemergano a distanza di tempo come l’acqua di un fiume carsico non regge. La memoria, infatti, non riguarda i fatti, ma le loro interpretazioni e ricostruzioni che non sempre hanno a che fare con la verità. Benedetto Croce diceva che gli storiografi più bravi sono quelli che hanno il pregiudizio migliore. Quelle concezioni sono sempre state attuali nei nostri contesti di vita e di apprendimento e la democraticità maggiore o minore dei nostri sistemi politici, insieme alla retorica antifascista, ci hanno distratto da prenderne consapevolezza e da assumercene la responsabilità.

La memoria, infatti, spesso non riguarda i fatti, ma le loro interpretazioni e ricostruzioni che non sempre hanno a che fare con la verità.

Dimenticare

Il tema della memoria, inoltre, non può essere banalizzato negando la possibilità reale e fisiologico, a volte necessaria dell’oblio.                                           

E qui veniamo alla seconda affermazione di Augias e Segre, uniti nella condivisione di un’amara verità: l’oblio, con il passare del tempo, prevarrà perché è un processo fisiologico inevitabile. E poi, aggiungo, ricordare alcuni fatti storici e dimenticarne altri, è una scelta.

Nessuno ricorda oggi il bombardamento delle nostre città da parte degli americani. Oppure le violenze nei confronti delle donne delle truppe alleate. E molto altro ancora. Molti giovanissimi non sanno e non provano emozioni di fronte a una foto di Giovanni Falcone. Ho conosciuto giovani educatori ed educatrici che non hanno mai letto niente di e su don Milani. Eppure, si tratta di persone vissute nella nostra contemporaneità. E potremmo fare una miriade di esempi che non riguardano gli altri ma proprio noi.

Ma allora cosa possiamo fare per non rassegnarci a questo declino della memoria? Se il ricordo di quei fatti storici si affievolisce, allora cosa potremmo imparare a ricordare in modo da favorire una utilità educativa di quelle vicende. In altre parole, quando saranno scomparsi tutti testimoni, cosa rimarrà da ricordare nel nostro presente?

C’è poi una memoria implicita, conosciuta a pochi. È la memoria che rimane nei luoghi dove si sono svolte le carneficine. Rimane nei patrimoni mentali delle famiglie che hanno subito la violenza sulla propria pelle. Rimane, magari implicitamente, srotolando generazione dopo generazione, il seme della sua drammaticità, ma con effetti nefasti soprattutto quando non elaborata, quando nascosta e per questo non discussa fino a diventare non più discutibile. È una memoria fatta di tracce, di paure che rimangono. Che si tramandano di generazione in generazione, fatta anche di silenzi e non detti. La memoria della strage di Monte Sole rimane nel silenzio di quegli spazi disabitati, nell’abbandono irreversibile di quelle rovine, mai più ricostruite. Rimane nei discendenti di quelle vicende in forme a noi, maggioranza silenziosa o rumorosa, sconosciute. Non rimane però nell’opinione pubblica più generale e non è condivisa, salvo in alcuni momenti, come in certi giorni di commemorazione, quando però la condivisione è spesso formale e, talvolta paradossale. Non rimane nella carne della politica che oggi non prevede nemmeno contesti di formazione su questi temi e che in parte, quando ricorda, lo fa in maniera dissociata o addirittura per riproporre proprio le logiche politiche che permisero quegli accadimenti. Così, al netto dei La Russa e delle Meloni che proprio niente hanno a che fare con un ricordo generativo di anticorpi, smentiti poi da una quotidianità politica che dell’autoritarismo, dell’odio e della paura a cui sia accompagna violenza, hanno fatto la loro cifra esistenziale, a parte lo spessore del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e di molti sensibili e intelligenti, assistiamo spesso a commemorazioni stanche di uomini e donne che svolgono il compito senza generare nulla di significativo e utile e modificare le premesse, i presupposti umani, politici, sociali culturali e organizzativi che hanno portato alla Shoah. E che oggi sono evidenti e diffusi quando si vogliano vedere ad esempio le vicende di Minneapolis o i morti uccisi nel mediterraneo dalle politiche “democratiche” del nostro Paese. E ancora il genocidio (o come lo si voglia chiamare, tanto non cambia la gravità della situazione) di Gaza e la violenza dei coloni in Cisgiordania. Tutte situazioni che non sono lager, ma di quella vicenda ripropongono e attualizzano le mai scomparse logiche profonde.

E cosa potremmo “ricordare”, poi, oltre ai fatti storici, per quanto nelle nostre fisiologiche possibilità?

Potremmo ricordare le connessioni, le premesse culturali sociali, politiche, organizzative e manageriali che resero possibili quei fatti. Dovremmo ricordare le forme di pensiero e di relazione che sono nascoste nelle pieghe della nostra quotidianità. Forme di pensiero all’opera quando assistiamo, subiamo o provochiamo azioni di mobbing; quando nelle nostre pratiche continuiamo a pensare alle donne come inferiori per cui mi sono sentito dire una volta da un collega tanto di sinistra che era inutile fare progetti di pari opportunità perché tanto le donne “sono nate per rompere i coglioni”.

Dovremmo osservare le organizzazioni strutturate scientificamente in modo da concentrarsi solo su un pezzo della vita professionale considerandolo superiore a tutti gli altri, quello vero che in nome dell’efficienza e dei risultati legittima il disinteresse delle persone che vivono e lavorano e che è lo stesso presupposto che ha permesso di compiere le stragi o di realizzare un campo di sterminio considerandolo un normale lavoro, ordinario e magari ben remunerato e anche premiabile. Dovremmo osservare quelle premesse “suprematiste” all’opera nel rendere immuni le persone dalle conseguenze sociali del loro lavoro in nome di una sola tipologia di risultati selezionati come unici e veri (generalmente il profitto), mentre tutto il resto non conta o non esiste. Dovremmo vedere come le logiche neoliberiste, sia in campo economico, sia in campo organizzativo e manageriale trascinano con sé logiche autoritarie che con la democrazia dichiarata e sbandierata nulla hanno a che fare e che anzi producono culture relazionali faticose, difficili, patologiche e comunque produttrici di sofferenza gratuita. Tutte cose presenti nelle nostre esperienze di vita e che in maniera più o meno chiara ci fanno stare a disagio. Ma alle quali poi ci conformiamo senza accorgerci di quanto ci conformino a loro volta e quanto finiscano per formattare le nostre anime e i nostri cervelli predisponendoli ad accettare l’inaccettabile che si dovesse riproporre e che si sta riproponendo in forme diverse ma riconoscibili dagli stessi tratti: la supremazia e il dominio. Nelle questioni di politica internazionale come  nella nostra quotidianità, pubblica e privata.

In un libro di Douglas R. Hofstadter intitolato Godel Escher Bach una eterna ghirlanda brillante c’è una bellissima definizione dell’intelligenza umana. Tra le altre cose si legge: “trovare somiglianze tra situazioni diverse nonostante le differenze che possono dividerle; e “notare distinzioni tra situazioni nonostante le somiglianze che possono unirle”.[2]

Dobbiamo esercitare la nostra intelligenza anche per quanto riguarda i fatti storici, possibilmente non confondendo la speranza e la volontà che certi fenomeni non si ripetano, con la realtà della complessità nei quali non siamo spettatori, ma attori, responsabili anche se spesso inconsapevoli. È necessario fare tutti gli sforzi possibili per non dimenticare, ma abbiamo bisogno di guardare in modo diverso alla memoria. Non si ricordano solo i fatti, ma anche le interpretazioni dei fatti. E non possiamo più permetterci di rimane impigliati in un solo livello logico. Quello ad esempio che ritiene antisemitismo la critica a governanti criminali dello stato di Israele. Critica no solo legittima, ma oggi limpida e pacifica professione di antifascismo perfettamente in linea con “perché non accada mai più”.

Dobbiamo esercitare la nostra intelligenza sui fatti storici, non confondendo la speranza e la volontà che certi fenomeni non si ripetano, con la realtà della complessità nei quali non siamo spettatori, ma attori, responsabili anche se spesso inconsapevoli 

E poi dovremmo smetterla di concentrare la nostra attenzione sulla scuola come auspicato dalla legge. Ormai da anni, noi adulti, con l’aria saccente di quelli che la sanno lunga, per qualsiasi problema, dai drammatici cambiamenti climatici, alla guerra, e anche per il Giorno della Memoria, ripetiamo pedissequamente il ritornello che dobbiamo cominciare dalla scuola. Certo, la scuola è importante. Ma questa ripetizione ossessiva tradisce il fatto che così ci sciacquiamo la coscienza dal capire noi stessi e dal cambiare noi stessi. Vogliamo che si insegni a scuola come il mondo dovrebbe essere continuando imperterriti a mantenerlo così com’è quando non a peggiorarlo. Insegniamo a scuola cosa sia la pace e poi continuiamo imperterriti a guerreggiare tra noi rendendo le nostre organizzazioni e la politica luoghi da abbandonare o a cui non avvicinarsi nemmeno, come testimoniato da tanti giovani che rifuggono l’inserimento aziendale come qualcosa di incompatibile con i propri convincimenti di una vita buona. E come testimoniano, per gli stessi motivi, tanti che nelle organizzazioni già ci sono e le abbandonano o sognano disperatamente di poterlo fare. Insegniamo a scuola la sostenibilità e continuiamo a inquinare e a mantenere stili di vita e di lavoro insostenibili, con le stesse logiche di sempre e magari con il fastidio anche di dover ottemperare a qualche legge che ci vorrebbe convincere a cambiare.

I nostri figli hanno il diritto di tornare a casa, dopo essere stati formati e educati trovando adulti consapevoli e più formati di loro. Se questo non accade allora si ha il diritto di pensare a una nostra disonestà di fondo che giustifica ai loro occhi la nostra mancanza di autorevolezza.

Certo però, dobbiamo anche dire che essendo le scuole luoghi di lavoro, forse allora sono gli unici nei quali gli adulti sono “costretti” a fare esercizio di memoria. E allora da questo punto di vista dovrebbero essere le scuole da esempio per le aziende e non viceversa.

Dovremmo cominciare proprio dai luoghi di lavoro se vogliamo essere credibili agli occhi dei giovani e se ci vogliamo candidare a essere esempi veri e non ciarlatani con il dito puntato e il petto in fuori. Nei luoghi di lavoro che sono i luoghi elettivi, oggi, della nostra socialità. Dove si impara sulla vita e sulla morte molto oltre il lavoro in sé. Dove ci si fa una idea del mondo, degli altri e di noi stessi che può anche essere falsa, artificiale e lontanissima dal benessere relazionale a cui abbiamo diritto e che abbiamo il dovere di perseguire. È qui, infatti, che si impara a competere, anche se ci hanno educato diversamente a scuola o altrove. È lì che si impara a farsi la guerra, a costruire relazioni insane e tossiche che poi ci portiamo a casa. È lì che continuiamo a giudicare le persone come più o meno importanti, spesso in base a criteri artificiali che prescindono dalla ricchezza umana delle persone che sono molto, molto più dei ruoli che interpretano in maniera più o meno convinta. Ruoli spesso inadeguati a renderci felici.

È lì, ad esempio, che usiamo la parola gerarchia. Non sono un amante delle organizzazioni piatte, ma nemmeno credo che tutto debba essere gerarchizzato. E soprattutto sarebbe ben diverso parlare di punto di equilibrio tra organizzazione verticale e orizzontale, da modificare a seconda del compito, delle relazioni, della diversa competenza, conoscenza, maturità, età e acquisita esperienza dei suoi attori delle sue attrici. Ci sono esperienze interessanti che mantengono una forma organizzata e che non legittimano però, la possibilità che la parola gerarchia induca ad accettare come possibile, e a volte come inevitabile, la presenza di gerarchi o di oligarchie autoreferenziali che hanno molto da prendere, ma pochissimo da offrire, non solo alla propria organizzazione, ma all’umanità intera.

Sogno che nel Giorno della Memoria, ma senza alcuna pretesa salvifica, nei luoghi di lavoro si parli di questi temi collegando la storia al presente. Si leggano passi come quelli citati all’inizio di Primo Levi e si rifletta ad alta voce su come funzionano i “nostri stabilimenti industriali”.  Che si parli di “banalità del male” nelle nostre esperienze, per guardare all’oggi nel nostro concreto quotidiano e non solo a un fenomeno percepito come lontano nel tempo e quindi dimenticabile.

Sapendo che tutti questo sarà poco utile se non si accompagnerà a cambiamenti nelle nostre strutture e nelle nostre culture. Anche individuali. Prima che sia troppo tardi. Prima che si diventi tutti umanamente incompetenti. Magari tecnicamente bravi, ma umanamente incompetenti. E quindi non professionali. Perché è l’ora anche di rivedere le nostre concezioni della professionalità, proprio a partire da quella, presunta, di coloro che erano bravissimi a organizzare i treni della morte o a costruire efficientissimi forni crematori, tecnici irreprensibili di cui non abbiamo più bisogno.

Forse se esercitassimo la memoria anche in questo senso, se invece di ricordare solo singoli accadimenti della storia sperando di ostacolarne la riproposizione senza alcuno sforzo adulto, se si connettessero al presente per migliorare le nostre relazioni, allora l’oblio fisiologico inevitabile potrebbe essere sostituito da una maggiore consapevolezza della banalità del male, che allora come oggi non è mai scomparsa. E che oggi si mostra esplicita e apparentemente incontrastabile a tutti i livelli. A troppi livelli, per non renderci più preoccupati, ma anche più responsabili. Più aperti alla scomodità del confronto e meno a raccontarci la ninna nanna del ricordo perché non succeda più. Perché la prevaricazione, che è sempre violenta a intensità variabile, non è stata solo un problema esclusivamente nazista, non è mai sta interrotta e sta succedendo anche qui e ora.

Se invece di ricordare solo singoli accadimenti della storia sperando di ostacolarne la riproposizione, si connettessero al presente per migliorare le nostre relazioni, l’oblio fisiologico inevitabile potrebbe essere sostituito da una maggiore consapevolezza della banalità del male, che allora come oggi non è mai scomparsa.

Segnalazioni bibliografiche

Ho scritto questo testo nel dicembre del 2024, aggiornandolo via via. I riferimenti per approfondire sono moltissimi. Qui, però, mi limito a segnalare due testi recenti tra i più interessanti e stimolanti che mi sia capitato di leggere, sia per la loro capacità di analisi, sia per la quantità di esempi attuali e la capacità di proposta culturale e politica degna, aggiornata e fuori dai cliché commemorativi.

Lorenzo Guadagnucci, Un'altra memoria, Altreconomia Edizioni, Milano, 2025

Marco Aime, Federico Faloppa, I morti degli altri, Einaudi, Torino, 2025

Si tratta di libri potenti, ricchi di riflessioni e episodi politici, storici e quotidiani. Contengono inoltre una bibliografia eccellente, data la qualità e lo spessore degli autori.


Note

[1] Generalmente mancano tra gli obiettivi di una organizzazione produttiva il benessere, la cultura, la democrazia, a volte dichiarati in qualche statuto o carta di valori, ma poco, pochissimo praticati.

[2]  Questa la definizione completa: “Ma sono certamente caratteristiche essenziali dell’intelligenza:

reagire in modo molto flessibile alle varie situazioni; trarre vantaggio da circostanze fortuite; ricavare un senso da messaggi ambigui e contraddittori; riconoscere l’importanza relativa dei diversi elementi di una situazione; trovare somiglianza tra situazione diverse, nonostante le differenze che possono dividerle; notare distinzioni tra situazioni diverse nonostante le somiglianze che possono unirle; sintetizzare nuovi concetti vecchi e collegandoli in modi nuovi; produrre idee nuove”.

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 29 gennaio 2026

Enrico Parsi

Enrico Parsi / Direttore presso Scuola Coop