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Un invito alla collaborazione tra generazioni, a bordo della Stultifera Navis – A dispetto di ogni stereotipo generazionale!


Immersi come siamo negli stereotipi, condizionati dallo storytelling conformistico a cui ci siamo abituati e pigramente adattati, abbiamo finito per accettare come ovvie le molte semplificazioni pigre ed errate che descrivono generazioni in conflitto tra di loro come una realtà. Il conflitto viene raccontato, coltivato e alimentato, nell’informazione, sui Media, attraverso i memi e sui social, spingendo su stereotipi generazionali che vengono usati come strumenti (mai innocenti) al servizio di qualcuno o di qualcosa.

Lo stereotipo oggi predominante sui Baby Boomer li descrive come una generazione privilegiata e resistente al cambiamento, spesso percepita come scollegata dalle difficoltà economiche e sociali delle generazioni più giovani. Ai Boomer viene associato un privilegio economico, avendo beneficiato di un periodo di crescita economica senza precedenti, oggi negata alle nuove generazioni. Si guarda a loro come tecnologicamente maldestri e di essere cresciuti con una forte etica del lavoro che li ha resi resistenti a modalità di lavoro più flessibili. Lo stereotipo del Boomer conservatore, paternalista, arroccato nei propri privilegi, incapace di capire il presente, nostalgico di un mondo che non tornerà, impedisce a chi lo stereotipo ha fatto proprio acriticamente di capire una generazione di persone dalla memoria storica, dalla lunga esperienza dentro mondi alternativi a quello attuale, che hanno saputo essere innovativi nel costruire qualcosa nel tempo lungo e che dimostrano di avere ancora molto da dire anche oggi. Come tali non possono essere silenziati, tantomeno la loro memoria, con un semplice “OK boomer”, neppure ridicolizzati o messi da parte.

Lo stereotipo sulla Gen Z la racconta come distratta, superficiale, incapace di concentrazione, ostaggio dello schermo. È uno stereotipo che serve a squalificare in anticipo una generazione che ha la radicalità dell'urgenza, che è cresciuta in crisi e dentro una permacrisi, sa che il tempo stringe e non ha ancora imparato a rassegnarsi. Renderla infantile attraverso stereotipi di questo tipo è il modo più efficace per neutralizzarla prima che agisca.

Siamo tutti capaci a descrivere e analizzare il vecchio che si dissolve, facciamo sempre fatica a immagine il nuovo che sta emergendo. Il nuovo non è qualcosa che viene e basta sostituendo il vecchio che resiste, ma va letto e decifrato dentro il vecchio che sta passando o ha fatto il suo tempo, svuotandosi di significato.

Il modo per superare gli stereotipi può essere il ricorso a uno sguardo diverso. Smettere di guardare con le lenti delle generazioni ricorrendo a termini come “anziani” e “giovani”. Facendo questo si capisce che il problema non sono più i “vecchi” Baby Boomer e neppure i “giovani” della Gen Z, ma gli adulti, che oggi gestiscono il sistema, presidiano e gestiscono come loro le istituzioni, che hanno trasformato la loro giovinezza (da Baby Boomer, ma anche da Gen X) in carriera e la loro esperienza professionale, sapienziale, imprenditoriale, accademica, ecc. in potere. Più che i “vecchi” e i “giovani”, sono gli “adulti” che hanno interesse a tenere le generazioni tra loro separate, in conflitto, in modo che non possano nascere collaborazioni dalle quali possa anche nascere la scoperta di avere nemici comuni. Nemici che tanti Baby Boomer hanno già incontrato nella loro gioventù negli anni Sessanta quando inventarono la contestazione e la ribellione, mettendo in discussione i valori dei loro genitori, portando avanti rivendicazioni sui diritti (scuola in primo luogo), salariali, sulla parità uomo-dona, sull’ambiente, politici, sindacali, ecc. Nemici che, per molti giovani della Gen Z, sono tali perché si sentono trattati come un problema da gestire, invece che come una risorsa da ascoltare.

Gli adulti, come potenziale nemico comune sia dei vecchi Baby Boomer sia dei giovani della Gen Z, sono oggi identificabili nella società attuale come adolescenti che hanno accettato passivamente, senza ribellarsi, il loro ruolo di consumatori. Come consumatori sempre meno interessati a dare un senso alle cose e sempre alla ricerca di una gratificazione istantanea, spesso associata all’acquisto del prodotto giusto, piegati a una narrazione conformista della realtà, quasi contenti di essere profilati e costantemente omologati.

Questi adulti, oggi in controllo, sordi alle tante crisi di un mondo pieno di crepe e in eterna permacrisi, non sembrano interessati alle rivendicazioni dei giovani e alla loro urgenza esistenziale di prefigurare scenari futuri nei quali riuscire a sperare. La costruzione di questi scenari passa anche attraverso un’alleanza con chi, come molti anziani Baby Boomer, non hanno mai abbracciato la pigrizia e l’inerzia, hanno sempre agito e lottato contro il potere, contro le convenzioni, i pregiudizi, gli stereotipi e le prevenzioni. Tra giovani e anziani non esiste oggi alcun conflitto generazionale, il problema sono gli adulti che sembrano essersi convinti e che vogliono convincere tutti noi dell’assenza di alternative, che si debba tutti conformarsi e coincidere, lasciando perdere la ricerca e persino l’idea del possibile. L’alleanza tra generazioni agli antipodi dell’esperienza biologica nasce oggi dalla stessa insofferenza verso chi ha fatto del realismo la propria ideologia. È un’alleanza tra chi, gli anziani Baby Boomer, ricordando che le cose potevano andare diversamente, coltivano la memoria del possibile, e giovani della Gen Z che sapendo che le cose devono andare diversamente, sentono l’urgenza del necessario.

A sostegno di un’alleanza tra giovani e anziani si sono espressi nel tempo numerosi filosofi, e non solo per motivi anagrafici o sentimentali. Per Hannah Arendt, che ha dedicato una sua riflessione al concetto della natalità come categoria filosofica fondamentale, la natalità è relazione. Ogni generazione inaugura qualcosa di nuovo. Ma lo inaugura sempre a partire da qualcosa che ha ricevuto. Karl Mannheim insiste sull’importanza del raccontare esperienze e vissuti che sono sempre irriproducibili e non possono essere insegnate per via didattica. Raccontare e ascoltare, l’ascolto reciproco, sono alla base del dialogo intergenerazionale autentico. Da questo dialogo può derivare quello che Hans-Georg Gadamer, nella sua ermeneutica filosofica, definisce come fusione degli orizzonti. Non sintesi o compromesso ma trasformazione reciproca che porta l'orizzonte di ciascuno ad allargarsi e a includere qualcosa dell'orizzonte dell'altro. Il risultato non è né il punto di vista del vecchio né quello del giovane, ma qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto produrre da solo.

Il dialogo tra anziani e giovani è oggi favorito da fenomeni che interessano la Gen Z, fenomeni come il knowledgemaxxing, una pratica di riappropriazione della ricerca come attività del tempo libero. È una risposta a quella che molti chiamano "fame intellettuale", determinata dal vuoto lasciato da anni di stimolazione accademica e da un'economia che premia la produttività a scapito del senso. Una volta si studiava per trovare lavoro, ora si ricerca per ricordarsi cosa significhi veramente appassionarsi a qualcosa.

La Gen Z affamata non è quella dello stereotipo di cui ho parlato sopra. È una generazione caratterizzata da una "giovinezza errante", priva di confini certi, disorientata nel relazionarsi con il polo più anziano della società, attratto oggi da forme di giovanilismo che non sembrano avere come obiettivo fondamentale la trasmissione della saggezza, della conoscenza, dell'esperienza. La fame intellettuale c'è e sta crescendo, nella consapevolezza che qualcosa bisogna fare se si vogliono futuri possibili meno paurosi di quelli che oggi sembrano presentarsi all’orizzonte. A fronte di una fame di questo tipo, manca spesso il cibo di qualità e manca l'incontro con chi potrebbe offrirlo senza condiscendenza.

Anche la generazione Baby Boomer si distanzia dal suo stereotipo. Si differenziano dai giovani della Gen Z per la loro profondità storica, per la pratica della lettura (lenta), per la memoria di momenti in cui le cose potevano andare diversamente. Hanno vissuto abbastanza da sapere che il presente non è eterno, che la realtà e i sistemi sono complessi, cambiano, che le crisi hanno una storia prima di avere una fine. Il rischio è che, per abitudine, per incapacità ad abbandonare categorie formatesi nei loro anni critici e quando erano giovani, possano scambiare la prospettiva con la certezza, di leggere il nuovo con categorie vecchie o superate.

La Gen Z porta nell’alleanza con gli anziani ciò che i boomer potrebbero (non tutti) aver perduto, la radicalità di chi non ha ancora imparato a rassegnarsi, l'urgenza di chi è cresciuto sapendo che il cambiamento climatico è reale, che le disuguaglianze si allargano, che le promesse del progresso non si sono mantenute. Questa è una generazione che è cresciuta in anni segnati da crisi e discontinuità, ed è per questo molto resiliente, e vuole diventare resistente. Ha la mentalità giusta per distruggere i silos e stimolare i cambiamenti.

Da soli, anziani e giovani, non sono autosufficienti nell’agire per costruire futuri possibili e diversi. I primi possono tramandare l'idea del possibile, che è precisamente ciò che il sistema vuole far dimenticare. I giovani possono agire quella possibilità con un'energia che l'usura del tempo potrebbe avere affievolito negli anziani. Insieme formano qualcosa che il sistema non sa come gestire. Un qualcosa che mette insieme memoria e urgenza, profondità e radicalità, esperienza, radicalità e impavidità.

Il dialogo e la collaborazione intergenerazionale tra anziani e giovani hanno però bisogno di spazi di incontro, richiede medium condivisi, luoghi nei quali esperienze diverse possano incontrarsi. Un medium che esiste da tempo (millenni) è il testo scritto, capace di attivare il dialogo, la lettura profonda come attività cognitiva, ma soprattutto come espressione di empatia strutturale, che si esprime nella capacità di abitare punti di vista diversi dal proprio, di tenere insieme temporalità lontane, di comprendere ciò che non si è vissuto direttamente. È esattamente la capacità che serve per il dialogo intergenerazionale.

Questa capacità è ciò che il sistema e il potere attuali stanno continuamente erodendo e lo sta facendo in entrambe le generazioni, nei boomer attraverso la sostituzione progressiva della lettura profonda con la fruizione rapida di contenuti digitali, nella Gen Z attraverso una formazione avvenuta dentro architetture dell'attenzione progettate per impedire la concentrazione sostenuta. Il risultato è paradossale ma preciso. Abbiamo tutti più strumenti di comunicazione, ma meno capacità di comunicare in profondità. Siamo più connessi e più separati.

In questo paradosso si inserisce il progetto della STULTIFERANAVIS. Una nave pensata come spazio sottratto alla logica della frammentazione, dove il tempo lungo del testo scritto è ancora possibile. La Stultifera Navis non è una piattaforma come le tante che già esistono. Non è un raccoglitore e fornitore di “feed”. Non è un luogo dove si accumulano contenuti finalizzati e scritti per generare e misurare “l'engagement” che producono. È una nave in viaggio senza destinazione o porti di attracco predefiniti, offre a chi sale a bordo, anziani e giovani, una possibilità di incontrarsi, confrontarsi, dialogare e agire per contrastare adulti che hanno trasformato il realismo in ideologia e l'assenza di alternative in legge naturale. La nave è un falò digitale, una comunità di pensiero e di conoscenza, è il luogo dove si tramanda l'idea del possibile, non come nostalgia, ma come strumento di analisi e di azione.

La STULTIFERANAVIS aspira a diventare un falò in grado di richiamare con la sua lucentezza e il suo calore persone di generazioni diverse.

L'invito rivolto ai giovani Gen Z a salire a bordo della nave non è condiscendente, non è un invito a salire a bordo per imparare da persone anziane.

L’invito tiene conto del fatto che giovani e anziani abbiano carte nautiche e modalità di navigazione diverse, ma anche della convinzione che solo insieme, anziani e giovani, si possano tracciare rotte che nessuno da solo potrebbe tracciare. L'invito rivolto ai boomer è altrettanto diretto. Non si chiede loro di insegnare ai giovani quello che sanno, ma di smettere a volere agire da custodi del passato per diventare interlocutori del presente, portando la loro profondità storica non come peso da trasmettere, ma come strumento di analisi da mettere in comune.

La nave è in mare aperto da inizio 2025. L'equipaggio non è completo, ma continua a crescere.

Le rotte già solcate sono state innumerevoli, ma rotte più interessanti sono quelle che non stanno ancora su nessuna carta.

Sali a bordo. Porta quello che sai. Preparati a imparare quello che non sai. 

Ogni passato non è mai compiuto ma aperto a nuove possibilità che ne rivelano l’incompiutezza. Il possibile è il nuovo che emerge, non viene dal futuro, ma emerge dal passato da ciò che è già stato. Il nuovo è una possibilità che ci offre il vecchio prima di sparire per sempre. 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 21 aprile 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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