Go down

Una breve recensione sul libro di Andrea Pezzi, La nostra Odissea.

L’ho acquistato e lo sto leggendo perché mi ha ricordato il mio libro NOSTROVERSO – Pratiche umaniste per resistere al Metaverso e il progetto della Stultiferanavis, metafora perfetta di un viaggio che non è verso un’Itaca del terzo millennio, perché Itaca forse non esiste più.


La sinossi del libro ci ricorda che “la nave è in frantumi sugli scogli dove l’hanno scagliata i venti impazziti” (interessante di questi tempi il frequente ricorso alla metafora della nave, come se tutti stessimo cercando di scappare dalla terraferma).

La nave è quella di Ulisse che dovrebbe riportarlo a casa, ma è anche quella di un mondo impazzito, in confusione, in preda a policrisi (globalizzazione, clima, geopolitica, tecnologia, povertà, disuguaglianza, ecc.) che non si vogliono affrontare e che stanno determinando l’emergere di fenomeni sociali, economici e politici in grado di condizionare e determinare gli scenari futuri in arrivo. Nel riconoscere lo stato di crisi, che è anche esistenziale, Andrea Pezzi ha scritto il suo libro per suggerire il ritorno all’umano, raccontato come se fosse la nostra Itaca del momento.

Il ritorno dovrebbe servire a riportarci su un percorso che ha contraddistinto da sempre il nostro essere umani, i nostri desideri, il nostro bisogno di riconoscerci e comprenderci nel nostro evolvere e nel nostro spingerci sempre più in là. Più che Itaca, la meta e la destinazione finale, la metafora vera dell’esistenza è il viaggio stesso, che è poi il senso di tutto, è la vita in sé. Itaca non è una destinazione, ma un modo di vivere i nostri giorni. Ma qui nascono e si infittiscono le domande da porsi sul come vivere questi giorni e come agire in essi.

Leggendo il libro ci si può ritrovare facilmente in molte delle riflessioni che ci raccontano lo spaesamento di molti verso un’era delle macchine-IA che ha cambiato le loro vite, è responsabile del loro malessere esistenziale e della loro dipendenza da schermi, smartphone, piattaforme social e oggi di intelligenze artificiali (chi non le usa alzi la manina!).

La condivisione di queste riflessioni non impedisce di trovare un po’ ironico, surreale (non nel significato alternativo e rivoluzionario che al termine aveva dato il Surrealismo) che esse siano state fatte da un imprenditore del digitale, fondatore di una piattaforma di intelligenza artificiale per l'advertising, per di più proponendo un ritorno all’umano usando l’Odissea come mappa. Il racconto in prima persona dell’autore è onesto, ma evidenzia la contraddizione nella quale si trova insieme a tutti noi, nell’era delle macchine-IA. È una contraddizione che pone una domanda cruciale sul fatto se sia possibile o meno (ri)tornare all'umano usando le stesse categorie che ce ne hanno allontanato. A seguire c’è la domanda di cosa possiamo veramente fare per operare questo ritorno sapendo che per farlo bisognerebbe uscire dalle aree di conforto nelle quali le nostre certezze ci hanno ormai confinati.

Il dispositivo narrativo adottato da Pezzi è seducente, sia nell’adottare un racconto esperienziale in prima persona, sia nel sovrapporre alla crisi contemporanea, associabile a fenomeni ed eventi come guerre, clima, intelligenza artificiale, globalizzazione, la struttura dell'Odissea di Omero. Nel libro i Lotofagi omerici diventano i dogmi che oggi ottundono la mente, i Ciclopi raccontano il capitalismo devastante, i Lestrigoni il pensiero binario e riduzionista, Circe la tecnologia (assimilabile alla IA) che ci ammalia tutti trasformandoci in porci, in semplici animali da allevamento, sempre comitted nel loro generare alimenti e risorse di nutrimento. L’allegoria su cui è costruito il testo è ben costruita, persino elegante, ma è descrittiva, non va in profondità, opera pur sempre una riduzione. Ogni complessità del presente viene schiacciata dentro uno schema narrativo di qasi tremila anni fa, come se la sofisticazione dei nostri problemi potesse essere ricercata nel passato e risolta dal semplice fatto di riconoscervi un pattern omerico.

Pezzi scrive che la nave è in frantumi sugli scogli e che è tempo di tornare. Ma tornare dove, esattamente? A quale umano, quello funzionale, ibridato tecnologicamente a livello cognitivo, computazionale, agente tra agenti, del presente continuo attuale o a quello irriducibile, intangibile, limitato e vulnerabile? L'Odissea racconta il nostos, il ritorno a casa, a Itaca, a Penelope. Presuppone che ci sia un luogo originario a cui fare ritorno, una condizione autentica da recuperare. Ma se proprio la tecnologia, quella stessa che Pezzi conosce intimamente, avendola creata e venduta, ha dissolto l'idea stessa di un'origine stabile, di un umano essenziale a cui tornare, che senso ha invocare un nostos, un ritorno a casa? Prima sarebbe importante definire a quale casa si voglia ritornare, quale Itaca possa ancora esistere in un’era macchinica che l’isola ha trasformato in spazio artificiale abitata sempre più da robot, macchine umanoide e simbionti vari, ben diversi ma anche più potenti e “cattivi” dei Proci umani con cui Ulisse dovrà vedersela al suo ritorno sull’isola.

La soluzione che propone Pezzi è un Umanesimo perenne identificabile come basato su empatia, logica, intuizione, astrazione e trascendenza. Tutto suona bene, è condivisibile. Come si fa a essere in disaccordo? La proposta però appare generica e quindi debole. Gli argomenti usati, le parole sono le stesse che incontriamo in mille modi diversi ma mai capaci di incidere realmente nel concretizzare un agire diverso dal fare e dal dire. Un agire cioè, anche conflittuale, radicale nelle sue posture e idee, capace di cambiare le cose. Tutti hanno incontrato aziende che hanno messo il cliente, la persona, il dipendente al centro. Molti hanno ascoltato TED talk, partecipato a eventi o visto cartelloni pubblicitari che recitano e promettono di mettere l’umano al centro. Messaggio sempre condivisibile, ma le parole usate lo sono per essere condivise, parole disincarnate, prive di conflitto, che non costa nulla proclamare, sostenere, promuovere, anche se poi di umano al centro ce n’è sempre di meno (basti pensare a tutta la retorica sulle competenze che hanno trasfomato l'umano in macchina) e il conformismo al quale si richiamano senza chiedere nulla da sacrificare, sembra l’esatto opposto di quanto comunicato.

La condizione per un vero ritorno all'umano, se mai fosse ancora possibile nella realtà ibridata attuale, richiederebbe forse di rinunciare a qualcosa. Bisognerebbe rinunciare ad ottimizzare e a semplicemente funzionare per provare a esistere, accettare l'inefficienza come parte dell’umano, sposare la lentezza. Questo Pezzi può dirlo ma la critica non va mai a fondo, non può farlo da imprenditore di successo che ha fatto fortuna automatizzando la spesa pubblicitaria. La sua posizione è strutturalmente contraddittoria, fondata sul predicare il ritorno all'umano mentre si continua a costruire i sistemi che l’umano lo stanno dissolvendo in meccanismi, funzionalità, automatismi, algoritmi.

C'è poi un problema metodologico più profondo. Pezzi ci conduce in un cammino a ritroso nella storia del pensiero attraverso Parmenide, Platone, Agostino, Lao-tze. È il classico shopping filosofico dell'autodidatta, un po' di presocratici, una spruzzata di platonismo, del cristianesimo patristico, un tocco di taoismo. Tutto viene armonizzato in una sintesi ecumenica dove le contraddizioni spariscono e i conflitti si appianano. Ma il pensiero non è un supermercato dove prendere gli ingredienti che ci servono per la ricetta che abbiamo già deciso di cucinare.

Il vero Ulisse omerico non torna a casa per ritrovare sé stesso in una sintesi umanistica. Torna per ristabilire l'ordine, per uccidere i Proci, per riaffermare il proprio potere. E se non ci fosse Atena, dopo l'uccisione dei Proci, Itaca si trasformerebbe in un campo di battaglia tra Omero, Telemaco e LAerte e i parenti dei Proci e le loro armate. L'Odissea non è una storia di auto-realizzazione, è anche una storia di vendetta, possesso, restaurazione violenta. Usarla come allegoria per un pacifico ritorno all'umano significa tradirne completamente lo spirito.

Finito il ragionar, l’erba salubre / Porsemi già dal suol per lui divelta,/ E la natura divisonne: bruna / N’è la radice; il fior bianco di latte; / Moli i Numi la chiamano: resiste / Alla mano mortal, che vuol dal suolo / Staccarla; ai Dei, che tutto ponno, cede.

L'intelligenza artificiale poi non è Circe. Circe trasforma gli uomini in porci, ma Ulisse resiste grazie all'erba magica datagli da Ermes, il moly che funziona come un antidoto, una sostanza che protegge. Noi oggi contro l’invadenza, la potenza prevaricatrice e estrattiva dell’IA non possediamo nessun moly, non c’e più nessun Dio come Ermes a proteggerci. Le virtù umanistiche che potrebbero aiutare a immunizzarci rendono immuni dalla trasformazione macchinica in corso richiede ben più una semplice elencazione per garantirci la protezione di cui forse abbiamo veramente bisogno. Parlare di empatia, di logica, di intuizione non basta, queste qualità non sono sufficienti, soprattutto in una fase nella quale siamo giù tutti trasformati, con la nostra stessa complicità e servitù volontaria.

La verità scomoda che il libro evita di affrontare è che non siamo naufraghi in attesa di tornare a Itaca. Non lo siamo perché siamo già tornati e abbiamo scoperto che Itaca non esiste più. O forse non è mai esistita. L’umano a cui Pezzi vuole tornare è una retro-proiezione, un'invenzione consolatoria. Non è un luogo da raggiungere ma un mito che sarebbe opportuno decostruire, svelare e smettere di raccontare(ci).

Riconoscere questa verità non ci deve rassegnare ad accettare la resa nei confronti delle macchine, della robotizzazione, automatizzazione e ibridazione, anche cognitiva, dell’umano. Una maggiore conoscenza e (tecno)consapevolezza potrebbe spingerci a riconoscere che la via d'uscita non può essere un ritorno, più o meno illusorio, ma deve essere un attraversare la realtà del nostro presente dominato dalla tecnologia nel tentativo, anche conflittuale di creare delle alternative, dei possibili, diversi, proprio quelli che l’umano è sempre stato capace di cercare e di trovare. La difficoltà sta nel fatto che tornare all'umano sembra essere diventata una missione impossibile, anche perché non sappiamo più cosa significhi essere umani. Descrivere cosa ci stia capitando, farlo anche in prima persona, raccontare la necessità di abbracciare virtù antiche, astratte, ritrovate andando a ritroso nel tempo, è utile ma non basta, bisogna agire. Nel farlo bisogna essere radicali nel pensiero, coerenti nei comportamenti, capaci di fare scelte e prendere decisioni anti-conformistiche, mai omologate, coraggiose.

Quello che serve è un pensiero più radicale, più disposto a mettere in discussione le proprie certezze. Serve la disponibilità a rinunciare, non solo a rivendicare e a condividere. Serve forse smettere di credere che ogni crisi abbia una soluzione, che ogni Odissea debba finire con un ritorno felice.

In conclusione, il limite di La nostra Odissea non sta nelle buone intenzioni del suo autore, ma nella sua incapacità a vedere la propria complicità. Un imprenditore tech che predica il ritorno all'umano è come Ulisse che, dopo aver ucciso i Proci, scrivesse un manuale sulla non violenza. La contraddizione non è un difetto accessorio, è costitutiva. Il vero nostos oggi non è cercare il riposo nell’Itaca finalmente ritrovata, ma di abitare consapevolmente, criticamente e responsabilmente il naufragio nel quale siamo tutti coinvolti e smettere di raccontarci l’esistenza di Itache o di mappe che ce la indicano come porto sicuro. Di porti sicuri, come sta insegnando anche la geopolitica del nostro tempo, non ne esistono più, inutile eleggere a casa qualcosa che non esiste più. Non ci servono umanesimi perenni, ma umanesimi radicali, quelli di cui parla Francesco Varanini. Il ritorno all’umano può avvenire ritrovando il nostro essere incarnati (il NOSTROVERSO come l’ho raccontato in uno dei miei libri), ma anche contribuendo ad alimentare una prospettiva filosofica e critica che non si limita a parlare di umano ma possa promuovere un sapere inclusivo, democratico, capace di opporsi e confliggere con l’egoismo, l’individualismo e il narcisismo oggi diffusi. Nel fare questo però bisogna elaborare una critica profonda alle narrazioni conformistiche e edulcorate (piacione come quelle ruffiane delle IA) correnti, alle rappresentazioni culturali e politiche che fanno loro da contesto e contorno. Bisogna mettersi in gioco, entrare nel merito dei problemi e delle criticità di un’epoca nella quale sono venute meno tutte le regole, si estende il predominio del (tecno)capitalismo delle piattaforme e di poche aziende High Tech che hanno preso il controllo economico e politico del mondo. Non basta raccontare, è necessario concepire o fenomeni culturali analizzati come determinati dall’orizzonte storico e discorsivo, conflittuale, che li influenza.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 09 febbraio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

https://www.stultiferanavis.it/gli-autori/carlo