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Il mio libro 𝗧𝗘𝗖𝗡𝗢𝗖𝗢𝗡𝗦𝗔𝗣𝗘𝗩𝗢𝗟𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗘 𝗟𝗜𝗕𝗘𝗥𝗧𝗔' 𝗗𝗜 𝗦𝗖𝗘𝗟𝗧𝗔 condiviso per intero sulla Stultiferanavis. Viviamo in una terra di mezzo, non solo geografica ma cognitiva. Viviamo nello splendore illuminato dai display dell’era tecnologica ma come umani siamo ancora al di qua della barriera che ci protegge dalla possibile barbarie e dall’oscurantismo. Non più sicuri della capacità protettive delle nuove tecnologie di tenere lontano l’inverno che sta arrivando (sperando che come nel Trono di spade non arrivi mai….), come le guerre in corso stanno testimoniando. Staimo sperimentando un periodo storico di durata non prevedibile e indeterminata, nel quale il vecchio ordine è morto ma non ne è ancora nato uno nuovo. Tutti percepiscono che gli eventi parlano di trasformazione, disruption e cambiamento, pochi sanno cogliere gli indizi e le propensioni insite nelle situazioni in movimento e rivelatori di ciò che sta affiorando ed emergendo, in termini culturali, politici e sociali.


"Molte piattaforme social sono paragonabili alle megalopoli moderne. Ci si può vivere da protagonisti ma anche passare inosservati, rimanere appesi alla vita per decenni o sperimentare la rapida obsolescenza della rugiada.”  

“Noi siamo la generazione che vive in mezzo ai divari, tra lo stile di vita postmoderno e le aspettative tradizionali, tra l’esplosione della tecnologia avanzata e l’ideologia del consumismo conservatore”. - L’eterno Addio, Chen Qiufan


Viviamo in una terra di mezzo, non solo geografica ma cognitiva. Pur vivendo nello splendore illuminato dai display dell’era tecnologica siamo ancora al di qua della barriera che ci protegge dalla possibile barbarie e dall’oscurantismo ma non più sicuri della sua capacità protettiva di difesa e di tenere lontano l’inverno che sta arrivando (sperando che come nel Trono di spade non arrivi mai….). Sperimentiamo l’interregno raccontato da Antonio Gramsci[1], un periodo storico di durata non prevedibile e indeterminata nel quale il vecchio ordine è morto ma non ne è ancora nato uno nuovo.

Tutti percepiscono che gli eventi parlano di trasformazione, disruption e cambiamento, pochi sanno cogliere gli indizi e le propensioni insite nelle situazioni in movimento e rivelatori di ciò che sta affiorando ed emergendo, in termini culturali, politici e sociali. 

πάντα ε, tutto scorre 

Tutto è in movimento, si muove silenziosamente, senza rumore, coinvolgendo ogni aspetto della vita delle persone. Tutto scorre e tutto si tiene, sconvolgimenti climatici e rivoluzioni tecnologiche, malessere sociale e gilet gialli, emarginazione e malessere psichico. Non è l’argomento principale di riflessione, di cinguettii e di talk show, ma è destinato a imporsi come tale. Quando lo farà il rumore sarà grande e assordante,[2] come quello di ogni evento dalla forza dirompente la cui caratteristica principale è di sorprendere, un evento in grado di “minare ogni schema stabile esistente[3]”. 

Nell’interregno attuale, alla fine del secondo decennio del ventunesimo secolo, la globalizzazione ha raggiunto il suo apice.  È entrata in una fase nuova, alla quale non è avulso il potere dirompente e trasformativo della tecnologia e delle sue molteplici rivoluzioni. Una fase di crisi politica, economica e sociale, di grandi e radicali cambiamenti che avvengono nel sottosuolo, in profondità, quasi senza rumore e senza che si abbia alcuna percezione delle trasformazioni lente ed inesorabili che stanno implacabilmente cambiando il mondo e la realtà. Una fase di crisi, caratterizzata da elevata e diffusa stupidità che trova le sue migliori manifestazioni sul palcoscenico politico, che molti vivono come felicitaria per la facilità con cui si interagisce e si comunica, si socializza e si condivide, ma che in realtà ha fatto aumentare l’ansia (che “…non deriva dalla povertà ma dall’iniqua distribuzione” – Confucio) e la solitudine, il malessere personale e la schizofrenia tra Sé e avatar vari con i quali ci si rappresenta online. 

Le trasformazioni sono testimoniate dai cambiamenti geopolitici, dall’emergere in politica, in modo imprevisto e improvviso, di movimenti populisti, radicali, sovranisti, che mettono in discussione lo stato delle cose presenti, anche se in modo contraddittorio, senza chiare strategie e non avendo ancora elaborato una visione degli scenari futuri che vorrebbero vedere realizzati. Il periodo di interregno può generare situazioni di instabilità, insicurezza e incertezza, determinate da eventi imprevedibili come quello dei Gilet Gialli e i loro epigoni violenti da Black Bloc (spesso semplici ladri professionisti o agenti provocatori infiltrati nelle manifestazioni). Può al tempo stesso procurare nuove opportunità per soddisfare bisogni emergenti e fornire nuove prospettive di sviluppi futuri. Il tutto deve però essere contestualizzato nei tempi tecnologici che viviamo. 

Nessuna visione del mondo o politica può oggi pensare di piegare la realtà alla propria ideologia o ai valori da essa espressi. Tutte le visioni devono fare i conti con il potere della tecnologia (Severino[4]), con la sua volontà di potenza e forza di accelerazione, con gli apparati tecno-scientifici che hanno assunto il controllo del mondo e stanno dando forma agli scenari futuri che arriveranno. A questa volontà non si può fare altro che contrapporre la nostra, senza alcuna nostalgia del passato. Nel tentativo, forse illusorio, di continuare a pensare di poter cambiare il mondo e farlo diventare diverso da ciò che esso è diventato. 

Il dominio delle macchine 

Le macchine stanno prendendo il dominio della vita di molte persone.Il processo è giunto a compimento nella nostra epoca, nella quale la società [tecnologica] parla all’uomo con un linguaggio subliminale che grazie alle tecnologie digitali cognitivamente intrusive si imprime nella sua anima a mo’ di imperativo categorico[5]. Il dominio lo stanno realizzando investendo sull’immediatezza dell’istinto e sulla forza delle passioni, ignorando il fatto che, come ha scritto Remo Bodei nel suo libro Immaginare altre vite, benché siamo ospiti della vita, nulla impedisce di consegnarsi a forze che pretendono di dettare il nostro destino. Un modo per resistere e opporsi è “educare e mettere argini alle passioni attraverso il consolidamento della volontà, incrementare le conoscenze grazie all’esperienza e alla riflessione, apprendere a risalire il corso del tempo a ritroso per mezzo della memoria…” personale e senza affidarsi a memorie esterne e di tipo tecnologico come quelle depositate nel Cloud e nei numerosi Big Data che lo hanno popolato. 

La tecnologia, non solo quella dell’informazione, sta conducendo un grande esperimento la cui cavia è la Terra (a suo tempo lo avevano fatto i Topi protagonisti costruttori dei romanzi di Douglas Adams[6]). Ha fatto una grande magia, ha stregato il mondo e lanciato un incantesimo potente (I put a spell on you - Because you're mine - You better stop the things you do - I said “Watch out!”) su tutti. Incantati e ipnotizzati possiamo semplicemente attendere che, come ogni magia, anche quella tecnologica scompaia, oppure provare a riflettere riappropriandoci della capacità analitica e logica, partendo dal contesto e dalle situazioni in cui si è immersi, con l’obiettivo di comprendere meglio quali siano i segreti nascosti di ogni incantesimo, i valori da difendere e i cambiamenti da facilitare e adottare. 

Molti di questi contesti sono virtuali, digitali e online, ambienti la cui persistente frequentazione ha gli stessi effetti provocati dalla dipendenza da videogiochi: una crescente incapacità a governare la relazione che ci lega a essi e a sottrarsi alla dipendenza. Un’incapacità che si manifesta ad esempio nella difficoltà linguistica a imbastire nella vita reale forme di comunicazione diverse da quelle apprese e praticate online, in assenza di corpo.

Tutti possono comprendere la differenza che intercorre tra una faccina sorridente, iconizzata su un display o attraverso un selfie, e la multi-varietà espressiva della comunicazione non verbale in presenza, ma un numero crescente di persone ha ormai difficoltà a abbandonare la prima per sperimentare il linguaggio richiesto dalla seconda. Un effetto della potente magia che la tecnologia ci ha fatto, imprigionandoci in mondi illusori, appartati e apparenti, capaci di coprire il vero volto delle cose (Il velo di Maya[7] di Schopenauer e della religione indiana), la loro sostanza e incidenza nella vita reale di ognuno. Il nascondimento è operato nei media digitali e nel loro continuo storytelling che dettano gli argomenti, le parole chiave, i racconti e le priorità. 

Media digitali e dimensione umana 

I media digitali sono diventati insostituibili, producono effetti con i quali è necessario misurarsi per non rimanere intrappolati in costruzioni preconfezionate ed edulcorate di realtà differenti da quelle che viviamo. Nella distanza tra le une e le altre sta la nostra possibilità di essere meno soli, più felici, in relazione empatica con gli altri. Accontentarsi di quanto offerto dai media tecnologici è una resa alla paura esistenziale di sperimentare realtà attuali che potrebbero anche riservare delle sorprese, comportare dei rischi e forse costringere a una consapevolezza maggiore, anche tecnologica, fatta di conoscenza (“diversa da quella veicolata dal torpore digitale[8]e utile per “farsi toccare dal mondo[9]), capacità di scegliere e di decidere, in modo quanto più possibile autonomo e libero. Il primo passo da compiere risiede nella capacità di analizzare gli stessi media che si usano come veicoli e strumenti di informazione, acculturamento e comprensione della realtà. L’analisi dovrebbe servire a interpretarli, smontarli e rimontarli, alla ricerca dei loro segreti e delle loro destinazioni d’uso, così come del loro ruolo nel determinare la vita dell’individuo e della società. 

Accontentarsi di quanto offerto dai media tecnologici è una resa alla paura esistenziale di sperimentare realtà attuali che potrebbero anche riservare delle sorprese, comportare dei rischi e forse costringere a una consapevolezza maggiore

Tutta l’attenzione è rivolta alla vita online e ai media sociali, alle intelligenze artificiali, a macchine intelligenti raccontate come capaci di apprendere (ne sono davvero capaci e stanno continuando a migliorare!), a robot algoritmici dotati di intelligenze specializzate, in ambiti come i giochi già oggi insuperabili da un essere umano.  È un’attenzione utilitaristica, dettata dai risultati e dalle soluzioni tecnologiche alle quali ci si affida, anche per prefigurare gli scenari futuri che verranno. Così facendo si finisce per defocalizzarsi dalla dimensione umana, dalla sua ricchezza e complessità (la vita umana non può essere ridotta a un bottone per esprimere un MiPiace). Una dimensione umana vissuta come deficitaria, come un impedimento al raggiungimento immediato di risultati, garantiti oggi in modo efficiente dal mezzo tecnologico.  

La dimensione umana continua però a essere protagonista nell’implementazione di azioni e di programmi, nel determinare scelte e significati, nel saper valutare e discriminare esperienze ed oggetti. Se da un lato la tecnologia tende a globalizzare, omogeneizzare, orizzontalizzare, uniformare e generare un conformismo sociale diffuso, la mente umana fa i conti con l’inconscio, con la differenza e la tensione creativa, con la contrapposizione dei punti di vista e di visioni del mondo, con l’eterogeneità, la riflessione critica e la consapevolezza (coscienza) del Sé. 

Leggerezza virtuale e pesantezza del reale 

La società è molto tecnologica ma continuiamo a rimanere schiavi di relazioni sociali obsolete. Grande è il divario tra la lucentezza e la leggerezza della vita digitale, con la pesantezza e la ricchezza della vita reale. 

Una vita oggi caratterizzata da precarietà e orari di lavoro massacranti, con ritmi di lavoro sempre più intensi (per farsene un’idea leggere le tante narrazioni che escono dai centri logistici di Amazon), paragonabili a quelli dell’era industriale con i suoi telai e le sue catene di montaggio. Una vita sempre più tecno-controllata con tecnologie per la videosorveglianza, ma anche sempre più regalata a attività percepite come prive di senso (illuminante sul tema l’ultimo libro di David Greber, Bullshit Jobs) e delle quali, se non ci fossero, non si sentirebbe alcuna mancanza. Una vita che fatica a guardare al futuro e che, invece di spingere a staccare la spina elettrica, suggerisce di staccare quella della mente per abbandonarsi all’illusoria serenità del mondo online. Un modo per dimenticarsi di lavori precari e debilitanti, salari insufficienti, debiti, costi crescenti e mancanza di prospettive per un futuro migliore. Un futuro le cui promesse sono andate nel tempo frantumandosi e, cosa più grave, per essere dimenticate, ingenerando passività e rinuncia a sognare altri futuri possibili.  

Non potendo dimenticare e dovendo prima o poi fare ritorno alla realtà, la vita digitale, vissuta con i sosia e alter ego digitali dei profili con cui ci si racconta online, finisce per diventare un’esperienza schizofrenica, di frammentazione delle esperienze soggettive, comprese quelle sociali e politiche. La frammentazione sociale rispecchia quella della comunicazione e del linguaggio, che in politica si esprime in fenomeni di polarizzazione dettati dalla crisi sociale così come da quella del giornalismo e dei media. La brevità del messaggio favorisce estremismi vari e forme di linguaggio radicali, volgari, brutali ed eccessive. Forme scelte volutamente per la loro capacità virale. Nella brevità e radicalità del messaggio si perde la complessità della comunicazione e del linguaggio, spariscono le aree grigie, le ambivalenze e le sfumature. 

la vita digitale, vissuta con i sosia e alter ego digitali dei profili con cui ci si racconta online, finisce per diventare un’esperienza schizofrenica, di frammentazione delle esperienze soggettive

La rapidità e l’urgenza della risposta immediata, prima che lo faccia qualcun altro, impedisce ogni forma dialogica praticata per trovare l’accordo e un terreno comune di interazione, pure in presenza di opinioni e visioni contrastanti. La sparizione del grigio obbliga a scelte binarie tra il nero e il bianco, favorendo il settarismo e l’affiliazione ideologica. Unico elemento positivo è che le forme di comunicazione emergenti hanno determinato un cambiamento reale nelle forme della politica, introducendo delle fratture che come le faglie tettoniche possono dare origine a grandi cataclismi, eruzioni, terremoti e orogenesi. Possono dimostrarsi tossiche e distruttive ma anche rappresentare nuove opportunità. Come sta dimostrando la situazione italiana che vede oggi fronteggiarsi due idee di cambiamento e visioni del futuro, espresse da due forze che fanno largo uso dei media sociali e delle loro comunicazioni brevi, producendo rotture con il passato, visibili da tutti e non necessariamente tutte negative. 

La discrepanza tra la vita leggera online e quella pesante offline che si vive ogni giorno produce nuove forme di alienazione e di spaesamento. Fuori dalla vita online si finisce con il trovarsi persi in realtà che si fa fatica a capire, percepite come complicate e faticose e nelle quali è diventato difficile sapersi orientare. Al contrario negli spazi digitali, percepiti come meno complessi, si vive come in un sogno. Tutto sembra funzionare secondo meccanismi tecno-felicitari ben oliati e rassicuranti, capaci di attivare i demoni del compiacimento e il desiderio di ottenimento, fatti di mappe cognitive e narrazioni condivise, di gratificazioni continue in forma di emoticon, emoji, tante stelline e altrettante condivisioni.   

Esprimere un apprezzamento in forma di MiPiace non costa fatica e non richiede alcun tipo di concentrazione. Navigare online, surfare e cinguettare è facile e appagante, vivere continua a essere complicato. Lasciarsi portare dall’onda digitale e sprofondare nella propria beatitudine online è come lasciarsi scivolare nel sonno. Affrontare lo tsunami travolgente della vita, al contrario toglie il sonno, impedisce il sogno o lo trasforma in incubo. Mettersi in cammino con l’intenzione di investigare gli innumerevoli spazi infiniti e le loro infinite possibilità potrebbe essere la scelta giusta, ma perché farla quando, per sentirsi contenti e appagati, è possibile limitarsi a soddisfare bisogni immediati, irrigiditi nella quotidianità del presente continuo tecnologico? La difficoltà della scelta giusta non è solo individuale ma condivisa da moltitudini di persone attratte, come lo erano le folle che riempivano il Colosseo di Roma, dal panem et circenses. Oggi diventato tecnologico fatto da intrattenimento, distrazione e divertimento, youtuber e influencer, spettacolo e rappresentazione. 

La realtà come gioco 

Il successo di molte piattaforme digitali è legato alla loro gamificazione della realtà, all’offerta di ambienti ludici nei quali tutti possono sentirsi protagonisti cimentandosi in attività finalizzate alla prestazione e alla competizione. Facebook così come altre piattaforme simili sono pensate e implementate come se tutto fosse un gioco nel quale tutto possa essere risolto con schemi e meccanismi di tipo gioioso e ricreativo. Per incentivare al gioco si premia chi segue le regole imposte e soprattutto chi lo fa senza riflettere o interrogarsi sulle azioni che sta compiendo. Viene premiata la prestazione in sé, più che la sua componente o caratterizzazione etica, come se l’azione e il comportamento dell’utente fossero assimilabili a quelli di un algoritmo. L’uso continuativo e irriflessivo che gli utenti fanno delle piattaforme incide sulla loro capacità di scelta, ne limita la volontà e condiziona i comportamenti, favorendo meccanismi di delega cognitiva che si trasformano nel tempo in comportamenti ripetitivi tipici di animali addestrati e fedeli, come i tanti cani domestici che abitano le nostre case. 

Ma la vita non è un gioco, la vita merita di essere vissuta anche quando viene vissuta come un gioco. Gesti e parole regalate a Facebook, Instagram o Twitter possono essere usati diversamente. Come ha scritto il poeta islandese Jòn Kalman Stefànsson, “[…] le nostre parole sono come squadre di salvataggio che non rinunciano alla ricerca, il loro scopo è riscattare gli eventi passati e le vite ormai spente dal buco nero dell’oblio, e non è compito da poco, ma può anche darsi che, chissà, magari sul cammino trovino intanto qualche risposta e che salvino anche noi, prima che sia troppo tardi”. 

la vita non è un gioco, la vita merita di essere vissuta anche quando viene vissuta come un gioco. 

Invece di farsi intrappolare dal gioco, guidare dalla prestazione e dalla competizione ludica, si possono usare gesti, parole e pensieri per riflettere sulle proprie sensazioni e sul tempo che velocemente se ne va, per diventare maggiormente consapevoli delle proprie abitudini online, per uscire dall’oblio non con una nuova prova prestazionale ma misurandosi con le proprie reazioni emotive, per rinunciare ai premi generosamente offerti ricercando gratificazioni diverse da quelle offerte dai rulli di slot machine virtuali come quelli di Facebook e altri social network simili. 

Liberarsi dal potere della tecnologia diventa ogni giorno più difficile, tanto si è ibridata con noi, cognitivamente, nella comunicazione e nella vita reale di tutti i giorni. Mentre nei confronti della politica e dei centri di potere istituzionale e partitico assistiamo a quello che Michele Mezza, nel suo libro Algoritmi di libertà, ha descritto come “ribellismo molecolare”, nei confronti dei poteri crescenti della tecnologia il ribellismo è ancora allo stato latente. Si manifesta con isolati vagiti che fanno fatica a squarciare il velo soddisfatto e oracolante delle masse convergenti che danno forma alle reti dei contatti e alle loro narrazioni. Eppure, il potere acquisito dai prodotti della tecnologia non è molto diverso dal potere nelle mani degli uomini che ci governano.  È un potere ricco di suggestioni e meraviglie che ci attraggono, ma anche di ambiguità e pericoli che ci dovrebbero suggerire una qualche forma di resistenza attiva, attività di controinformazione (storytelling al contrario) e riflessione critica, soprattutto nel caso in cui se ne percepisca l’abuso. Per esempio, quello che si manifesta nella continua invasione della privacy delle persone, con finalità ben lontane da quelle comunicate e condivise con esse. Smartphone e social network sono oggi le icone del potere della tecnologia, le braccia tentacolari che lo rendono visibile e percepibile, i canali attraverso i quali viaggiano le ricompense che favoriscono affiliazione, complicità e delazione. La scenografia e il palcoscenico nei quali tutti pensano, illudendosi, di condividere porzioni di potere, di vantaggi e di guadagni. Dietro ogni potere c’è un inganno e degli ingannatori. Non è un caso che Shakespeare ne abbia fatto il tema centrale di molte delle sue opere centrate sul potere. 

Il grande inganno

Quello che per il letterato inglese è stato un espediente letterario, nella realtà tecnologica è uno strumento per l’esercizio del potere. Ingannevole è la pretesa di Google Search di essere ancora un semplice motore di ricerca quando invece, grazie alla personalizzazione, è diventato un filtro; menzogneri sono i Google Glass  che con il loro software elaborano, per chi li indossa, il mondo che vedono, spacciato per reale ma in realtà artificiale nel suo essere accuratamente controllato e filtrato; illusoria è la trasparenza assoluta pretesa da Facebook da chi frequenta le sue piattaforme social quando l’unica trasparenza a cui è interessata è quella dei dati e delle informazioni personali degli utenti; ingannatrici sono la gratificazione e la ricompensa fornite dai Like e dalle condivisioni come se bastassero per garantire reputazione, visibilità (chi si interroga su quanto rimane oscuro agli occhi della coscienza e quanto essa sia utile alla maggiore conoscenza?) e relazione; ingannevoli sono anche le promesse di sicurezza e protezione di molti dispositivi per la sorveglianza e che si traducono in controllo e limitazione di libertà. Il controllo non è percepibile, è invisibile, praticato in modo subdolo e sottile, come hanno rivelato le vicende diventate note alle cronache come Wikileaks, SNA/Snowden e Cambridge Analyitica che hanno reso pubblico quanto le nostre scelte online possano essere monitorate, condizionate e indirizzate. 

Il Like/MiPiace esprime il bisogno di piacere, di essere riconosciuti e apprezzati. Non c’è alcun male a desiderare di piacere ma bisogna chiedersi quanto questo desiderio sia semplicemente espressione di una mancanza, dei sintomi di una solitudine che non trova risposte concrete in semplici scelte. Comprendere sé stessi, i propri bisogni e desideri non è mai semplice, anzi sempre complicato, ambivalente e faticoso. Il Like può alimentare e sfamare il nostro narcisismo ma non la nostra fame di affetto, di relazione, di empatia e di socialità. Il Like è semplice, immediato e gratificante, la nostra vita è complessa, un viaggio lungo e periglioso, alla ricerca costante di gratificazioni non effimere, anche quando sono basate sulla differenza, il contrasto e il disaccordo. 

L’inganno del potere della tecnologia è un altro dei motivi per cui è diventato necessario e urgente riflettere ponendosi delle domande. Sulla convenienza e accettabilità o meno dell’inganno e sui danni che esso produce, in particolare quando è perseguito con persone fidelizzate e che si (af)fidano ciecamente delle promesse della tecnologia. 

Più dell’inganno subito, conta l’autoinganno che ci si infligge, frequentando le realtà online a cuor leggero, con la massima fiducia e trasparenza, come se tutto ciò che viene offerto lo sia gratuitamente e in cambio di nulla. È un autoinganno alimentato da automatismi mentali che condizionano le scelte online, determinando decisioni già influenzate in partenza da bias cognitivi. Costrutti fondati su percezioni personali, ideologie o teorie, usati per prendere rapide decisioni ma senza dedicare troppo tempo al giudizio critico. Ne derivano errori cognitivi che hanno impatti significativi sulla vita di ogni giorno, condizionano comportamenti e processi decisionali e del pensiero. L’autoinganno è praticato anche affidandosi a schemi concettuali, perseguendo scorciatoie mentali. Euristiche che servono a farsi rapidamente un’idea su qualcosa (in Rete non si legge, si fotocopia, si naviga e si passa oltre) e su di essa, quasi senza alcuna consapevolezza, senza fatica e troppi sforzi, saltare alle conclusioni, fare delle scelte e prendere delle decisioni rapide (MiPiace o NonMiPace, questo è il problema?). Bias cognitivi ed euristiche fanno parte del ragionamento umano ma sono spesso disfunzionali, troppo rigidi, inflessibili e spesso inadatti a interpretare nel modo più adeguato gli eventi, noi stessi e la realtà. Liberarsene è impossibile ma riflettere sugli errori di ragionamento a essi associati si può e si deve fare. 

Quando gli errori sono sistematici, e nei nostri rapporti con la tecnologia spesso lo sono, gli effetti possono essere negativi. Porsi delle domande è un modo per attivare una riflessione finalizzata a riconoscere gli errori cognitivi, introdurre processi adattativi, cambiando il modo di pensare o di guardare alla realtà esperita. Le domande possono nascere dall’osservazione dei propri comportamenti e dalle scelte che caratterizzano la vita digitale online. Scelte  spesso determinate: dalla ricerca di conferma delle proprie opinioni da parte di coloro con cui si è collegati evitando coloro con i quali non si è in sintonia; dalla propensione a salire sul carro del vincitore o effetto bandwagon (chi non sta oggi  salendo sul carro di Salvini, anche cinguettando o condividendo i suoi cinguettii?); dalla sopravvalutazione del gruppo o della rete di contatti personale; dall’ancoraggio arbitrario a dati limitati, scarse informazioni, eventi casuali e valori per prendere decisioni; dalla sopravvalutazione della propria conoscenza; dalla propensione a credere che la maggior parte delle persone la pensino come noi; dalla resistenza al cambiamento e dalla propensione a condividere i successi e meno i fallimenti; dal sovrastimare dati e informazioni che ci riguardano e dalla ricerca di gratificazioni immediate; infine dalla convinzione di essere immuni da pregiudizi e bias cognitivi di ogni tipo. 

Pregiudizi, euristiche, schemi mentali cospirano tutti nell’alimentare un grande inganno, perpetrato nei confronti di miliardi di persone, la maggioranza delle quali inconsapevoli, che si traduce in comportamenti, modi di pensare e di vivere la realtà quotidiana. Online si traduce nel modo con cui si partecipa alla vita sociale dei gruppi e delle reti di contatti, nella ricerca di visibilità, tendenza ad apparire prestando molta attenzione a come ci vedono gli altri, narcisismi, auto-esibizionismi e auto-rappresentazioni vari. 

Saper analizzare questi comportamenti, interpretarli per fare scelte diverse non è solo complicato, forse è anche utopistico. Meglio cercare argomenti che confermino le proprie intuizioni che riflettere su di esse per superarle come sbagliate (quanti sono coloro che trovano giustificazioni valide per ogni condivisione online di messaggi brutali e violenti senza alcuna resipiscenza?). Il quadro che emerge vede il trionfo di moltitudini di individui che preferiscono il pensiero omologato e condizionato al pensiero critico, al ragionamento e alla libertà di scelta. Eppure, ognuno di noi dovrebbe saper selezionare e filtrare i numerosi input, stimoli e dati ricevuti online. Dovrebbe rifiutare ogni verità assoluta intraprendendo processi conoscitivi tesi a esaminare criticamente ogni cosa, compresa la propria presunta libertà, ad alimentare il dubbio e l’esame, senza avere paura della complessità e dell’incertezza. Un primo passo è il superamento dell’inganno che caratterizza molte delle nostre esperienze digitali. L’inganno di sé stessi passa attraverso la delega in bianco, la cessione di potere, le bugie che ci raccontiamo, quelle con cui riempiamo le narrazioni online, la falsa felicità espressa attraverso selfie e MiPiace. Quello degli altri è l’inganno che alimentiamo nelle reti di contatti (comparse) virtuali, spesso costruite senza interrogarci sul danno che potremmo provocare agli altri. In particolare, nel gestire legami diversi da quelli online, costruiti sempre su sentimenti forti che, quando e se sono ingannati, possono tradursi in sensi di colpa, sofferenza e conflitti. 

Si può vincere l’inganno con l’inganno, oppure ci si può attrezzare per non rimanerne facilmente vittima.  Si può scegliere di rimanere per sempre nell’inganno tecnologico (“Qui sono sempre le cinque” diceva il Cappellaio Matto), facendo finta di niente, di non avere sentito, di non ricordare, di non averlo visto l’orologio e che va tutto bene così, imitando Alice nel paese delle meraviglie, oppure decidere di alimentare conoscenza e consapevolezza, facendo la scelta giusta per vincere l’inganno, comprendere e reagire all’autoinganno. 

Mettersi in cammino 

Nella scelta conta la direzione che si vuole intraprendere ma è più importante il come. Si possono abitare universi paralleli diversi, si può vivere in montagna o in pianura, isolati in cammini solitari e vicino alle stelle o annebbiati da fumi alcolici nelle tante apericene della rinata Milano, si può camminare facendo affidamento al GPS, all’altimetro o ad altri sensori di uno smartphone nella solitudine della montagna o perdersi nelle piattaforme social e di dating nella popolosa città. A fare la differenza saranno sempre le nostre scelte e la nostra capacità di prendere delle decisioni. 

Al di là delle differenze individuali, il punto di partenza è mettersi in cammino per un viaggio interiore, interrogarsi su sé stessi e sulle proprie identità digitali, mettendole in dubbio, contestualizzandole e decostruendole. La consapevolezza della frammentazione del sé delle vite vissute in universi paralleli suggerirà di guardare alla realtà con occhi e punti di vista diversi, da prospettive diverse. Un esercizio utile per uscire dall’acquario trasparente delle piattaforme tecnologiche e dagli specchi/display riflettenti e accoglienti, ma anche molto ingannevoli dei selfie. Un modo per capire la differenza tra alto e basso, piccolo e grande, superficiale e profondo, virtuale e reale, bianco e nero, interrogandosi su come fare per uscire dai labirinti della tecnologia e abbandonare il mondo capovolto da essi rappresentato. 

Decidere è colmare, con un’iniziativa soggettiva (la coscienza è esperienza soggettiva), lo spazio esistente tra un’azione e le motivazioni, le credenze, gli eventi o i desideri che l’hanno determinata. Decidere è anche un modo per determinare nuovi contesti o modificare quelli nei quali ci si trova, determinando una ricaduta valoriale sull’azione intrapresa che sarà anche d’aiuto per le scelte e le decisioni future. 

La decisione di interrogarsi e farsi delle domande, non accontentandosi della vita felice online, può apparire a molti slegata da motivazioni forti o cause. Può sembrare come una scelta da matti[10], esprime comunque la volontà di una persona che, all’essere smarrita o persa dentro i labirinti della Rete preferisce seguire il proprio cuore, anche se viene classificata come folle. Sicuramente è una scelta minoritaria ma quella giusta da compiere, anche quando è decisa inconsapevolmente o con l’aiuto di qualcuno, per raggiungere la consapevolezza individuale che potrebbe svegliare dal sogno tecnologico e riportare alla vita reale. Un ritorno che potrebbe regalare il sorriso e avere il vantaggio di trarre beneficio da esperienze digitali fatte online, dalle quali si potrebbe avere imparato a distinguere i mondi virtuali da quelli reali, l’immaginario dal reale.


Indice del libro

Premessa

  • Osare pensare
  • Una riflessione sulla tecnologia è necessaria
  • In viaggio
  • Qualcosa non funziona più
  • Andare oltre la tecnologia 

Introduzione

  • Un appello per scelte non binarie
  • Intelligenze artificiali e umane
  • Libertà di scelta come possibilità
  • Homo Sapiens: una evoluzione a rischio
  • Ruolo e criticità della tecnologia
  • Costruire narrazioni diverse
  • Menti hackerate e azioni da intraprendere

Tempi Moderni

  • Tempi irreali e mondi paralleli
  • Mondi virtuali, memi virali e contagiosi
  • Il ruolo che dobbiamo esercitare
  • In culo alle moltitudini 

Tempi tecnologici

  • πάντα ῥεῖ, tutto scorre
  • Il dominio delle macchine
  • Media digitali e dimensione umana
  • Leggerezza virtuale e pesantezza del reale
  • La realtà come gioco
  • Il grande inganno
  • Mettersi in cammino

Velocità e senso dell’urgenza

  • Il tempo tecnologico è viscoso e agitato
  • L’illusione del tempo presente
  • Immediatezza come registrazione
  • Il recupero della lentezza
  • Deleghe in bianco e scelte fuori dal coro
  • Potenza, vitalità e velocità delle immagini
  • Il tempo dimenticato

Immersi in realtà multiverso

  • Reale e virtuale convivono
  • Finzioni digitali e realtà
  • Multiverso lento
  • Via dalla pazza folla
  • Il ruolo delle emozioni 

Libertà di scelta ed emozioni

  • Emozioni chimiche digitali
  • Emozioni algoritmiche
  • Macchine intelligenti e assistenti personali
  • Emozioni e sofferenza

Siamo scimmie intelligenti?

  • Tecnologia strumento di libertà
  • Trasformazioni cognitive
  • Interazioni uomo-macchina
  • Esseri umani o burattini
  • Scimmie allevate per consumare 

Sentirsi liberi

  • Internet da spazio libero a mondo chiuso
  • Libertà perdute, libertà simulate
  • Libertà illusorie
  • Scelte binarie e libertà illimitata
  • La libertà non fa regali
  • Sapere di non sapere

Gli strumenti che servono

  • Strade accidentate e coraggio
  • Coltivare gli orti del pensiero
  • Pratica del silenzio e tempi lenti
  • Metterci la faccia 

Alimentare il dubbio

  • Dubitare ora dubitare sempre
  • Per dubitare serve una pausa

Gatti, asini e canarini, voliere, acquari e gabbie di vetro

  • Comportiamoci da gatti
  • Pesci in acquario
  • Le voliere di Twitter
  • La gabbia è di vetro ma riscaldata
  • Cambiare aria
  • Mura ciclopiche, barriere e porti chiusi
  • La metafora dell’asino

Attraversare la cornice del display

  • Oltre la cornice dello schermo
  • Contestualizzare la tecnologia
  • La potenza delle immagini che ci guardano
  • Perdere la vista

Interrogarsi sulla solitudine

Isolati nella realtà, soli online
Costretti a stare soli
Voglia di comunità e social networking
Consapevolezza e responsabilità
Solitudine e impegno

Il potere degli algoritmi

  • Attenzione distratta
  • Algoritmo maggiordomo ruffiano
  • Algoritmo invisibile ma non trasparente
  • Un algoritmo fintamente autonomo
  • L’algoritmo calcolatore
  • Ribellarsi all’algoritmo

Poteri forti e monopolistici

  • Poteri totalitari ma sorridenti
  • Fedeltà vado cercando
  • Tecnocrazie nichiliste alla ricerca di delega
  • Libertà, lavoro e diritti
  • Preoccuparsi è meglio che non farlo
  • L’esercizio politico della critica
  • Le chiese della Silicon Valley
  • La politica cinguettante
  • Fake news e analisi dei fatti

Le domande da porsi

  • Domande, domande, domande
  • Dipendenze e rinunce alle dosi quotidiane
  • Esercitare l’arte delle domande
  • Un elenco di domande possibili

Scegliere è difficile

  • Le opzioni della scelta
  • Difficoltà esistenziale della scelta
  • Scelte lenti e consapevoli
  • La libertà di scelta online
  • Scegliere la gentilezza 

Addestramento alla gentilezza

  • C’è bisogno di amicizia e solidarietà
  • Reti di contatti e reti amicali

Alcune considerazioni finali

Webgrafia/Bibliografia


Note

[1]  In una nota dei Quaderni dal carcere, opera scritta da Gramsci in carcere nel 1930 “La crisi consiste nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati

[2] Spunti tratti da. Essere o vivere di François Jullien  e da Evento di Slavoj Žižek

[3] Da Evento di Slavoj Žižek

[4] Concetto ripreso dal libro di Emanuele Severino: Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo.

[5] Paolo Ercolani, Ibid, pag. 46

[6] Il romanzo a cui si fa riferimento è Guida galattica per autostoppisti. Racconta che le apparenze molto spesso ingannano. Sul pianeta terra ad esempio, l'uomo ha sempre pensato di essere la specie più intelligente del pianeta, quando invece era la terza. Secondi in ordine di intelligenza: i delfini, i quali, alquanto singolarmente, erano a conoscenza da tempo dell'imminente distruzione del pianeta terra. Pur avendo tentato più volte di avvertire l'umanità del pericolo, i loro segnali venivano interpretati come simpatici tentativi di colpire il pallone o fischi per ottenere succulenti bocconcini. Così alla fine decisero di lasciare la terra coi loro mezzi. Poi ci sono i Topi, responsabili della costruzione della strada galattica e responsabili della distruzione del pianeta Terra….

[7] Il velo di Maya” è la terminologia usata dalla religione Indù per descrivere la conoscenza del mondo – Maia è la potenza magica di cui si servono gli Dei per assumere aspetti illusori capaci di velare la realtà delle cose nella loro essenza primigenia ed autentica.

[8] Lorenzo Tomasin

[9] Miguel Benasayag – Contro il niente ABC dell’impegno

[10] Oggi non siamo più capaci di fare follie. Condizionati dalle narrazioni politiche e mediatiche associamo la follia agli attacchi suicidi degli affiliati dell’Isis e ai gesti assassini dei primatisti bianchi. Nella vita di ognuno però un gesto di follia è un dono della mente, un gesto emotivo, può essere espressione di libertà, di voglia di cambiamento assumendosi la responsabilità di provocarlo, di coraggio nell’intraprendere percorsi diversi da quelli abitudinari e omologati, caratterizzati spesso da miopia e paura di cambiare. Un po' di follia ci vuole, anche oggi in una realtà nella quale molti hanno affidato la loro vita nelle mani di altri che l’hanno rinchiusa all’interno di schemi, modelli, piattaforme e moltitudini varie. Si può anche decidere di andare controcorrente, affrontare il (pre)giudizio della massa, fare delle scelte diverse e vivere da persone libere.

 

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Pubblicato il 22 febbraio 2025

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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