“La nostra epoca è quella in cui i mostri che abbiamo creato generano il sonno della ragione, l’eclissi del pensiero, la progressiva atrofizzazione di quella facoltà specifica dell’uomo che permette di non subire passivamente una situazione, ma di analizzarla, sottoporla a critica ed eventualmente modificarla secondo quanto ritiene più utile e giusto.” – Figli di un Io minore, Dalla società aperta alla società ottusa, Paolo Ercolani
I tempi sono quelli che sono, frammentati, allarmanti, incerti, insofferenti, tempestosi, precari, incapaci di guardare a futuri sereni. Sono i tempi della globalizzazione, dell’immediatezza e della simultaneità del presente continuo con impulsi e bisogni da soddisfare istantaneamente, delle solitudini connesse e affollate di Facebook, delle amicizie virtuali e in assenza di corpo.
Per alcuni stiamo vivendo alla fine dei tempi e non ci è rimasta che la forza della disperazione, per altri siamo soltanto testimoni fortunati di grandi cambiamenti emergenti, nuove fantastiche opportunità e profonde trasformazioni, per altri ancora siamo semplicemente entrati in una terra di nessuno nella quale non si fa più la storia ma solo cronaca, cinguettii e storytelling[1]. Gli avvenimenti sarebbero da dominare con intelligenza, razionalità e ragione critica ma sembra che non ci siano più strumenti cognitivi adeguati a riuscire a farlo. Forse non è un caso che “coloro che leggono libri e ogni testo stampato diventeranno, in un prossimo futuro, rari come i collezionisti di francobolli”[2].
Le cose stanno così ma questo non significa che le si debbano accettare per come sono.
Tempi irreali e mondi paralleli
Viviamo tutti in una irrealtà crescente che genera angoscia, instabilità e soprattutto tanta inquietudine. Per sfuggirvi ci rintaniamo nel fantastico mondo delle piattaforme online e delle loro faccine colorate, senza per questo riuscire a liberarci completamente da quello che il nostro inconscio continua a raccontarci, cedendo il passo a tanta ipocrisia, verso noi stessi e verso gli altri.
Viviamo mondi paralleli, solo all’apparenza tra loro inconciliabili, che hanno fatto scomparire le linee di separazione tra ciò che è reale e ciò che non lo è e creato tanta confusione. Alcuni di questi universi sono digitali, altri irreali, duplicati, puramente onirici o fantastici, come quelli frequentati da molti protagonisti dei romanzi di Haruki Murakami che si trovano a volte a vivere le loro vite su binari diversi da quelli originali (le due lune di 1Q84). Come loro, sentiamo crescere l’angoscia che nasce dalla stretta compenetrazione dei mondi che frequentiamo. Come loro sentiamo forte la necessità di affrontare l’ignoto e di esplorare la dimensione irreale che caratterizza la nostra vita, anche per colpa delle numerose false notizie che l’hanno invasa rendendo ancora più incerta e meno veritiera la nostra percezione della realtà, e di noi stessi come protagonisti liberi e responsabili della propria vita. Come i protagonisti dei libri di Murakami, facciamo fatica ormai a comprendere il confine che separa la realtà da ciò che non è reale, tra ciò che esiste nella realtà fisica e ciò che esiste online in quella virtuale (in potenza) e digitale.
La difficoltà a cogliere dove passi il confine tra le diverse realtà possibili è assimilabile a quella dei cittadini americani che cercano di capire esattamente cosa il sia il muro di Trump. Un muro mobile, anche cognitivamente parlando, per dimensioni ed estensione (chi saprebbe dire esattamente quanto è o sarà lungo? Chi sa che mille chilometri di questo muro esistono già?) ma anche per realtà e irrealtà, oltre che per utilità o inutilità (quanti sanno che sotto il muro attuale esiste già un labirinto di innumerevoli tunnel di profondità capaci si scavalcare il confine e il muro di oggi e di domani?). Il muro tra USA e Messico così come il confine tra reale e irreale sono cose reali alle quali, se vogliamo capire dove siamo (sul metro o immersi nella realtà affollata di Facebook?) e che direzioni prendere (migrare, scappare, ritornare a casa), dobbiamo prestare il massimo della nostra attenzione. Dobbiamo farlo per evitare che la confusione delle due realtà aumenti complicando la nostra possibilità di essere felici e meno soli in entrambe.
La percezione della realtà dei tempi che viviamo non coincide necessariamente con quella oggettiva di realtà economiche, sociali e politiche, dominate dalle frequenti crisi percepite e dagli altrettanto numerosi disastri ambientali reali. Nel frattempo assistiamo attoniti alla crescente sofferenza psichica diffusa (ben descritta dallo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo libro Homo Stupidus Stupidus), allo smarrimento che ci coglie di fronte all’emergere di pulsioni e istanze politiche che pensavamo dimenticate nel tempo (spariti i ricordi dei testimoni del tempo, la memoria viene riformattata e riadattata, i fascismi riabilitati e giustificati), alla sparizione di diritti-valori ritenuti da (troppo) tempo acquisiti ed eterni, al venire meno della capacità critica che sempre ha aiutato la comprensione del presente, il dubbio e la scelta, e infine anche a un’alluvione inarrestabile di crudeltà linguistiche e a tanta, tanta stupidità politica. Un segno di regressione che dovrebbe preoccupare ogni persona che non abbia rinunciato a esercitare la sua prerogativa di essere pensante, alla ricerca costante di verità e di senso.
Prendere atto con sano realismo di questa realtà è il primo passo per criticarla e poi, volendo, di provare a trasformarla e cambiarla. La critica serve a evidenziare ciò che è reale e ciò che non lo è nelle esperienze multiple che ognuno nei tanti universi paralleli che frequenta, suggerisce poi una qualche forma di impegno sociale, contro il nulla che avanza, per cambiare ciò che non va o è percepito come non giusto e da modificare. L’impegno non è necessariamente per una società migliore, chi ci crede più? Meglio impegnarsi affinché si sia preparati ad affrontare il peggio che sta arrivando a cui la politica sta facendo da cartina di tornasole. Preso atto della realtà attuale si tratta allora di contribuire, insieme ad altri, a mantenere alta la percezione e diffusa la pratica di valori come la solidarietà, la cultura, la lettura, la conoscenza, la libertà e la democrazia.
Mondi virtuali, memi virali e contagiosi
I tempi sono quelli che sono anche per il ruolo assunto dalle nuove tecnologie, dai media sociali e dai numerosi memi virali e contagiosi che sono in grado di produrre. Questi tempi moderni sono pervasi dalla tecnologia, dalle sue reti di oggetti e dai suoi manufatti.
Mille dispositivi, display, sensori e piattaforme, diventati protesi potenti per il corpo e per la mente, per il cervello e le sue funzioni cerebrali. Protesi capaci di estendere le capacità sensoriali degli individui, facendo perdere ogni consapevolezza dell’artificialità e non neutralità dei media utilizzati, ma soprattutto incidendo sulla percezione individuale delle realtà sociali, culturali e ambientali di ognuno. Protesi nella forma di arti artificiali fatti di silicio, sensori e tanto software, con cui sguazziamo e ci muoviamo dentro mondi virtuali vissuti come reali. Perché sono quelli con cui abbiamo acquisito maggiore dimestichezza e perché da essi siamo costantemente e sapientemente plasmati.
Di fronte a questa (pre)potenza (la volontà di potenza della tecnologia di cui parla da tempo Kevin Kelly nei suoi libri) è venuta meno ogni resistenza, sostituita da una delega in bianco, ai dispositivi e alle macchine digitali, che evidenzia una complicità e una connivenza vissute allegramente, generatrici di nuove forme inconsapevoli e complici di schiavitù volontaria. Tutti ci sentiamo proiettati dentro mondi virtuali, per molti trasformatisi negli unici mondi possibili vivibili perché percepiti come reali, ma anche perché abitati per tempi sempre più lunghi e continuativi.
Questa realtà è oggetto di narrazioni continue, molte delle quali conformistiche e opportuniste, centrate più sugli epifenomeni che sulle loro origini e sui loro effetti, sempre attente a non rivelare tutto ciò che andrebbe rivelato. Spesso per non dare fastidio ai pochi timonieri di turno rimasti, i cosiddetti Signori del silicio (GAFAM – Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft, G-MAFIA aggiungendo alla lista anche IBM, proprietaria dell’intelligenza artificiale e del sistema cognitivo Watson), proprietari delle prime cinque società più capitalizzate al mondo. Poche società tecnologiche e software-driven che, possedendo le piattaforme tecnologiche, sono diventate non solo potenze economiche ma anche cognitive e psichiche. Poteri forti reali, non percepibili a causa del livello di coinvolgimento e complicità che hanno saputo determinare con le loro piattaforme e prodotti. Entità principalmente tecnologiche come le americane Google, Facebook, Apple, Amazon e Microsoft o le cinesi Alibaba, WeChat.
La loro forza è legata alla raccolta di dati e informazioni e al legame che hanno con le società che si occupano della loro analisi e interpretazione. Società ignote, di cui nessuno parla (con l’eccezione di Privacy International[3]), che mai sono oggetto di inchieste giornalistiche, analisi o narrazioni da parte dei media, che se ne stanno in disparte, contente della loro potenza e invisibilità. Società come Acsion, Criteo, Equifax[4], Experian, Quantcast, Tapad e altre. La non conoscenza impedisce di comprendere il grado di sfruttamento a cui si è sottoposti, i rischi che si corrono nel caso di mancata protezione adeguata dei dati, ma anche l’ingiustizia e la diseguaglianza che ne deriva. Lo scambio che avviene online non è equo. I dati sono il capitale del terzo millennio ma a guadagnarci sono in pochi. I guadagni, i benefici e i vantaggi non sono equamente distribuiti. Tanti elementi che richiederebbero maggiore attenzione e possono essere all’origine di altrettante domande.
Grazie al software, alle loro macchine intelligenti e ai loro potenti algoritmi (diventati vigilantes, badanti, GPS per l’orientamento, baby-sitter e molto altro), le società tecnologiche sembrano suggerire una visione deterministica del presente e del futuro, tutta basata sulla potenza e sulla quantità dei dati raccolti, sulla loro analisi e predizione puramente quantitativa e statistica. Gli algoritmi tecnologici e le applicazioni tecnologiche nascono dai nostri desideri e bisogni ma poi finiscono per prenderne il controllo, assoggettandoli ai loro calcoli e automatismi, alle loro scelte e processi decisionali. Il risultato è che si finisce per seguirne i suggerimenti, perdendo di vista le mille possibilità alternative che sempre accompagnano un viaggio, un evento, un’esperienza umana. Affidarsi alla potenza di un algoritmo GPS è comodo ma nel farlo bisognerebbe sempre tenere presente che al di là del percorso suggerito c’è sempre un paesaggio che meriterebbe di essere esplorato e scoperto.
Il ruolo che dobbiamo esercitare
Nella visione della tecnologia, costruita e filtrata da potenti motori algoritmici[5] sembra sparire per il soggetto ogni opportunità di esercitare la sua volontà, autonomia e libertà di scelta. Una sparizione che sa di rimozione, denota una debolezza (akrasia, incapacità di agire secondo la ragione) della volontà e l’incapacità di agire secondo principi ragionevoli. La responsabilità di questa rimozione è da condividere sia tra i protagonisti attivi della rivoluzione tecnologica attuale sia con le moltitudini passive che la stanno rendendo possibile, con le loro azioni o non azioni.
La silenziosa e compiacente complicità delle masse di internauti e social networker si traduce in una inconsapevolezza vissuta con leggerezza e superficialità, che impedisce lo sviluppo di una più sana attività cognitiva e rende difficile l’azione libera individuale. La difficoltà nasce dalla percezione che al di fuori del format (il reality non è più solo televisivo ma si è fatto social, digitale e globale) nel quale tutti si sono adattati a fare le stesse cose, non ci sia più né Vita né Futuro, se non quelli predeterminati dai potenti mezzi tecnologici e dai loro innumerevoli profeti.
Le piattaforme digitali sembrano svolgere il ruolo che il destino e il fato hanno spesso assunto nelle vicende umane. Cedendo all’uno e rassegnandosi all’altro si finisce per non essere più padroni delle proprie azioni, mentre esiste pur sempre qualcosa che dipende da noi e andrebbe salvato, oltre che perseguito. Qualcosa come la possibilità e la capacità di tornare ad ascoltare sé stessi, il fare o non fare una scelta senza procrastinarla, il compiere o non compiere un’azione coerente con il proprio sentire, il sentirsi padroni dei propri pensieri e degli atti a essi collegati.
Con il loro potere le piattaforme tecnologiche sembrano mandare in soffitta il libero arbitrio di chi le abita (“la libertè c’est moi”), togliere il desiderio così come la responsabilità della scelta. Il libero arbitrio andrebbe al contrario reclamato e praticato, per decidere delle proprie azioni e quale sia la loro importanza (senza una priorità tutto perde di importanza), per volerle esercitando il proprio potere, anche su sé stessi. Un libero arbitrio pratico, non interpretato fideisticamente e in modo ideologico ma semplicemente come libertà di dissentire e di non riconoscere alcunché come immodificabile, come possibilità di poter sempre continuare a fare delle scelte, assumendosi la responsabilità di averle fatte.
le piattaforme tecnologiche sembrano mandare in soffitta il libero arbitrio di chi le abita (“la libertè c’est moi”), togliere il desiderio così come la responsabilità della scelta
In culo alle moltitudini
Coloro che resistono all’attrazione (vi ricordate il grido di ribellione urlato da Loris-Benigni nel film Il Mostro: “in culo all’assemblea”) delle masse digitali dei i mondi online e alle azioni bulimiche messe in campo da chi li ha creati per inglobare tutto il mondo reale (Facebook ha superato i due miliardi di profili digitali e continua a crescere), sentono forte la necessità di continuare a esercitare una qualche forma di pensiero critico, ma vivono nella perenne condizione di sentirsi frustrati, isolati e non ascoltati.
coloro che resistono al richiamo della tecnologia sono impegnati nel cercare di esercitare una qualche forma di pensiero critico, ma vivono nella perenne condizione di sentirsi frustrati, isolati e non ascoltati.
Frustrazione e isolamento nascono dal sentirsi esclusi, dalla consapevolezza che le proprie conoscenze e la propria auto-coscienza vadano costantemente difese. Emergono dalla percezione che lo sviluppo del proprio Sé debba essere legato alle capacità individuali e a percorsi personali non semplificati o massificati, a memorie personali (anche) diverse da quelle dei Big Data o dei profili digitali, alla capacità di continuare a immaginare futuri personali che non siano quelli predeterminati, amalgamati e omogeneizzati dagli algoritmi tecnologici e da chi li ha sapientemente creati (nessun algoritmo è di per sé neutrale![6]), ma anche dalla insaziabile fame personale dettata dalla necessità di apparire.
La frustrazione, che per alcuni si trasforma in solitudine (soli seppur connessi a centinaia di contatti), passioni tristi e vera e propria depressione, è tanto più grande se la resistenza assume anche connotati valoriali e politici. In un’epoca storica caratterizzata dall’emergere di fenomeni che si pensavano relegati all’inferno della storia come il razzismo, l’intolleranza e il fanatismo religioso, la misoginia, la xenofobia e la discriminazione, la violenza, l’aggressività, non solo linguistica, e la censura, resistere significa innanzitutto adottare e difendere valori diversi.
Valori come la solidarietà, la compassione, l’apertura empatica verso l’altro e la capacità di accoglierlo, la (com)partecipazione[7]. Valori che si alimentano con le buone letture, con la frequentazione di comunità di persone pensanti, aperte al dialogo e al confronto faccia a faccia ed esercitando la cittadinanza consapevole e attiva. Valori che per essere difesi hanno bisogno di forme di linguaggio diverse, generative e positive, di punti di vista decentrati, di capacità e volontà di collaborare in modo da valorizzare le esperienze degli altri, di sete di conoscenza e di conoscenze, del desiderio di condividerle dialogando e ascoltando, senza pregiudizi.
La resistenza alla omologazione di massa, compresa quella che si manifesta nelle tribù agguerrite della Rete, passa attraverso l’esercizio continuo e appassionato della volontà e della libertà di fare delle scelte, personali e individuali.
Anche quando si sceglie di non scegliere, o di non pensare!
Indice del libro
- Osare pensare
- Una riflessione sulla tecnologia è necessaria
- In viaggio
- Qualcosa non funziona più
- Andare oltre la tecnologia
- Un appello per scelte non binarie
- Intelligenze artificiali e umane
- Libertà di scelta come possibilità
- Homo Sapiens: una evoluzione a rischio
- Ruolo e criticità della tecnologia
- Costruire narrazioni diverse
- Menti hackerate e azioni da intraprendere
- Tempi irreali e mondi paralleli
- Mondi virtuali, memi virali e contagiosi
- Il ruolo che dobbiamo esercitare
- In culo alle moltitudini
- πάντα ῥεῖ, tutto scorre
- Il dominio delle macchine
- Media digitali e dimensione umana
- Leggerezza virtuale e pesantezza del reale
- La realtà come gioco
- Il grande inganno
- Mettersi in cammino
- Il tempo tecnologico è viscoso e agitato
- L’illusione del tempo presente
- Immediatezza come registrazione
- Il recupero della lentezza
- Deleghe in bianco e scelte fuori dal coro
- Potenza, vitalità e velocità delle immagini
- Il tempo dimenticato
- Reale e virtuale convivono
- Finzioni digitali e realtà
- Multiverso lento
- Via dalla pazza folla
- Il ruolo delle emozioni
- Emozioni chimiche digitali
- Emozioni algoritmiche
- Macchine intelligenti e assistenti personali
- Emozioni e sofferenza
- Tecnologia strumento di libertà
- Trasformazioni cognitive
- Interazioni uomo-macchina
- Esseri umani o burattini
- Scimmie allevate per consumare
- Internet da spazio libero a mondo chiuso
- Libertà perdute, libertà simulate
- Libertà illusorie
- Scelte binarie e libertà illimitata
- La libertà non fa regali
- Sapere di non sapere
- Strade accidentate e coraggio
- Coltivare gli orti del pensiero
- Pratica del silenzio e tempi lenti
- Metterci la faccia
- Dubitare ora dubitare sempre
- Per dubitare serve una pausa
Gatti, asini e canarini, voliere, acquari e gabbie di vetro
- Comportiamoci da gatti
- Pesci in acquario
- Le voliere di Twitter
- La gabbia è di vetro ma riscaldata
- Cambiare aria
- Mura ciclopiche, barriere e porti chiusi
- La metafora dell’asino
Attraversare la cornice del display
- Oltre la cornice dello schermo
- Contestualizzare la tecnologia
- La potenza delle immagini che ci guardano
- Perdere la vista
- Attenzione distratta
- Algoritmo maggiordomo ruffiano
- Algoritmo invisibile ma non trasparente
- Un algoritmo fintamente autonomo
- L’algoritmo calcolatore
- Ribellarsi all’algoritmo
- Poteri totalitari ma sorridenti
- Fedeltà vado cercando
- Tecnocrazie nichiliste alla ricerca di delega
- Libertà, lavoro e diritti
- Preoccuparsi è meglio che non farlo
- L’esercizio politico della critica
- Le chiese della Silicon Valley
- La politica cinguettante
- Fake news e analisi dei fatti
- Domande, domande, domande
- Dipendenze e rinunce alle dosi quotidiane
- Esercitare l’arte delle domande
- Un elenco di domande possibili
- Le opzioni della scelta
- Difficoltà esistenziale della scelta
- Scelte lenti e consapevoli
- La libertà di scelta online
- Scegliere la gentilezza
- C’è bisogno di amicizia e solidarietà
- Reti di contatti e reti amicali
Note
[1] Il termine è entrato nel linguaggio comune grazie all’avvento dei media sociali e del Web 2.0. In italiano è stato tradotto in narrazione, pensiero narrative, marketing narrativo ecc. Pochi però sanno che esiste anche un altro termine, coniato e concettualizzato da Therry Pratchett: narrativium. Fa riferimento al fatto che il raccontare storie faccia parte del genere umano e che le storie diano forma al cervello. Le storie possono essere diverse a seconda della cultura o delle diverse forme di civiltà ma sempre danno forma, collegandosi e interallacciandosi tra loro, alla mente umana. Gli esseri umani pensano e interagiscono con la realtà attraverso storie. L’interpretazione dell’universo passa attraverso le storie che ci si racconta. Il narrativium serve a proiettare sul mondo la propria immagine interiore del mondo, decorandolo e riempiendolo di significati in modo da sentirlo proprio. In sintesi, prima dello storytelling e del marketing narrative c’è il narrativium. La prova sta nelle storie raccontate ai piccoli umani e nella loro capacità di apprenderle e di raccontarne di proprie. Il tutto senza alcuna istruzione particolare come quella, piena di regole sintattiche e narrative, dello storytelling. Lo storytelling prevede una qualche forma di intenzionalità, il narrativium è integrato nelle interazioni con il mondo, è un attributo di ogni altro elemento: l’acciaio non è solo fatto di ferro e carbonio ma anche della storia dell’acciaio, la sua componente che garantisce che esso continuerà a essere acciaio. Raccontare storie è un capacità sconosciuta alle due specie di scimmie (il Pan troglodytes e lo scimpanzè Bonobo Pan paniscus), che hanno preceduto nell’evoluzione umana la nostra nel cammino verso l’Homo Sapiens.
[2] Libera interpretazione di un concetto espresso dal giornalista del New Yorker Caleb Crain, in un articolo del 2007: “Ther’s no reason to think that reading and writing are about to become extinct, but some sociologists speculate that reading books for pleasure will one day be the province of a special “reading class,” much as it was before the arrival of mass literacy, in the second half of the nineteenth century. They warn that it probably won’t regain the prestige of exclusivity; it may just become “an increasingly arcane hobby.” Such a shift would change the texture of society […] if, over time, many people choose television over books, then a nation’s conversation with itself is likely to change. A reader learns about the world and imagines it differently from the way a viewer does; according to some experimental psychologists, a reader and a viewer even think differently. If the eclipse of reading continues, the alteration is likely to matter in ways that aren’t foreseeable.”
[3] Una realtà internazionale (https://privacyinternational.org) impegnata nell’ottenere da aziende, multinazionali, organizzazioni pubbliche e istituzioni maggiore rispetto per la privacy del cittadino e maggiore sicurezza. È una realtà senza scopi di lucro, con sede a Londra e che opera all’intersezione di tutte le tecnologie oggi in uso con i diritti dei cittadini nella vita di tutti i giorni. La visione su cui è centrata la sua attività è di un mondo nel quale il diritto alla privacy è garantito e protetto, rispettato e tradotto in azioni concrete. Alla base di ogni azione o progetto c’è l’idea che la privacy sia componente essenziale per la protezione dell’autonomia e della dignità umana. Sulla privacy sono incardinate le fondamenta su cui sono costruiti i diritti umani. La tecnologia e le leggi che la governano devono favorire che questi diritti possano essere fruiti da tutti e in piena libertà.
[4] Una delle maggiori società americane del credito per i consumatori. Salita agli onori della cronaca nel 2017 per avere subito una violazione cyber-criminale che ha messo a rischio i dati di quasi 150 milioni di cittadini americani, comprese le carte di credito di 200mila persone. La notizia ha attirato l’attenzione dei media che hanno scoperto violazioni simili avvenute precedentemente e mai comunicate.
[5] Sul tema è suggerita la lettura del bel libro di Eli Pariser, Il filtro, pubblicato in Italia da Il Saggiatore nel 2014.
[6] Gli algoritmi sono semplici artefatti umani che come tali sono portatori di pregiudizi, idee, emozioni, motivazioni e intuizioni di chi li ha creati. Secondo Foer “Gli algoritmi riflettono il subconscio dei suoi creatori” e operano per “torturare i dati finché non confessano”. I risultati e gli schemi ottenuti non sono verità scientifiche ma soddisfano le scelte commerciali di chi li ha messi in azione. Delegando ad essi le nostre attività di ricerca, decisionali e di scelta ci mettiamo nelle braccia delle organizzazioni che li controllano. Completamente inconsapevoli della loro esistenza finiamo per darne scontata l’utilità, la convenienza e la generosità, senza riflettere sulla loro opacità, finta trasparenza e soprattutto finalità
[7] “Esistere nel mondo per ogni essere umano si declina necessariamente in una partecipazione quotidiana, a qualche livello al mondo stesso […] esistere può implicare il parteciparsi a qualcosa nelle dimensioni più disparate…” – La gentilezza che cambia le relazioni di Anna Maria Palma e Lorenzo Canuti