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Racconto

Lei era l'ancora, lui era la catena che voleva solo sentirsi tendere per un istante prima di tornare a scorrere.


Il paese, da quella vista , era un presepe dimenticato fuori stagione. Le luci, spilli conficcati nel fianco della collina, piccoli morsi di vita che cercavano di tenere a bada l'oscurità.

​Agata non accendeva la luce della veranda. Preferiva lasciare che i contorni delle cose sfumassero, che la sedia a dondolo tornasse un’ombra amica.

Suo padre diceva sempre che la terra ha una memoria lunga. Diceva che se cammini troppo a lungo su un sentiero, finisci per lasciargli un pezzo di te, e in cambio il sentiero ti regala un po' della sua durezza. Agata lo sentiva ora, nelle ossa, quel patto stretto con la polvere della valle.

La pioggia era arrivata senza avvisare, un ticchettio nervoso sulle tegole che pareva il battito di unghie su un tavolo di legno.

Poi, il suono che non avrebbe dovuto esserci.

​Tre colpi alla porta. Non erano colpi decisi, ma secchi, quasi timidi, come se chi stava fuori avesse paura di rompere il silenzio che lei aveva impiegato anni a costruire.

Quando aprì, l’aria umida entrò in casa come un animale selvatico. Davanti a lei c’era un uomo che il tempo aveva riletto e corretto, aggiungendo rughe dove prima c’erano sogni e togliendo luce dove prima c’era l’arroganza della giovinezza.

​Sandro non disse nulla. Aveva il cappotto fradicio e le mani affondate nelle tasche, come se stesse cercando di trattenere le ultime briciole di calore. Non c’erano scuse nel suo sguardo, solo la stanchezza di chi ha viaggiato troppo a lungo senza mai arrivare in un posto che potesse chiamare casa. Non era venuto per restare, Agata lo capì dal modo in cui non si tolse il cappotto. Era lì per vedere se le fondamenta tenevano ancora.

Erano dello stesso sangue ma in lui aveva preso una deviazione, essendosi abituato a una vita vissuta sempre in direzione contraria. Sandro si sedette sulla panca di legno, la stessa dove quarant'anni prima si sedevano per dividersi una mela o un segreto. Appoggiò le mani sul tavolo e Agata vide la cicatrice sul pollice sinistro, quella che si era fatto a dieci anni cercando di intagliare un fischietto da un ramo di sambuco.

Lui amava i rami, come loro si lasciava trasportare da ogni folata di vento, sognando sempre un altrove dove il cielo fosse più largo. Lei si sentiva più radice e infatti era rimasta a custodirle, lucidando ricordi come fossero argenteria buona.

Non ci furono molte parole, tra di loro era ormai lungo l'inventario di assenze: i funerali a cui lui non era venuto, le lettere che lei non aveva spedito, le domeniche dell'uno e dell'altra in solitudine.

Agata sentì che suo fratello stava depositando il suo ennesimo naufragio in un porto di cui almeno conosceva gli ormeggi.

​Sandro bevve il caffè in silenzio, fissando il buio oltre la porta della cucina. Si assicurava che il mondo che aveva abbandonato fosse ancora lì, solido e immobile, per essere certo di avere un posto da cui continuare a scappare.

«C'è ancora la scatola con le biglie?», chiese lui all’improvviso, con una voce che sembrava venire da un’altra vita.

«È in soffitta», rispose lei.

​Sandro sorrise, un'increspatura stanca che non arrivava agli occhi. Sapeva che Agata avrebbe conservato tutto: le biglie, il dolore di famiglia, il suo posto a tavola. Lei era l'ancora, lui era la catena che voleva solo sentirsi tendere per un istante prima di tornare a scorrere.

​Sapevano entrambi che all'alba, o forse tra due giorni, il posto di Sandro sarebbe stato di nuovo occupato solo da un po' di freddo. Lui se ne sarebbe andato lasciando il letto appena sgualcito e un odore di tabacco e rimpianto, portando con sé quel pezzetto di anima che solo la loro casa, e sua sorella, potevano restituirgli, dopo averla custodita per lui, a lungo.


Pubblicato il 17 aprile 2026

Anna Salzano

Anna Salzano / Psicoterapeuta e Scrittrice

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