“Se siamo disperati che ce ne importa? Continuiamo come se non lo fossimo.” Günther Anders, Diario di Hiroshima e Nagasaki. Un racconto, un testamento intellettuale - Edizioni Ghibli
“Le prospettive aperte dalle nuove tecnologie, in particolare dalla rivoluzione digitale, coinvolgono in modo radicale la riflessione antropologica e morale. La coltivazione di un ethos culturale adeguato, che si appoggi a un solido impianto umanistico, deve tradursi nella produzione di regole condivise volte a indirizzare le scelte verso obiettivi di vera umanizzazione”, - Giannino Piana (Umanesimo per l’era digitale, Interlinea, Novara 2022, Pag.47/48)
“Homo[1] sum humani nihil a me alienum puto” Terenzio
La rivoluzione tecnologica ha reso impossibile separare l’uomo dalla macchina, tracciare linee di demarcazione nette tra ciò che è ancora umano e ciò che è artificiale. L’impossibilità nasce dalla costruzione di nuovi miti e simbologie che, rivolgendosi all’homo technologicus, hanno dato forma a una nuova sapienza nella quale umano e umanità hanno perso molti dei loro significati e simboli valoriali. Questi concetti soffrono oggi della loro dissoluzione e sparizione dalle narrazioni predominanti. Per questo sono diventati ancora più importanti di quanto non siano nel definire la realtà e l’esistente del nostro vivere quotidiano nella tecno-contemporaneità.
Per riempire il vuoto di senso che si è creato bisogna riscoprire l’attualità di ciò che da molti è ritenuto come inattuale: recuperare la memoria, non solo storica e culturale, in modo da poter rileggere ciò che ci ha portato fino a qui, le tante rivoluzioni tecnologiche fin qui vissute, andando alla ricerca delle tracce, anche di chi ci ha preceduto, che ci servono per non perdere la nostra umanità e rimanere umani. Nel fare questo bisogna trovare il modo di sapersi orientare, anche nel pensare, dentro un mondo in continua trasformazione, nella consapevolezza del ruolo che l’osservatore e il suo modo di pensare hanno nelle mutazioni in atto, perché nulla si inventa di nuovo, ma tutto è sempre un’operazione metamorfica dell’esistente.
bisogna recuperare la memoria, non solo storica e culturale, in modo da poter rileggere ciò che ci ha portato fino a qui, le tante rivoluzioni tecnologiche fin qui vissute
Siamo tutti testimoni, nostro malgrado, di una rivoluzione tecnologica che con la pretesa di digitalizzare la vita, riducendola a semplici algoritmi, ci sta cambiando dentro, in qualche modo ibridizzando, automatizzando e robotizzando. Ha cambiato il mondo e come lo percepiamo, come pensiamo e come comunichiamo, convincendoci che tutto sia informazione. Ha reso cognitivamente difficile riflettere su una narrazione egemonica, che racconta una visione tecnologica del mondo come obiettiva, mentre non lo è. Non racconta la realtà, (rap)presenta soltanto una sua possibile versione, spesso in versione tecno-magica.
Come scrive Douglas Rushkoff: “La pretesa che si possa salvare il mondo a colpi di codici informatici presume che il mondo sia fatto di codici e che tutto quel che non lo è, prima o poi, sarà convertito in formato digitale[2]”. Non tutto può però essere trasformato in codice e in software, non tutto può essere scansionato o renderizzato, archiviato sul cloud e digitalizzato. La vita dei corpi viventi raccontati da Miguel Benasayag non può essere ottimizzata, i comportamenti che la caratterizzano non possono essere dettati da meccanismi gratificanti e ludici, come quelli delle piattaforme social o del Metaverso, neppure adattati alle loro funzionalità, ai loro meccanismi e sistemi operativi.
“La pretesa che si possa salvare il mondo a colpi di codici informatici presume che il mondo sia fatto di codici e che tutto quel che non lo è, prima o poi, sarà convertito in formato digitale” - Douglas Rushkoff
Senza rendercene conto ci siamo arresi alla volontà di potenza della tecnologia, al suo essere diventata macchina culturale e cognitiva, capace di creatività e di immaginazione. Nel nostro impulso ad antropomorfizzare tutto pensiamo che le macchine siano sempre più simili a noi, da imitare. E se nel fare questo stessimo semplicemente obbedendo alle machine (“what machine wants”)? Non ci sono prove concrete che le macchine siano dotate di creatività, immaginazione, intuizione, forse neppure di capacità di apprendimento in senso umano. Il loro apprendere produce soluzioni, altri algoritmi, efficaci ma spesso imperscrutabili, oscuri. Noi umani siamo diversi, anche se a definire chi siamo è oggi la pratica digitale alla quale ci dedichiamo con tanta passione e acritica determinazione, tanto dall’aver trasformato i mondi virtuali in mondi più reali di “quelli viscerali” e incarnati.
Ibridati come siamo, stiamo già intimamente collaborando con le macchine digitali e i loro algoritmi, in forma di assistenti personali e intelligenze artificiali. Anche questo libro nasce grazie alle numerose ricerche fatte con un motore di ricerca (DuckDuckGo preferito a Google Search per il suo maggiore rispetto della privacy e per la minore o inesistente personalizzazione) che, favorendo la scoperta di nuove informazioni e permettendo il sorgere di nuove idee, può essere a tutti gli effetti considerato come mio co-autore. Questo non significa che ci si debba arrendere alla teoria del computazionalismo[3] ormai acriticamente accettata da chi ha scelto di abitare la vita come se fosse calcolabile e analizzabile solo dentro i confini definiti (limitati, come la semantica della parola ci racconta: cum-finis, confine) dalla macchina computazionale stessa. Tutto è in movimento e rapido cambiamento, la complessità e la sua criticità entropica sono in costante aumento. Abbiamo bisogno di collaborare con le tecnologie che abbiamo creato ma in modo critico, non da consumatori o utenti trasformati in semplici elementi di “una logistica adattata alla velocità dei dati” (Paul Virilio), continuando a pensare che “Le versioni di noi stessi che vediamo online nei database e nei profili utente sembrano ancora rozze caricature. La salvezza promessa dalla teologia algoritmica rimane ostinatamente in un futuro lontano[4]”.
Abbiamo bisogno di collaborare con le tecnologie che abbiamo creato ma in modo critico, non da consumatori o utenti trasformati in semplici elementi di “una logistica adattata alla velocità dei dati”
Mentre la tecnologia accelera e la macchina aspira a usare algoritmi metacognitivi, l’umano si scolora, il pensiero rallenta, perché è diventato anoressico, ha perso la sua capacità logica e critica, la sua lunghezza e profondità, la capacità di cogliere le relazioni complesse tra le cose, le situazioni e gli eventi, di trasformarsi in conoscenza e comprensione. Per citare i DEVO, gruppo musicale rock (punk o new wave) nato agli inizi degli anni Settanta il cui album cult fu Freedom of choice, ci stiamo de-(e)volvendo («It’s a Devo world») e le persone stanno diventando più ignoranti, più stupide e più cattive, anche se più informate di sempre (almeno così pensano).
Individualmente e nel breve termine non possiamo fare molto per cambiare le cose, possiamo però, insieme ad altri e consapevolmente, provare a creare nuove condizioni culturali che, rimodellando le fondamenta dei nostri apparati concettuali e intellettuali, permettano in futuro di favorire una riorganizzazione del modo di stare insieme e relazionarci. Un modo umano, al di fuori delle regole utilitaristiche, produttivistiche e consumistiche oggi prevalenti. Il lavoro da fare non è solo teorico, si deve tradurre in pratiche concrete, in azioni, in condotte determinate da bisogni e mosse da obiettivi strategici.
Nulla potrà cambiare veramente senza il coinvolgimento di tutti, senza che emerga un nuovo modo di rapportarsi alla tecnologia e di interpretare gli effetti che ha generato. Il disincanto oggi crescente, che nasce dall’incertezza e forse da una maggiore (tecno)consapevolezza, muove le coscienze, ma non è ancora sufficiente a rompere le complicità da cui hanno tratto vantaggio i potentati tecnologici attuali. Siamo disincantati, forse disillusi ma ancora in sonno profondo. Non ci siamo ancora svegliati, forse perché dopo essere stati sedotti non siamo mai stati abbandonati (lo smartphone è sempre con noi, anche sul comodino). Più che prigionieri del Panottico Benthamiano o della caverna di Platone, più che individui sorvegliati e controllati dentro il capitalismo della sorveglianza ben descritto da Shoshana Zuboff, siamo tutti mercificati e complici di quanto sta avvenendo. Complici con i nostri comportamenti (anti)social online, per il nostro disinteresse a una critica dei rapporti di forza che governano le nostre vite online, per esserci trasformati in produttori di dati e diventati merci, per avere felicemente (La società felice di Francesco Morace) accettato il consumismo e la mercificazione delle nostre vite che ne è derivata.
La rete ha dato a tutti la possibilità di espandere il proprio io, di coltivare l’identità individuale poi sfociata nell’individualismo malato attuale, perché venato da narcisismo e nichilismo. Per attivare pratiche resistenziali efficaci è necessario partire dalla specificità del nostro vissuto per ritornare ad azioni collettive, alla collettività. Possiamo tutti impegnarci ad agire con il cuore usando la testa, a sentipensare direbbero i pescatori di molte comunità fluviali colombiane e persone di origine africana. Mentre la macchina tenta di convincerci della sua efficienza e razionalità, noi dobbiamo tenere insieme mente e corpo, ragione e sentimento, esseri umani e natura, nostriversi e pluriversi fisici vari, resistendo ai metaversi virtuali nei quali il sentipensare è bandito e soggetto ai codici stranieri descritti da Francesco Varanini.
Abbiamo tutti bisogno di alterità e di visioni alternative, insieme possiamo contribuire a elaborare un nuovo immaginario, che nessuna intelligenza artificiale è al momento in grado di sviluppare. L’azione passa inizialmente dalla creazione di una rappresentazione in forma di mappa della realtà e dalla sua comprensione. Non ha bisogno di gesti eclatanti, rumorosi, non contempla il rifiuto della tecnologia, può avvenire con semplici atti di resistenza. Un modo per opporsi al riduzionismo e al determinismo computazionale della tecnica, agendo sommessamente, ma in modo perseverante, con tanta immaginazione proiettata su scenari futuri possibili. In difesa della vita umana e della sua sorprendente imprevedibilità e irriducibilità, anche nella futura versione postumana del vivente.
La resistenza ha bisogno di vigore, trova la sua forza nel continuare a interrogarsi sul perché viviamo[5] e su cosa sia la Vita, nel battersi contro la digitalizzazione dell’umano che punta a trasformare la vita in un mondo di Lego nel quale ogni elemento è già stato programmato per aderire agli altri, in contesti o costrutti nei quali ogni pezzo trova il giusto e unico posto adeguato possibile a lui assegnato. Con la consapevolezza che, come ha scritto Miguel Benasayag, “[l’ibridazione tecnologica in corso] potrà realizzarsi attraverso due possibili percorsi: quello della colonizzazione del vivente da parte della macchina, o quello della colonizzazione e dell’utilizzo della macchina da parte del vivente e a beneficio di esso[6]”.
Resistere non va interpretato in senso passivo ma proattivo, una reazione attiva al soffocamento in atto. Resistere è fare una scelta mettendosi in discussione, è mettere in moto l’immaginazione, è creare, è un agire che implica soggettività e responsabilità, rinuncia al fare (eseguire, semplice competenza), dando forma a situazioni nuove, capaci di modificare i contesti nei quali siamo inseriti e le relazioni che li caratterizzano. L’agire è una forma di attività umana creativa che obbliga, anche grazie all’immaginazione, a prendere l’iniziativa, a non stare fermi a luci spente nella notte ma a “Seguir con gli occhi un airone sopra il fiume e poi ritrovarsi a volare[7]”, ad aprire gli occhi per immergersi nella realtà, mettere in movimento qualcosa sentendosi parte del progetto a cui si è dato vita, investendo nelle sue potenzialità latenti e future.
Resistere è fare una scelta mettendosi in discussione, è mettere in moto l’immaginazione, è creare, è un agire che implica soggettività e responsabilità, rinuncia al fare per un agire che è una forma di attività umana creativa che obbliga, anche grazie all’immaginazione, a prendere l’iniziativa
Non si tratta di cedere alla rassegnazione ma di usarla per mettere in essere pratiche utili a una riorganizzazione del nostro immaginario in tutte le sue potenziali prospettive, “una riconfigurazione concettuale del futuro” direbbe Franco Bifo Berardi. La riorganizzazione può passare attraverso la sconnessione dal mondo iperconnesso, l’abbandono dei mondi virtuali con le loro gratificazioni e finte partecipazioni, il ritorno a un sano e normale consumo basato su semplici bisogni. Il tutto teso a rimarcare la radicale alterità tra organismi umani e manufatti tecnologici e digitali, siano essi semplici robot o macchine dotate di “Intelligenza” artificiale.
Viviamo un’epoca impregnata di attivismo e antiintellettualismo, grigia, piena di crisi e di paradossi. Come ha scritto Ivano Dionigi “a fronte del maximum dei mezzi di comunicazione, sperimentiamo il minimum della comprensione, come se le parole subissero una sciagurata autonomia rispetto alle cose[8]”. Il linguaggio si è impoverito, le parole hanno perso dignità diventando divisive, le verità di cui sono portatrici sono diventate opinioni, semplice doxa (δόξα, contrapposta nel pensiero greco alla vera conoscenza ἐπιστήμη), felice celebrazione del verosimile (eikòs) che elegge i ragionamenti meno validi a più validi, verità alternative a inconfutabili verità, la realtà dei fatti alla loro semplice e semplificata rappresentazione e interpretazione.
L’opinionismo militante diffuso toglie spazio al pensiero, ha cambiato il dibattito pubblico, sempre più cadenzato su ondate di opinioni vincenti, emotive più che razionali, private di consapevolezza, attraverso l’uso di strumenti come i sondaggi e i social media, capaci ormai di incatenare la nostra attenzione, di riformattare la nostra vita interiore ed esteriore, la percezione di noi stessi e quella degli altri. L’epoca tecnologica postmoderna fa l’apologia dell’opinione, nega la validità dell’approfondimento, pone tutte le opinioni sullo stesso piano, preclude una riflessione critica sul senso delle cose. Il prevalere delle opinioni sui fatti è anche un effetto della digitalizzazione delle nostre vite, che ha portato a privarsi del tatto, del contatto e della presa di coscienza sul reale. La tecnologia ci offre innumerevoli opportunità di migliorare il mondo, governandolo e guidandolo verso destinazioni favorevoli all’evoluzione dell’umano sulla Terra. Bisogna però accettare variazioni in atto, che suggeriscono un ripensamento del rapporto uomo-natura, vivente-non vivente, che suggeriscono il superamento della diffusa e sentita inferiorità rispetto agli effetti causati dalla tecnologia, dai suoi prodotti e dalla mega-macchina globale a cui ha dato vita.
La soggezione ricorda l’essere antiquato di Günther Anders, il cui “dislivello prometeico[9]”, lo scarto che si è creato tra l’uomo contemporaneo e la macchina, racconta molto bene, anche nella realtà delle tecnologie digitali odierne, l’invidia verso i prodotti tecnologici da lui stesso realizzati, unita all’impossibilità di stare al loro passo accelerato e instancabile. Il rischio è di mantenere nulla più che “il governo della sua passività”.
L’accelerazione tecnologica, che oggi suggerisce a pensatori come Kevin Kelly di prevedere l’avvento inevitabile del technium, veniva letta da Günther Anders come la causa di una crepa: una frattura profonda venutasi a creare per l’incapacità umana a adottare la stessa velocità di trasformazione, per l’impossibilità umana ad aggiornarsi continuamente come può fare una macchina. Tutto sta accelerando, molti premono entusiasti il piede sull’acceleratore tecnologico, nella speranza di sfuggire al caos che si sta manifestando, per rincorrere l’emergere illusorio di futuri migliori fruibili da tutti, con l’unica certezza di non poter più sperimentare alcuna normalità, ma solo “l’incertezza, la complessità e la fragilità che irrompono nel cuore stesso del [nostro] divenire[10]” sulla Terra.
L’asincronia tra uomo e macchina rilevata da Anders nel lontano 1956, è oggi ancor più marcata, si presenta a molti come irrisolvibile. Ma invece di suscitare quella che Anders chiamava la vergogna prometeica, definita come senso di inadeguatezza e inferiorità ontologica nei confronti dei manufatti tecnologici (gli artificialia[11] contemporanei) di cui siamo gli artefici, la crepa viene nascosta. L’abisso viene riempito da narrazioni celebrative dell’era tecnologica, che impediscono sia di fare i conti con le proprie origini umane difettose e non programmate, sia di percepire e riflettere sulle molteplici soglie che stiamo varcando dentro un processo di disumanizzazione in atto. Nel tentativo di superare i limiti del corpo, siamo impegnati a ingegnerizzare il corpo umano, a ibridarlo tecnologicamente, nel tentativo di assomigliare sempre più a una macchina.
I limiti che delineano i confini umani sono potenti strumenti di conoscenza, del mondo, della realtà e di sé stessi.
I limiti che delineano i confini umani sono anche potenti strumenti di conoscenza, del mondo, della realtà e di sé stessi. Ammirati dalla perfezione e dalla potenza della tecnologia, immersi nelle sue narrazioni felicitarie, pretendiamo solo di potercene liberare. Il corpo alle prese con i propri limiti e i suoi fantasmi è un corpo affaticato che suda e si misura nelle proprie capacità di resistenza, che si impegna, allenandosi giorno dopo giorno, a superare con intelligenza le proprie insicurezze e paure, il buio nel quale spesso si sente avvolto.
Contagiati dallo storytelling siamo diventati dei rammolliti, anche per colpa del troppo tempo che dedichiamo a “spipppolare” sugli schermi di dispositivi che ci fanno chiudere in noi stessi. Insoddisfatti di noi stessi, ci limitiamo a lamentarci invece di provare a cambiare le nostre esistenze e il mondo intorno a noi, dotandoci di quanto serve per affrontare fasi già in formazione e delle quali potremmo essere protagonisti. Abbiamo dimenticato le buone pratiche di un tempo, che ci permettevano di rispondere automaticamente e in modo efficace a sollecitazioni interne ed esterne senza ricorrere a filtri, mappe, schemi o strumenti come quelli tecnologici odierni. Pur scansando con intelligenza la trappola delle numerose narrazioni trionfalistiche sulle sorti progressive della tecnologia[12], così come quelle vittimistiche e distopiche che paventano la sottomissione dell’uomo alla macchina, bisogna prendere atto che, parafrasando il testo de La Ginestra di Giacomo Leopardi, l’uomo tecnologico felice non è.
L’infelicità nel mondo odierno è grande, forse originata dalla (tecno)solitudine ma anche dal prevalere di pratiche individualiste che puntano a soddisfare bisogni privati, rincorrendo prodotti e profitti. La solitudine potrebbe essere alleviata dal recupero della solidarietà fra individui, diversi ma tutti accomunati dalla percezione di un’urgenza: lasciarsi alle spalle la volgarità e la brutalità del linguaggio espressione dell’arroganza che prospera, evitare la sottomissione ai potenti di turno, al politicamente corretto e al conformismo, guarire dalla cecità contagiosa (il riferimento è al libro di Josè Saramago) di molti anni che impedisce di vedere con chiarezza la piega degli eventi e del mondo. Un mondo impoverito culturalmente e cognitivamente, anche per essersi lasciato passivamente colonizzare dalla tecnologia. Avendone introiettata la ragione calcolatrice questo tecno-mondo ha perso il suo orientamento verso il bene comune, accetta la banalità del quotidiano, oggi molto ben rappresentata dalle narrazioni che lo raccontano e da ciò che si finge di vivere online.
Alla ricerca di senso, dobbiamo abbandonare pratiche onlife che hanno omologato e anestetizzato il sentire, omogeneizzato l’esperienza e cloroformizzato il pensare
Alla ricerca di senso, dobbiamo abbandonare pratiche onlife che hanno omologato e anestetizzato il sentire, omogeneizzato l’esperienza e cloroformizzato il pensare, dobbiamo impegnarci a costruire senso e a farlo insieme ad altri: non superficialmente ma andando in profondità, agitando la coscienza, esercitando la comprensione, adottando pratiche quotidiane fatte di piccoli passi, dalla forza assimilabile alla goccia che leviga qualsiasi roccia su cui cade per anni. Sono pratiche meditate che nascono dall’interiorità, si collegano alla spiritualità che ci distingue dalle macchine, ci portano a mettere in discussione e ad abbandonare le pratiche alle quali ci siamo piegati per abitudine e rassegnazione, rendendoci complici delle destinazioni d’uso e dei meccanismi delle tecnologie che usiamo.
Le pratiche che servono contrappongono la lentezza alla velocità e all’impazienza, l’autocontrollo alla dipendenza, il respiro riflessivo e consapevole alla scelta del MiPiace, il vedere al guardare, il sentire (provare sensazioni) al sorvolare, la gentilezza alla brutalità del linguaggio, la lettura alla navigazione, il dialogo all’interazione, la riflessione alla reazione binaria, la verità alla post-verità[13] e alla verità alternativa, la scelta alla sua assenza, l’attenzione alla disattenzione. Come ha scritto Vito Mancuso bisogna contribuire a dare forma e a costruire nuovo senso e consenso intorno alla propria vita. Il modo di farlo è di agire “[…] quotidianamente, giorno dopo giorno, mediante una politica di piccoli gesti che conducono la nostra coscienza a capire e ad amare sempre più la logica profonda della vita, la sua misteriosa e insieme dolorosa poesia[14]”.
Le pratiche umaniste che richiamo nel mio libro NOSTROVERSO non sono legate all’Uomo come concetto astratto universale, attraverso il quale abbracciare in modo artefatto gli esseri umani, non vogliono essere una proposizione filosofica o una raccolta di buoni sentimenti. Le pratiche che propongo sono azioni situate di uomini al singolare, uno per uno nella propria singolarità, con corpi concreti e fisicamente perimetrati, con nomi propri che li identificano univocamente. Non ci sono essenze universali o modelli validi per tutti, ma individui singoli, persone sempre alle prese con l’alterità dell’Altro, con valori propri, impegnate a farli vivere a partire dal loro essere nel mondo (Recalcati). Non ci sono abilità, competenze o bandiere universali da sbandierare, ma pratiche assunte consapevolmente e responsabilmente nell’agire nel e sul mondo, capaci di tradursi in azioni concrete come la solidarietà, pratica che non è mai stata più negata e desiderata al tempo stesso come oggi.
La solidarietà declinata in riferimenti valoriali e parole dentro un codice morale suggerisce di “rimanere umani”, praticando cooperazione e una disponibilità generosa alla relazione umana, tenute insieme dalla forza di volontà e dalla tenacia, perché i tempi sono difficili, caotici e confusi, tempestosi, percepiti da tutti come incerti, sull’orlo del caos. A caratterizzare il codice etico sono parole come amore, amicizia, benevolenza[15], collaborazione, comunità, compassione (sentire per, diversa da empatia, sentire con), comprensione, (tecno)consapevolezza, cultura, democrazia, dono, educazione, equità, etica (intesa come preoccupazione per sé stessi, per gli altri e per le istituzioni di cui si è parte16) gentilezza, generosità, gratuità, giustizia, fiducia, felicità, conoscenza, libertà, onestà, ospitalità, partecipazione, prudenza, reciprocità, responsabilità, relazione, resistenza, rispetto, sapienza, scelta, solidarietà, sollecitudine, temperanza, tolleranza, umanità e altre ancora.
affidabilità, credibilità, coerenza, fermezza non autoritaria ma autorevole, forza di carattere, ottimismo della volontà e della ragione, riservatezza, discrezione, generosità, nobiltà d’animo, cura degli altri, queste le parole chiave a cui affidarsi
I tratti distintivi di queste parole sono stati elencati in modo esaustivo da Duccio Demetrio nel suo bellissimo libro (anche per le immagini che lo accompagnano) All’antica. Una maniera di esistere[17]: “[…] l’affidabilità, la credibilità, la coerenza, la fermezza non autoritaria ma autorevole, la forza di carattere, l’ottimismo della volontà e della ragione, la riservatezza, la discrezione, la generosità, la nobiltà d’animo, la cura degli altri”. Sono parole che fanno riferimento a qualità e virtù interiori individuali di cui si sente la mancanza e una diffusa sofferta assenza. Vanno manifestate socialmente in forma di resistenza a pratiche, abitudini, visioni del mondo ed etiche comportamentali contemporanee, all’origine dello star male attuale. Suggeriscono il ritorno allo studio e alla lettura finalizzati alla conoscenza e al sapere; alla capacità di ascolto, all’uso della memoria umana (senza cloud e Big Data siamo meno efficienti ma più umani) e della riflessione critica che deriva dal saper pensare riordinando i propri pensieri, dando loro un senso; alla riscoperta di un linguaggio dialogante, semanticamente ricco e ospitale; a forme di spiritualità e meditazione ormai ritenute desuete, fuori contesto dentro i mondi materiali che frequentiamo; alla consapevolezza e alla responsabilità.
Nel definire come umaniste le pratiche qui proposte ho voluto evidenziare la necessità di una rivalorizzazione dell’uomo, singolo e sociale, singolare e plurale, situato in un’epoca di crisi che obbliga a ripensare tutto, compreso il ruolo dell’umano nell’universo Terra. Mi riferisco a un uomo pieno delle tante contraddizioni che solo l’uomo assurdo di oggi vorrebbe cancellare. Un uomo dai comportamenti imprevedibili, dotato di intenzionalità, volontà e cultura, che non ha paura delle sue vulnerabilità e fragilità, incoerenze e volubilità, paure, dubbi e incertezze, non solo raziocinante ma anche dotato di sentimenti empatici e di speranze, creativo e capace di immaginazione. Un uomo che non si lascia ridurre a semplici quantità numeriche o statistiche ma ricerca la qualità attraverso approcci umanistici, oggi messi in crisi dal tecno-scientismo montante, ma in particolare dalle narrazioni che vorrebbero l’uomo assimilabile alla macchina.
Narrazioni che presentano una visione positivista, deterministica e riduzionista del mondo che mal si sposa con le molte espressioni artistiche, e poetiche di cui l’uomo è capace, ben raccontate e presenti in epoche storiche come quella dell’Umanesimo. Adottare pratiche umaniste nell’era tecnologica attuale significa agire da umanisti, rappresentanti di un nuovo umanesimo (anche tecnologico) da costruire, che sentono forte la necessità di agire in difesa delle prerogative dell’umano, oggi messe in crisi dall’idea prevalente che a guidare l’interpretazione della realtà, dell’uomo e della sua condotta siano ormai la scienza e la tecnologia[18]. Le soluzioni da esse suggerite si mostrano inadeguate nel fornire le indicazioni utili a trovare il senso e il valore dell’esistenza. E dall’esistenza, dalla vita, dal vissuto umano bisogna invece sempre (ri)partire.
Note
[1] In latino significa essere umano, vir era il termine latino per maschio adulto.
[2] Douglas Rushkoff, Solo i più ricchi - come i tecnomiliardari scamperanno alla catastrofe lasciandoci qui, Luiss, Roma 2023, Pag. 110
[3] Il Computazionalismo è una teoria del funzionalismo in filosofia della mente, che, per ragioni metodologiche, progetta la mente come un elaboratore di informazioni e confronta l'idea a un calcolo e, nello specifico, all'applicazione di un sistema di regole. Per computazionalismo si intende la teoria sviluppata in particolare da Hilary Putnam e Jerry Fodor, e non il cognitivismo in generale. (Wiki)
[4] Ed Finn, Che cosa vogliono gli algoritmi – L’immaginazione nell’era dei computer, I Maverick Einaudi, Torino 2017, Pag. 203
[5] Riferimento al titolo del libro di Marc Augé: Perché viviamo, Meltemi, Milano 2017
[6] Miguel Benasayg, La singolarità del vivente, Jaca Book, Milano 2021, Pag. 20-21
[7] Emozioni, canzone di Lucio Battisti
[8] Ivano Dionigi, Osa Sapere – Contro la paura e l’ignoranza, I Solferini, Milano 2019, Pag. 35
[9] L’uomo è antiquato, Günther Anders. Pag. 253. «Prometeica» chiamo però quella differenza che si manifesta quale dislivello fondamentale; cioè quel dislivello che sussiste tra la nostra «prestazione prometeica», tra i prodotti fabbricati da noi, «figli di Prometeo» e tutte le altre prestazioni; il fatto che non siamo all’altezza del «Prometeo che è in noi».
[10] Miguel Benasyag, La singolarità del vivente, Pag. 25
[11] Termine riferito alle wunderkammer o camere delle meraviglie e delle curiosità, ambienti particolari nei quali, dal XVI secolo al XVIII secolo, i collezionisti erano soliti conservare raccolte di oggetti straordinari per le loro caratteristiche intrinseche ed estrinseche: naturalia provenienti dalla natura, artificialia come oggetti creati dalle mani dell’uomo, mirabilia per cose che suscitano la meraviglia…
[12] Quando Leopardi parla di progresso non è per condannarlo. Leopardi condanna chi vede nel presente un progresso sempre positivo e inarrestabile.
[13] “La postverità [sta dentro] un regime discorsivo […] La questione della postverità è una questione semiotica, perché ha a che fare con i modi in cui, attraverso le pratiche discorsive, costruiamo la verità.” Anna Maria Lorusso, Posteverità, Editori Laterza, Bari 2023, pag.9
[14] Vito Mancuso, A proposito del senso della vita, Garzanti, Milano 2021, Pag. 93-98
[15] Edgar Morin: “La benevolenza permette di considerare gli altri non solo per i loro difetti e le loro mancanze, ma anche per le loro qualità, nello stesso tempo nelle loro intenzioni e nelle loro azioni”.
[16] Il riferimento è alla concezione dell’etica di Paul Ricoeur
[17] Duccio Demetrio, All’antica- Una maniera di esistere, Raffaello Cortina Editore, Milano 2021, Pag. 23
[18] Due entità tra loro diverse (la tecnologia deriva dalla scienza pur avendo vita propria) che non possono essere confuse adottando interpretazioni riduzionistiche. La scienza è caratterizzata da aspetti fondamentalmente conoscitivi e come tali associabile alle discipline umanistiche nel cercare di soddisfare la spinta dell’uomo verso la conoscenza. (Giampaolo Bellini)