“Il tema della cura è centrale nell’esistenza umana. Potremmo dire che la costituisce. Ma i nostri desideri, le nostre passioni, così come le idee che danno forma alla nostra vita hanno un carattere storico. Dipendono dalla nostra visione del mondo, dalle nostre credenze.” – Anna Colaiacovo
“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie - Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via - Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo - Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai - Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore - Dalle ossessioni delle tue manie - Supererò le correnti gravitazionali - Lo spazio e la luce per non farti invecchiare - E guarirai da tutte le malattie - Perché sei un essere speciale - Ed io, avrò cura di te - Vagavo per i campi del Tennessee – […] - Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza - Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza – […] - Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono - Supererò le correnti gravitazionali - Lo spazio e la luce per non farti invecchiare - Ti salverò da ogni malinconia - Perché sei un essere speciale - Ed io avrò cura di te - Io sì, che avrò cura di te” - Franco Battiato
Mentre cresce l’attenzione per le sperimentazioni che nel Metaverso tendono a cambiare la sanità e i servizi ad essa associati, all’interno della mia proposta di un Nostroverso umanista, la cura (il to care – I care di Don Milani), nella sua accezione di ascolto di sé e dell’altro, di sollecitudine e preoccupazione per qualcuno o qualcosa, è uno dei vettori principali.
Non come terapia ma come cura. Intesa come pensiero e prassi, alla scoperta delle molteplici interrelazioni che collegano gli uni agli altri, dentro relazioni orizzontali di cui ognuno deve prendersi cura, agendo in modo che ogni azione sia rivolta a e verso qualcosa o qualcuno, perché tutta la nostra esistenza è relazionale, intersoggettiva, alla ricerca di empatia, un aver cura. La cura a cui faccio riferimento è vista anche come volontà di non rimanere meri spettatori della vita, impegnandosi a darle una direzione, un ordine valoriale e un senso, assumendosi la responsabilità delle scelte che essa sempre comporta. Una responsabilità declinabile in due modalità, una finalizzata alla cura dell’Altro, in modo che possa giungere a realizzare il suo progetto di vita e la propria umanità, l’altra nel prendersi cura degli oggetti, delle persone, dei contesti, ecc. che caratterizzano un ambiente vitale condiviso. Il prendersi cura in questo contesto non è riferibile alle molte pratiche odierne, finalizzate allo stare bene frequentando palestre, a tenere sotto controllo calorie e battiti cardiaci con un iWatch, scegliendo diete vegetariane per limitare peso e disfunzioni fisiologiche. Il concetto di cura a cui il Nostroverso si richiama non è uno slogan, fa riferimento al pensiero greco e ai concetti delfici del conoscere sé stessi guardandosi dentro, del prendersi cura agendo in modo da modificare abitudini e cambiare comportamenti, del prestare attenzione alla parola dell’Altro, dentro una dimensione dialogica, caratterizzata da apertura mentale e di cuore, che possa essere trasformativa, benefica e terapeutica insieme.
La cura come volontà di non rimanere meri spettatori della vita, impegnandosi a dare alla vita una direzione, un ordine valoriale e un senso, assumendosi la responsabilità delle scelte che essa sempre comporta.
In un’epoca scandita dalle crisi e da orizzonti emergenziali, percepiti dai più come foschi e portatori di altre crisi, la priorità assegnata al Nostroverso sui tanti metaversi che lo imitano correggendolo, suggerisce di sperimentare una lettura critica degli accadimenti, di contestualizzarli, ricercandone le intrinseche correlazioni, di cercare di capire significati, ragioni ed effetti di queste crisi, in modo da elaborare una riflessione sulla società e sulle scelte da fare. Una delle scelte da compiere è l’avere cura, di sé stessi e degli altri. Un approccio filosofico ed esistenziale insieme, che può aiutare a superare l’ansia e il panico sperimentati da molti dentro una realtà caratterizzata da tanta solitudine, dalla frammentazione dei legami, dal malessere personale e dalla rabbia crescente, che si manifesta in mille fatti di cronaca che il bombardamento mediatico non esita a raccontarci ogni giorno.
L’attenzione che riceviamo dagli altri, esseri umani in carne e ossa, volti e sguardi, può lenire le nostre sofferenze, aiutandoci a prendere in esame i nostri desideri e le nostre potenzialità così come i nostri limiti, a trovare il nostro modo di essere e gli stimoli necessari a realizzarlo. Sempre in modo solidale e relazionale, mettendo in atto tutte le azioni di cura necessarie, siano esse tangibili o invisibili, per far sentire l’Altro una persona. In questo prendersi cura emerge il ruolo del corpo, elemento fondante del Nostroverso, dei suoi gesti e della sua corporeità. Prendersi cura in una realtà che non va oltre il contingente, demonizza il diverso e manca di prospettive spirituali, che spersonalizza e digitalizza la relazione, è un modo per mostrare accoglienza, compassione e affetto, per riconoscere l’identità particolare di ognuno, la sua soggettività e singolarità, prestando attenzione a ciò che l’Altro potrebbe diventare.
Prendersi cura è un modo per mostrare accoglienza, compassione e affetto, per riconoscere l’identità particolare di ognuno, la sua soggettività e singolarità, prestando attenzione a ciò che l’Altro potrebbe diventare.
In un mondo chiuso da barriere insorgenti e sempre più spaventato, la cura è interessamento e apertura verso il mondo che cambia. Ci chiama a superare la nostra incuria, individuale e collettiva. A differenza della terapia, relazionata alla malattia, la cura lo è alla persona, nel Nostroverso è allargata anche all’ambiente, alla società, alla biosfera tutta e al pianeta. Come paradigma dell’organizzazione sociale e delle relazioni tra le persone ci obbliga a fare i conti con la vulnerabilità, la fragilità e le interdipendenze umane, con la natura che le ospita. Ci chiama ad amare il mondo reale agendo eticamente secondo il principio di responsabilità di Hans Jonas[1], senza alcuna discriminazione di genere o di religione, trasformando la cura in un principio organizzativo delle nostre esistenze. Non è assimilabile alla terapia (la θεραπεια dei greci) perché non c’è alcuna malattia da “curare”.
È un prendersi cura di sé stessi e degli altri, intervenendo per riparare ciò che è stato danneggiato dall’uomo sulla terra, affinché il pianeta possa continuare a essere vivibile per le generazioni a venire. Si presenta come un pensiero e una pratica resistenziale per andare oltre (in senso Foucaultiano), da applicare in modo perseverante alla propria esistenza, recuperando la fiducia nell’uomo. È un modo per governare sé stessi, prendendosi cura del corpo e della mente, dello spirito e della verità, del pensiero e della sensibilità, per trovare il modo giusto di vivere, la maniera di sopravvivere, forme di vita frutto di una scelta. La cura è sempre dentro un percorso, un processo finalizzato alla conoscenza, all’apprendimento, alla consapevolezza e alla responsabilità, elaborando strumenti cognitivi e interpretativi utili a capire la complessità, a navigare facendo chiarezza dentro il linguaggio e le sue narrazioni, a riflettere su comportamenti poco rispettosi e irresponsabili, discriminanti e pregiudizievoli, indifferenti, razzisti e omofobi, che poco hanno a che fare con l’etica della cura.
La cura è sempre dentro un percorso, un processo finalizzato alla conoscenza, all’apprendimento, alla consapevolezza e alla responsabilità, elaborando strumenti cognitivi e interpretativi utili a capire la complessità
Povertà, disuguaglianza, solitudine e disagio psichico sono le malattie dei nostri tempi superficiali e felicitari senza felicità. Tempi sospesi nei quali siamo tutti testimoni del susseguirsi di crisi continue che rimuoviamo senza volerle contestualizzare, raccontandoci storie e inventandoci terapie che non curano, soluzioni che non risolvono, modelli “farmacologici” che non funzionano. Ne abbiamo avuta una dimostrazione chiara con la pandemia dalla quale siamo usciti farmacologicamente forse guariti, ma ancora malati. Lacerati dalle nostre fragilità, incapaci di prenderci cura di noi stessi e degli altri, di tornare alla normalità perché la normalità era il vero problema. La pandemia ha evidenziato e amplificato nodi già esistenti, non a caso segnalati da tempo dagli scienziati di tutto il mondo. Tutti siamo stati testimoni dei suoi effetti, anche infodemici. Pochi sembriamo aver compreso che la sparizione del contagio non è la soluzione, perché ciò che serve è l’assunzione di un concetto di cura e di benessere molto più ampio e profondo. Un concetto di cura, capace di mettere in discussione lo status quo legato a modelli di sviluppo nei quali il mercato domina incontrastato, su ogni dimensione umana e non umana (uso delle risorse).
Tutti tesi a inseguire le illusorie promesse di potenza e perfezione della tecnologia, diventata il motore immobile della fase attuale del capitalismo, abbiamo dimenticato come prenderci cura di noi stessi e del nostro corpo, dell’Altro e della sua alterità, della nostra libertà, della giustizia, della verità e della bellezza. Complici delle scelte del mercato e della tecnologia, la nostra colpevole passività ci impedisce di leggere criticamente il presente, di farlo pur limitati da una sempre più difficile libertà, pur limitati dalle contraddizioni della società nella quale viviamo, sentendoci poco liberi, bloccati. Mentre al mercato la protezione e la cura non interessano, sono semplici costi da gestire, la nostra vita ci obbliga ogni giorno a prenderci cura di noi stessi, che poi implica il prendersi cura degli altri nella loro particolarità, diversità e concretezza, con il coraggio della decisione, la scelta di non differirla e accettandone le conseguenze. La cura caratterizzata da un tessuto relazionale ha bisogno di consapevolezza sul ruolo delle relazioni, di fiducia nella capacità umana di proteggerle.
la nostra vita ci obbliga ogni giorno a prenderci cura di noi stessi, che poi implica il prendersi cura degli altri nella loro particolarità, diversità e concretezza
Prendersi cura ha assunto un valore etico e sociale, è la sfida più grande dei nostri tempi distratti, molto individualisti e tanto narcisisti, spinge a condividere valori, azioni, pratiche e finalità, a investire su un soggetto, “singolare e plurale” (Nancy), non più separato dagli altri, sempre impegnato nella ricerca del proprio interesse e della propria autosufficienza, ma pur sempre dipendente dagli altri. Il prendersi cura ci impone il superamento del “conosci te stesso” socratico per impegnarsi nel “conoscere il Noi” che sempre siamo, dentro una ragnatela inestricabile di fili che, consapevolmente o inconsapevolmente sempre tessiamo, per meglio potersi relazionare agli altri. Impegna le nostre energie fisiche così come quelle cognitive, psichiche, emotive e relazionali. Ci obbliga a fare i conti con la nostra fragilità e vulnerabilità, con l’imprevedibilità e l’ignoto. Il prendersi cura coinvolge gli altri come noi, il nostro essere nel mondo come esseri umani, esseri relazionali alla ricerca di un incontro, di un dialogare gentile, di una progettualità condivisa, di un’attenzione rivolta agli altri ma anche ai molteplici pluriversi che compongono la natura e abitano la terra. La sfida è complessa perché il tema della cura è oggi contestualizzato dentro una realtà che neppure la pandemia è riuscita a scalfire. Una realtà tecno-consumista, che consuma in fretta qualsiasi cosa (anche un vaccino), sia essa un oggetto o una persona, un contesto o un ambiente, promuovendo la velocità, il progresso positivista e scientista e il successo, mettendo in secondo piano l’individuo come essere umano e persona.
Nel modello tecno-capitalista vincente attuale l’individuo, sempre meno portatore di diritti e di valori, è stato trasformato in unità produttiva, funzionale, in imprenditore di sé stesso obbligato a frequentare corsi e workshop a pagamento su come gestire un’azienda, che si deve far carico, a sue spese, dei suoi successi così, vergognandosi dei suoi fallimenti. Un lavoratore sottopagato, precarizzato e senza diritti, che sfrutta sé stesso per la sua azienda in perfetta solitudine. I diritti sono anche quelli negati, nel loro modello di civiltà del lavoro, dalle molte aziende multinazionali che hanno preso il governo del mondo. Aziende come Apple che, dalla fine degli anni Novanta, hanno trasferito i loro impianti industriali in Cina e in altri paesi asiatici, affidandole a realtà come Foxconn[2] o Pegatron che del lavoro hanno una visione ottocentesca. In luoghi ad altissima tecnologia si pratica uno sfruttamento premoderno, si applicano stipendi da fame e forme di organizzazione del lavoro che mettono a rischio la sopravvivenza fisica dei lavoratori (innumerevoli sono i suicidi nelle fabbriche Foxconn). Nonostante le tante denunce e inchieste giornalistiche di giornali come il New York Times, si continua a far finta di nulla, a non prendersi cura, per non disturbare la tecno-narrazione celebrativa corrente, costruita ad arte per evitare che il consumatore possa scoprire motivazioni negative all’acquisto di prodotti che, nel loro valore estetico, nascondono l’assenza di etica con cui sono stati prodotto.
nell'era del tecnocapitalismo si continua a far finta di nulla, a non prendersi cura, per non disturbare la tecno-narrazione celebrativa corrente, costruita ad arte per evitare che il consumatore possa scoprire motivazioni negative all’acquisto di merci e prodotti
La realtà del lavoro in tutto il mondo tecno-globalizzato parla da sola. Il lavoro è diventato precario e a basso reddito. Ciò che più emerge è come la tecnologia digitale lo abbia automatizzato, trasformato in attività e compiti ripetitivi, fisicamente insopportabili e umanamente inammissibili, con un numero crescente di lavoratori sempre più isolati, minacciati di sostituzione, sorvegliati e controllati nelle loro attività e capacità produttive. Ciò che oggi viene decantata come connessione, in molti ambienti di lavoro si manifesta in forma alienata e di sfruttamento. A essere connessi non sono i lavoratori ma i dispositivi che aziende come Amazon obbligano loro a indossare. Dotati di un codice identificativo questi dispositivi comunicano a distanza tra di loro imponendo a chi li indossa l’obbligo di adattarsi alle loro scelte e ai loro ordini. La reificazione e l’assoggettamento che ne derivano è cognitivo e mentale, distrugge ogni forma di socializzazione incarnata, vanifica ogni forma di avere cura. Avviene sia nella fisicità di una fabbrica sia dentro organizzazioni agili e leggere o in attività lavorative denominate impropriamente di lavoro smart o in remoto, sempre mediate tecnologicamente e sotto il controllo di un algoritmo, anch’esso definito come intelligente. Mai programmato “per avere cura di” ma per servire, fornire servizi.
La disumanizzazione, implicita nel modello del lavoro di molte aziende, non è una scelta obbligata. Non lo è stata ad esempio per un’azienda come Olivetti che ha coniugato tecnologia e umanesimo, estetica ed etica. Lo ha fatto con un modello di lavoro attento alla condizione lavorativa e umana dei lavoratori che portò Adriano Olivetti a realizzare una specie di città utopica comunitaria, nella quale contava l’estetica delle macchine (tanto quanto contava per Apple) ma anche quella del contesto lavorativo (estetica delle fabbriche), della vita dei lavoratori (case, asili, scuole, biblioteche, colonie, ecc.) e della pianificazione urbanistica del territorio. Una storia, quella dell’Olivetti, da tutti dimenticata, in particolare da parte di quanti, e sono molti, oggi sposano acriticamente e servilmente l’apoteosi della tecnologia dei GAFAM, le loro (meta)narrazioni, il loro marketing e le loro visioni del mondo[3].
Il contesto attuale non contempla modelli alternativi, solidaristici, cooperativi, più umani. Non prevede compassione, collaborazione, cura. Vede prevalere le dure leggi del mercato e dello scambio puramente economico. A nulla è valsa l’esperienza della pandemia che ha portato il tema della cura all’attenzione di tutti, evidenziando l’interdipendenza che tutti ci accomuna e la grande fragilità umana. In un mondo tecnologicamente efficiente e funzionale, l’interdipendenza ha mostrato quanto fosse importante avere cura degli altri così come di sé stessi, tutti dentro un’unica comunità di destino. L’aver cura al tempo della pandemia ha visto in azione migliaia di persone, sacrificatesi in silenzio, senza molto sostegno da parte della politica e della società. Finita la pandemia il tema della cura è scomparso dai radar. Non ha però perso la sua importanza, come antidoto possibile alle crisi ricorrenti che richiedono non soltanto pensiero razionale, ma anche passioni e affetti positivi come “empatia, sensibilità, attenzione, pazienza, costanza, tempo e capacità di relazione[4]”. La cura come pratica di cui abbiamo bisogno non riguarda solo le persone, ma tutto l’ambiente e gli oggetti, viventi e non viventi, che lo abitano. Ci chiede di riflettere criticamente sui modelli consumistici vigenti, con l’obiettivo di sviluppare e adottare modelli alternativi che rifuggano l’usa e getta e il superfluo, per praticare, umanisticamente e consapevolmente, la manutenzione, la riparazione, la decrescita, la sobrietà.
L’aver cura al tempo della pandemia ha visto in azione migliaia di persone, sacrificatesi in silenzio, senza molto sostegno da parte della politica e della società. Finita la pandemia il tema della cura è scomparso dai radar.
Sono anni che stiamo cadendo ripetendoci serenamente e felicitariamente che “fin qui” tutto va ancora bene, un comportamento irresponsabile e colpevole, che ci impedisce di mettere in discussione le narrazioni dominanti di questi tempi bui e caotici insieme. Tempi pieni di virus in perenne mutazione e spillover, di deforestazioni e diminuzione della biodiversità. Tempi di inurbamento forzato dalla desertificazione e dalla crisi dell’agricoltura, dalla fuga da modelli economici che hanno imposto la chimica e la coltura intensiva fonte di inquinamenti crescenti che hanno reso impossibili modelli alternativi. Tempi di migrazioni in aumento determinate dalla povertà, dalle guerre e dalla mancanza di acqua. La situazione caotica nella quale siamo precipitati ha livelli crescenti di criticità e di entropia, ma non impedisce di intervenire con scelte, comportamenti e decisioni ponderate, che potrebbero rafforzare alcuni attrattori e alcune tendenze rispetto ad altre. Le scelte da compiersi sono sempre più urgenti, da farsi prima che la caduta finisca con il contatto duro con il suolo, metafora realistica della realtà, che sempre si trova alla fine di ogni caduta.
Abbiamo certamente bisogno di una sanità pubblica in grado di fornire cure e terapie anche a coloro che non possono permettersi di ricorrere alla sanità privata. E in questo senso ben vengano le nuove applicazioni realizzate su piattaforme di Metaverso, sfruttando la convergenza di tecnologie innovative come Realtà Virtuale, Realtà Aumentata, Intelligenza Artificiale e Blockchain. Applicazioni raccontate, seguendo i canoni della narrazione tecnologica che enfatizza qualità della soluzione digitale, maggiore engagement e inevitabilità dell’evoluzione tecnologica, come capaci di modificare in profondità l’intero sistema sanitario in termini di canali di cura e servizi, formazione medica e infermieristica, costi ed efficienza organizzativa. Applicazioni oggi concretizzatesi in soluzioni sperimentali o già in uso come XRHealth che trasforma le terapie in gioco, riabilitanti come TELOS, per la formazione come HoloAnatomy Software Suite per una formazione sull’anatomia umana in 3D, come SnowWorld per alleviare il dolore delle ustioni intervenendo sulla percezione del dolore, soluzioni per il mal di schiena cronico come RelieVRx o per la cura dello stress post-traumatico come Bravemind. In termini di terapia poi ben vegano anche ospedali virtuali accessibile tramite visori come l’hub medico nel metaverso della Medcare Women & Children della catena degli Emirati Arabi Uniti Aster DM Healthcare finalizzata a rendere possibili esperienze medico-paziente coinvolgenti e assimilabili a quelle fisiche.
Più di tutto però abbiamo ancor più bisogno di ridefinire il nostro modo di avere cura, fuori dalla retorica artificiale, in modo che la cura possa essere “liberata e rimessa al centro dell’orizzonte sociale, come atteggiamento generale del “prendersi cura di” e “prendersi cura con”, a cui finalizzare un modello sociale, ecologico, culturale e democratico radicalmente altro[5]”. L’uscita dalla pandemia non ha risposto a nessuno dei due bisogni. La sanità pubblica è ancora più in crisi, in Italia (un paziente su tre è obbligato a ricorrere a cure private) così come in Europa, per la sparizione del senso del bene comune, per la carenza di medici e infermieri, per il sovraffollamento dei pronto soccorso e turni di lavoro che impediscono l’esercizio della cura, per le emergenze continue e i problemi strutturali. Problemi che, da almeno tre decenni, hanno visto scendere investimenti e attenzione, della politica così come dell’opinione pubblica, ormai non più espressione di cittadinanza attiva. Il prendersi cura fatica a diventare una pratica esistenziale e un esercizio di vita, imbrigliato com’è da modelli interiorizzati nei quali la soggettività è stata colonizzata da una visione oggettivante, mercantile, funzionale, utilitaristica, economica e finalizzata ai consumi.
la cura deve poter essere “liberata e rimessa al centro dell’orizzonte sociale, come atteggiamento generale del “prendersi cura di” e “prendersi cura con”, a cui finalizzare un modello sociale, ecologico, culturale e democratico radicalmente altro
Il bisogno di cura insoddisfatto genera spaesamento e paranoia. Impedisce di comprendere come la cura di sé stessi non nasca da semplici pratiche legate al benessere (wellness, fitness, ecc.) personale, neppure dalla frequentazione di reti sociali online, ma dalla capacità di leggere il presente, mettendolo in discussione, in modo da cambiare le condizioni di vita, proprie e degli altri, da eliminare le cause dello star male che colpisce milioni di persone, da modificare l’ambiente e i presupposti stessi della propria vita. Avere cura di sé richiede un’attenzione di cui siamo stati privati dagli schermi tecnologici e dalle notifiche WhatsApp, ci suggerisce di impegnarci in un progetto di vita da tradurre in pratiche umaniste con cui provare a pensare in modo diverso, per cambiare il mondo, ponendosi domande, problematizzando narrazioni ed eventi, riflettendo criticamente sui fenomeni e sui nostri saperi o conoscenze. L’attenzione che serve ci chiama in causa come esseri umani, il cui esserci direbbe Heidegger è un “essere-con gli altri”, dentro un ambiente comune, che per il Nostroverso è di natura incarnata. Serve alla ricerca del nostro Sé per affrontare le problematiche esistenziali, in modo da trovare e dare un senso alle cose che pensiamo, sentiamo e facciamo, agli altri e alle cose del mondo. Alla fine del percorso non c’è alcuna guarigione, ma una liberazione determinata da un cambio di prospettiva, da un modo diverso di guardare alla realtà, di prendersene cura. Non si può guarire dalla nostra inadeguatezza e insoddisfazione perenne, non si eliminano ansia e incertezza, ma si può sperimentare nell’aver cura la liberazione da situazioni diventate insopportabili, accettandone i rischi e riprendendone il controllo, prevedendole e governandole per dare loro un senso. Vale per la vita di ogni giorno, per il lavoro fonte oggi di grande angoscia per la sua precarizzazione ed assenza, per la crisi climatica da affrontare, per la pace da ricercare, per l’incapacità dell’uomo post-moderno di affrontare le tante crisi emergenti in atto.
Cognitivamente influenzati dall’essere ibridati tecnologicamente, vittime e complici di una riconfigurazione cognitiva senza precedenti, ci siamo abituati ad agire per impulsi reattivi a sollecitazioni esterne, a soddisfare un impulso pulsionale che ci spinge a ricercare riposte immediate a bisogni impellenti, la soddisfazione rapida di ogni desiderio. La cura non vive di rapidità e di impulsi: ci chiede riflessione e approfondimenti; ci sollecita ad abbandonare approcci semplificati e riduzionistici, per accettare la complessità della vita, di lavorare sulle narrazioni e sulle nostre rappresentazioni della realtà, in modo da capire cosa vogliamo e desideriamo veramente; ci interroga sull’andare incontro a noi stessi e agli altri, in modo da superare insieme il disagio esistenziale che oggi colpisce tutti e che non può essere solo psico-terapizzato, ma curato convivendo con esso.
La cura non vive di rapidità e di impulsi: ci chiede riflessione e approfondimenti; ci sollecita ad abbandonare approcci semplificati e riduzionistici, per accettare la complessità della vita
Tutto deve accadere nella consapevolezza che non c’è più tempo. La cura a cui siamo tutti chiamati non può essere rinviata. L’urgenza viene dalle cose stesse, dagli scenari che si palesano all’orizzonte, in primo luogo il cambiamento climatico, sottovalutato da tutti e messo al centro di ogni narrazione per manipolarne il senso e la reale drammaticità, in particolare per le nuove generazioni. La malafede di queste narrazioni si evidenzia nel come vengono narrate (“eco-vandali”, “eco-terroristi”) le gesta dei ragazzi coraggiosi di Ultima Generazione, attivi nel mostrare con azioni concrete il loro prendersi cura di qualcosa che dovrebbe essere un bene comune, un valore esistenziale, un elemento importante per evitare la sesta estinzione. Descritti come pericolosi imbrattatori senza rispetto e senso civico, sono testimoni attivi di cosa voglia dire oggi vivere la cittadinanza (in una intervista uno dei ragazzi ha descritto sé stesso dicendo: “Non mi considero un attivista ma un cittadino”), anche con forme di disobbedienza civile e gesta radicali (non sempre condivisibili ma da valutare nelle motivazioni che le hanno generate) finalizzate a far maturare conoscenza, consapevolezza e responsabilità, dentro opinioni pubbliche ormai passivizzate e cloroformizzate dal pharmacon della tecnologia, dalle narrazioni correnti, molte delle quali di puro “green washing”. Il richiamo alla cura di questi ragazzi è a essere partecipi e attivi politicamente, a “prendersi cura di” e a farlo insieme ad altri (“prendersi cura con”) in modo da ricostruire condizioni esistenziali necessarie a una buona vita. Il richiamo alla cura in questo contesto chiama tutti a una battaglia dell’intelligenza, alla responsabilità solidale di agire in prima persona per essere motore attivo del cambiamento necessario, unica possibilità per dare risposte concrete al malessere e al disagio diffuso di questi tempi. Di fronte al venire meno delle promesse di un progresso illimitato bisogna riprendere parole come sviluppo e cambiamento. L’innovazione non basta più se avviene sempre dentro ambienti immodificabili e solo ottimizzabili.
Il richiamo alla cura dei ragazzi di ultima generazione è a essere partecipi e attivi politicamente, a “prendersi cura di” e a farlo insieme ad altri (“prendersi cura con”) in modo da ricostruire condizioni esistenziali necessarie a una buona vita.
Il messaggio di cura di Ultima Generazione non è isolato e non è nuovo. Senza ricercarne origini e testimonianze filosofiche, è sufficiente elaborare una riflessione critica sulla realtà per comprenderne la valenza rivoluzionaria. Lo ha fatto anche Naomi Klein che nei suoi libri presenta il prendersi cura come rivoluzionario, un concetto “assolutamente radicale”, da fare nostro pur nella difficoltà in cui ci pone muovendoci all’agire, ripulendolo dalla reputazione riduttiva nel quale è stato confinato da una società fondata sulla distruzione della cura e delle tecniche del sé all’origine della cura stessa. Ne sono una testimonianza l’attenzione dedicata alla specializzazione estrema, l’insistenza sulle competenze come mantra dell’educazione scolastica (una scuola dai saperi che non corrispondono più alla realtà e impediscono di analizzarla e comprenderla), le pratiche diffuse di adattamento e assoggettamento alla tecnologia. Tutto all’opposto del prendersi cura.
Avere cura è una prassi e uno spazio resistenziale, porta a guardare con occhio cinico e lucido le atrocità e le ingiustizie di cui siamo oggi testimoni per trovare il modo, le idee e le pratiche, per combatterle contribuendo a un cambiamento profondo nel modo in cui è oggi organizzata la politica tecno-economica, quella ambientale e sociale, espressione di uno “psicopotere” che ha ridefinito l’assetto psichico dei singoli e della collettività. Nel farlo non bisogna porre speranze nelle élite che oggi governano il mondo determinandone l’ideologia dominante, più attente a sfruttarne le potenzialità commerciali che a curarlo e a proteggerlo. Vittime e complici insieme dell’infocrazia dominante, di un tecno-capitalismo schiacciato sull’imperativo consumistico, siamo tutti chiamati a prendere atto della gravità della crisi culturale e psicosociale che ci ha colpiti, in modo da poter affrontare il disagio e il disincanto che ci coglie, ricercando i rimedi che servono per affrontare la crisi.
Avere cura è una prassi e uno spazio resistenziale, porta a guardare con occhio cinico e lucido le atrocità e le ingiustizie di cui siamo oggi testimoni per trovare il modo, le idee e le pratiche, per combatterle contribuendo a un cambiamento profondo
Prendersi cura in questo senso è provare a superare il nichilismo diffuso per ritrovare, in comunità con altri, nuove forme di re-incantamento del mondo, necessario per trovare sollievo al nostro essere ontologicamente bisognosi di cura, gettati nel mondo, obbligati a fare i conti con la nostra limitatezza, vulnerabilità e provvisorietà. Il sollievo, sempre temporaneo, non è mai solo individuale, nasce dal saper fare delle scelte, dal prendersi per mano in modo da aiutarsi nel cercare risposte, nel prendersi cura dei tanti perché di cui la nostra vita è costellata. Una cura che non si costruisce sulle risposte trovate o ottenute ma sulla capacità di porre continue domande, consapevoli del nostro perenne vagare in spazi, oggi soprattutto digitali, che alle domande preferiscono fornire semplici e programmate soluzioni.
(Assi)Curarsi di continuare a porsi domande responsabili è un gesto di libertà, pur nella consapevolezza delle molteplici costrizioni esistenti che la limitano. Come diceva Sartre, siamo obbligati a essere liberi perché non possiamo non scegliere. È come se fossimo dentro una stanza nella quale siamo liberi di muoverci ma non liberi di entrarci (l’inconscio tecnologico di Umberto Galimberti), oggi neppure di uscirci, tanto sono fintamente trasparenti le pareti d’acciaio degli acquari-mondo che frequentiamo. Dentro queste stanze digitali interrogarsi è un modo, anche etico, per prendersi cura di sé, di dare senso alla nostra vita, contrastando chi ha già deciso di volersi prendere cura di noi, in forma di algoritmo, di piattaforma o di apparato. Lontani dall’algoritmo si comprende meglio quanto la cura dipenda da un processo di interazione incarnata alla base di una socialità diversa da quella online, perché fondata sulla responsabilità e sulla comunità, sullo stare e respirare fisicamente insieme, dentro esperienze di scambio nelle quali la cura diventa un collante sociale e relazionale. In contrasto con l’individualismo diffuso, la cura mette insieme la nostra identità con l’alterità, ci spinge a ritrovare un senso a ciò che da tempo ha per noi perso ogni senso.
Dentro una realtà tecnologica che ha prodotto una grave crisi culturale, rilevabile nei comportamenti stupidi e imbecilli, individuali e sociali, di moltitudini di persone incapaci di fare un uso diverso e più intelligente del mezzo tecnologico, avere cura significa anche provare a vanificare gli effetti tossici dei dispositivi tecnologici, senza assumere posizioni demonizzanti o catastrofiste. Se, come ha ben descritto Bernard Stiegler nei suoi libri, la tecnologia è un pharmacon, cura e veleno insieme, l’avere cura passa attraverso l’educazione pedagogica, rivolta in primo luogo alle nuove generazioni, finalizzata a svelare i limiti della tecnologia e dei suoi progressi, ben nascosti da una narrazione mediatica conformistica che predica il l’indifferenza e il disinteresse verso la riflessione critica e l’impegno, focalizzata come è a coltivare moltitudini di servi complici e volontari votati al consumismo. Il messaggio di Stiegler sulla cura è rivolto a tutti ma in particolare a quanti operano professionalmente nelle istituzioni scolastiche (non è un caso che anche io abbia dedicato un capitolo all’educazione). Il suo appello non è rimasto inascoltato. La filosofa Eleonora de Conciliis ad esempio scrive che “la lettura del libro [Prendersi cura di Stiegler] non [può] lasciare indifferenti coloro che si occupano di filosofia e/o lavorano nel campo dell’istruzione, in quanto li costringe ancor di più a ‘prendersi cura’, nel duplice senso di ‘preoccuparsi’ dei discenti e di ‘agire’ per il loro bene; li porta insomma a prendere coscienza dei problemi profondi che si nascondono nelle pratiche educative e nella tecnologia digitale che ormai le pervade, e li obbliga a prendere una posizione critica, politica, di fronte a tali problemi. […] la volontà di agire sulle giovani generazioni implica la necessità di trovare una terapeutica, una cura adatta alla malattia sociale della contemporaneità”.
l’avere cura passa attraverso l’educazione pedagogica, rivolta in primo luogo alle nuove generazioni, finalizzata a svelare i limiti della tecnologia e dei suoi progressi, ben nascosti da una narrazione mediatica conformistica che predica il l’indifferenza e il disinteresse verso la riflessione critica e l’impegno
La terapeutica e la cura di cui parla la filosofa, questo libro le pone dentro il Nostroverso. Un universo incarnato nel quale agire, mettendo in opera pratiche resistenziali per contrastare non tanto le tecnologie del Metaverso quanto gli effetti pervasivi negativi generati dalla tecnologia. Mentre si celebra l’intelligenza dell’intelligenza artificiale, anche nella sua versione generativa, si dimentica di condurre una battaglia per l’intelligenza umana, oggi messa in crisi da tecnologie che pretendono di aumentarla, proprio mentre la indeboliscono e la diminuiscono (parafrasi dell’uomo aumentato e uomo diminuito di Miguel Benasayag). L’intelligenza più a rischio è quella dei giovani, target primario di ogni narrazione, media, piattaforma e applicazione tecnologica. Tutte intente a catturare l’attenzione, all’iperstimolazione sensoriale degli utenti, a programmare menti che stanno disimparando a programmare, a sfruttare la plasticità del cervello umano per cambiarne il divenire, per rendere gli umani sempre più dipendenti dalla macchina. Il primo risultato è il venire meno della “rielaborazione critica e della capacità introspettiva della coscienza”.
Da qui la necessità di interventi finalizzati alla cura per le nuove generazioni, per aiutarle a contrastare la loro dipendenza dal mezzo tecnologico, a trarre vantaggio dal potenziale cognitivo ed emancipativo delle nuove tecnologie digitali, a “grammatizzare” (“programma per non essere programmato” direbbe Douglas Rushkoff) tecnologicamente il mondo senza perdere le prerogative umane. L’azione di cura passa attraverso il rafforzamento dell’attenzione profonda dei giovani, dal recupero della loro capacità di concentrazione, entrambe dipendenti da un diverso utilizzo del dispositivo tecnologico. Recuperare l’attenzione e il tempo che si porta appresso è il primo passo per sperimentare nuovamente l’attesa e la lentezza, l’immaginazione, la temporalizzazione degli eventi e la progettualità di lungo termine. Tutto il contrario della standardizzazione a cui oggi siamo soggetti, trasformati come siamo in consumatori e semplici merci, in docili corpi regalati alla precarietà del lavoro, in praticanti di competenze al servizio dell’industria e dell’economia.
L’azione di cura passa attraverso il rafforzamento dell’attenzione profonda dei giovani, dal recupero della loro capacità di concentrazione, entrambe dipendenti da un diverso utilizzo del dispositivo tecnologico.
Meno dipendenti dal mezzo tecnologico e fuori dal Metaverso, più intelligenti, curiosi ed attenti, potremmo allora dedicare più cura alle tante cure mancanti o per le quali la nostra società liberista sembra non avere alcuna attenzione o assumersi alcuna responsabilità. In questa società tutta dedita al consumo e alla sicurezza, all’arricchimento e al divertimento, mostrare attenzione alla cura, preoccuparsi di ciò che non va, interessarsi, anche politicamente, a fatti come la migrazione, la povertà, la disuguaglianza o la precarietà lavorativa, è una presa di posizione forte di cittadinanza e di impegno civile, in netto contrasto con posizioni come quelle che da sempre si riconoscono nella filosofia del menefreghismo (“Io me ne frego”). Nel momento in cui ci si prende cura degli altri si fa una scelta etica, non solo intenzionale ma responsabile, attenta al futuro, collaborativa e solidale. La responsabilità, collegata alla cura, nell’epoca della tecnologia impone una coerenza di azione che non dipende da scelte soggettive ma condizionate dal prestare attenzione agli effetti sulle cose e sulle persone delle scelte che si fanno. La scelta responsabile della cura è diventata necessaria per vincere la paura, l’odio, l’insicurezza che tanto caratterizzano i nostri tempi neoliberisti, dominati dalla celebrazione dell’uomo razionale e autonomo, competitivo e libero nel cercare il successo personale e sociale. Una scelta che si basa sulla conoscenza e sulla prevedibilità delle conseguenze (prevedibili) generate dalle proprie azioni. Una scelta di cura che rende la nostra società più sicura.
Con l’animo più sereno e maggiore consapevolezza, anche dei limiti della propria libertà, si può scegliere di impegnarsi nell’avere cura di beni comuni come l’aria, l’acqua e l’ambiente, mai come oggi bisognosi di essere custoditi e protetti da logiche di mercato e politiche, che li vorrebbero mercificare e gestire. Il lavoro e la sua dignità sono un altro ambito di cui prendersi cura, così come la crisi eco-climatica che sta mostrando ripetutamente la sua gravità.
Una crisi che era stata anticipata dal movimento No Global che nei primi anni del terzo millennio aveva riempito le piazze di tutto il mondo, anche per protestare contro l’invasione dell’Iraq (nulla al confronto con il silenzio di oggi sulla pace), per affermare che “un altro mondo è possibile”. Quel movimento non c’è più, ucciso nelle piazze e nelle strade di Genova, ma le sue istanze politiche, motivazioni, urgenze sono ancora valide, sono tutte qui con noi, dentro contesti mutati dall’urgenza di affrontare crisi che ci stanno segnalando una criticità giunta, per tutto il genere umano, al punto di rottura. Un altro ambito di cui prendersi cura è il welfare, legato a settori come istruzione, sanità, previdenza sociale, territori, perché “i bisogni di cura e i modi in cui questi sono soddisfatti devono trovarsi in armonia con i concetti di giustizia, uguaglianza e libertà per tutte e tutti[6]”.
i bisogni di cura e i modi in cui questi sono soddisfatti devono trovarsi in armonia con i concetti di giustizia, uguaglianza e libertà per tutte e tutti
Infine, per tornare all’argomento tecnologico di questo libro, avere cura suggerisce di problematizzare la nostra relazione con la tecnologia, oggi controllata da poche aziende tecnologiche, in modo da riportarla al servizio dell’uomo e della collettività, rifondando un’etica fondata sulla saggezza che faccia della cura il suo pilastro di sostegno. La tecnologia sta cercando di imporre le sue regole, che i suoi teologi tendono a codificare in comportamenti etici, come se fossero scientifiche e, come tali, universali, trasmissibili e valide per tutti. L’etica della cura è fuori da queste regole prescrittive e definite, si deve confrontare sempre con comportamenti che cambiano, contesti in continua mutazione, circostanze mutevoli ed eventi imprevedibili. La cura ha origine da una scelta etica fondata sulla saggezza che aiuta a distinguere il bene dal male. Avere cura è agire per il bene, è una scelta opportuna, oggi sempre più necessaria.
Note
[1] Hans Jonas, Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica – Einaudi, Torino 2002
[2] È la più grande produttrice di componenti elettrici ed elettronici per gli OEM in tutto il mondo.
[3] I riferimenti al modello Olivetti nascono dalla lettura di un testo pubblicato da Quodlibet: Umanesimo e tecnologia. Il laboratorio Olivetti.
[4] Anna Colaiacovo
[5] Marco Bersani, La rivoluzione della cura. Uscire dal capitalismo per avere un futuro – Alegre, Roma 2023, pag. 17
[6] Marco Bersani, La rivoluzione della cura – Alegre, Roma 2023, pag.133