“L’attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si inspira e si espira. […] L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto, nel mantenere in sé stessi, in prossimità del pensiero ma ad un livello inferiore, e senza che vi sia contatto, le diverse conoscenze acquisite che si è costretti ad utilizzare. Nei confronti di tutti i pensieri particolari già formati, il pensiero deve essere come un uomo in cima ad una montagna che, guardando davanti a sé, al tempo stesso percepisce, pur senza guardarle, molte foreste e pianure sottostanti. E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in attesa, non deve cercare alcunché, ma essere pronto ad accogliere nella sua nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi. […] Uno sguardo prima di ogni cosa è uno sguardo attento […] di un simile sguardo e capace solo colui che sa prestare attenzione”. – Simone Weil, L’attesa di Dio, Adelphi, Milano 2008
Navighiamo cognitivamente dentro “acque superficiali”[1] con la testa sempre altrove, impegnata sullo short-time (esperienza breve – ricordo breve), sempre dentro uno schermo specchio che riflette quello che non siamo, senza mai fare una pausa “per usare al meglio la nostra capacità di riflettere, di usare tutto ciò che abbiamo a disposizione per prepararci a quello che verrà[2]”.
L’altrove non è fisico, neppure lontano, è quasi sempre digitale e molto vicino, rappresentato e visualizzato dentro una cornice dentro la quale ci muoviamo con profili senza corpo, concentrati e distratti, con gestualità preconfezionate per dita e polpastrelli, contraendo i muscoli e corrugando le sopracciglia, trattenendo il respiro ogni qualvolta siamo richiamati a prestare attenzione a qualcosa. Iperconnessi a uno smartphone e soggiogati dal suo schermo manifestiamo deficit di attenzione crescenti, tanto da suggerire che il nostro cervello sia sotto attacco, costantemente distratto. Lo è da parte di potentati tecnologici sempre alla ricerca di attenzione, di industrie e loro uffici marketing che ci vogliono concentrati nel consumo e nello spendere, di folle di persone ormai sedotte e catturate dal luccichio subdolo e ammaliante dei pixel dello schermo che agiscono come un faro nella nebbia verso cui si sta guidando a fari spenti come cantava Lucio Battisti: “E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire. Tu chiamale, se vuoi, emozioni”. Lo è anche per la responsabilità individuale di persone ormai incapaci di mettere in attesa un messaggio WhatsApp, di riflettere prima di reagire, in difficoltà a spegnere lo smartphone o il laptop, impreparati a disciplinare la propria attenzione, preoccupati soltanto di coltivare la propria abilità nel gestire le distrazioni che potrebbero far perdere opportunità. Coltivare l’attenzione non è scelta semplice, può comportare uno sforzo, una fatica, ma anche il sapere distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si inspira e si respira (S. Weil). Cosa impossibile dentro un’epoca dominata dal brusio elettronico che opera incessantemente per rubare attenzione così come ruba il respiro.
Coltivare l’attenzione non è scelta semplice, può comportare uno sforzo, una fatica, ma anche il sapere distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si inspira e si respira
Per non schiantarsi il recupero dell’attenzione è diventato fondamentale. Un’attenzione troppo focalizzata fa male, praticarla in modo passivo, come succede quando si è online, fa pensare che sia fuori del nostro controllo. È sbagliato delegarne la gestione ai social, ai loro meccanismi e funzionalità che regolamentano le nostre scelte e le nostre decisioni, impedendoci di riflettere e filtrare le informazioni, prestando attenzione critica agli stimoli ricevuti. Senza l’intenzionalità di una pausa riflessiva che aiuti a focalizzare un obiettivo per perseguirlo, recuperare il controllo dell’attenzione in rete è una missione impossibile. Il controllo può essere però necessario. Per evitare le numerose distrazioni generate da media sociali che si dimostrano fatali per un numero crescente di persone (incidenti stradali, attraversamenti pedonali) troppo intente a messaggiare per evitarne le conseguenze. Come ha scritto Howard Rheingold, queste distrazioni sono altamente improduttive, insane, fonte di dipendenza, diseducative, socialmente alienanti e causa di un pericoloso deficit di solitudine. Controllare il sovraccarico informativo nel quale viviamo come in una bolla di sapone è possibile, ma richiede una consapevolezza oggi assente nel comportamento di moltitudini di persone in difficoltà a fare una scelta, a fare una cosa per volta, a resistere alle molteplici interruzioni digitali che rendono “eccitanti” le loro vite, a sperimentare forme di concentrazione costruite sulla capacità di fare pause, di attivare e disattivare i propri obiettivi in modo da rifocalizzare l’attenzione, di non disperderla, come succede spesso quando si è online.
Per aiutare il cervello a bighellonare rilassato distraendosi, si può abbandonare Internet e tornare nel Nostroverso, nel mondo reale, diventando consapevoli che il tempo scorre diversamente quando siamo attenti e ci liberiamo dalla prigionia del tempo accelerato e cronologico della tecnologia. La prigionia è anche cognitiva, resa tale dalla convinzione di poter praticare l’attenzione in modalità multitasking, mentre in realtà si è solo impegnati in una attività di time sharing che impedisce ogni attività veramente parallela e inficia la capacità di prestare attenzione in modo efficace o di cambiarne la destinazione d’uso. Un uso acritico delle tecnologie genera effetti dannosi. Impedisce la consapevolezza di quanto siano superficiali e improduttive le richieste che rivolgiamo allo strumento tecnologico, di ponderare l’importanza dell’attenzione nel ricercare approfondimento e concentrazione. Il rimedio può venire dal maggiore autocontrollo, da un uso consapevole dei media digitali e dalla consapevolezza che l’attenzione può essere allenata e studiata, rafforzata con semplici pratiche individuali o esercizi, compresa e insegnata nei suoi meccanismi anche corporei come i muscoli, gestita in modo da applicarla nel modo più opportuno, produttivo e positivo.
Un uso acritico delle tecnologie genera effetti dannosi. Impedisce la consapevolezza di quanto siano superficiali e improduttive le richieste che rivolgiamo allo strumento tecnologico, di ponderare l’importanza dell’attenzione nel ricercare approfondimento e concentrazione
Recuperare attenzione riprendendone il controllo significa prendersi tempo, tornare a inspirare/respirare uscendo dall’apnea determinata dall’essere sempre connessi, distanziarsi dalla pressione dell’urgenza. Un modo concreto per ritrovare il proprio benessere e salvarsi la vita, per seguire le intenzioni dentro di noi, per ritornare a esercitare la libertà di scelta, oggi regalata a chiunque o qualsiasi cosa abbia il controllo sulle nostre vite. Nell’economia dell’attenzione scegliere è un atto di libertà che deve partire da pratiche di liberazione consapevoli, responsabili, che richiedono la nostra massima attenzione. Prestare attenzione però non è mai stato tanto complicato. Abbiamo sempre più fretta, adoriamo i pensieri veloci, non riusciamo più a dare al tempo il valore che si merita. L’attenzione a ciò che si prova dentro e agli altri è stata sostituita dall’attenzione prestata ai messaggini in arrivo, ai MiPiace e alle notifiche. Avendo perso il controllo esecutivo (metacognitivo) del nostro pensiero, avendo adottato la pigrizia mentale del pensiero binario e non riflessivo, con la volontà prosciugata o inaridita, abbiamo ormai difficoltà a dominare il nostro utilizzo dei dispositivi tecnologici e delle loro piattaforme social. Il loro controllo ci permetterebbe di rifocalizzare l’oggetto della nostra attenzione, ma impedirebbe il MiPiace immediato. Rompere il meccanismo della reazione binaria permetterebbe di creare degli intervalli di tempo utilizzabili per riorientare l’attenzione o per rifocalizzarla, filtrare le informazioni disponibili per spostarsi da un ambito a un altro. Compiere questa operazione richiede però risorse ed energie, che oggi sono in massima parte assorbite a funzionare online.
Nell’economia dell’attenzione scegliere è un atto di libertà che deve partire da pratiche di liberazione consapevoli, responsabili, che richiedono la nostra massima attenzione.
L’attenzione ci è stata rubata, sottratta con furbizia e intelligenza, incatenata all’informazione, al passatempo ludico, al consumo, all’interazione sui social. Il furto ci ha privati della lentezza che serve al pensiero per farsi critico e riflessivo, ci ha defraudati del desiderio, della volontà e dell’autocontrollo. Nella sottrazione di attenzione un ruolo particolare è assunto dal gioco e dalla cosiddetta svolta ludica delle nostre pratiche quotidiane o gamification, consistenti nello spostare in ambienti diversi dal gioco comportamenti e atteggiamenti tipici del (video)gioco. Le macchine sembrano conoscerci sempre meglio, apprendono dai nostri comportamenti, tendono ad automatizzarci, nel farlo sfruttano le nostre debolezze e tendenze, i nostri istinti e le nostre abitudini. Sembrano avere sposato l’idea che l’uomo sia veramente tale solo quando gioca, quando agisce per il piacere, alla ricerca di “plusgodere”. Lo sostenevano già nell’Ottocento Shiller e Spencer per i quali il gioco serviva all’umano a liberare energie in eccesso o a soddisfare un bisogno di ricreazione, ma anche il filosofo tedesco Karl Groos per il quale il gioco è un istinto animale, l’unico ambito nel quale l’uomo sia veramente libero. Il gioco delle macchine, compreso quello dei molti metaversi che lo promuovono, non ruba soltanto attenzione e tempo, rischia anche di trasformare la libertà, in esso percepita, in una prigionia.
L’aspetto ludico è collegato online alla cosiddetta user experience, lo strumento web per eccellenza nel catturare, indirizzare e controllare l’attenzione dell’utente agendo sui suoi modelli mentali e sulle sue aspettative. Il controllo avviene attraverso meccanismi, suggerimenti, design delle interfacce e funzionalità di navigazione, capaci di tradurre benefici funzionali in esperienze sensoriali, cognitive e organizzative, di penetrare le vulnerabilità psicologiche degli individui in modo da trarne vantaggi economici e commerciali. Questi meccanismi (autoplay, pull-to-refresh, infinite scrolling, metriche sociali, ecc.), noti come dark pattern (“attention-capture dark patterns” nella definizione di Lukoff) sono pensati per manipolare e catturare l’attenzione, determinando comportamenti, scelte e decisioni. Un’attenzione che invece dovrebbe essere spostata su di essi per una comprensione critica e consapevole delle loro conseguenze, in termini di manipolazione intenzionale degli utenti per portarli ad azioni che vadano anche contro i loro interessi. Causando perdita di tempo, di controllo e condizionamenti, nell’uso del mezzo tecnologico e nelle scelte che si fanno.
L’attenzione ci è stata rubata, sottratta con furbizia e intelligenza, incatenata all’informazione, al passatempo ludico, al consumo, all’interazione sui social.
I dispositivi che usiamo ci hanno abbagliati impedendoci di uscire dal cono di luce che ci fa sentire protagonisti, visibili e acclamati da altri con cui si è sempre in competizione per non finire senza luce. Sappiamo che notifiche, messaggi e dispositivi ci distraggono ma permettiamo loro di continuare a farlo, anche per sfuggire alla solitudine e alla depressione da “missing out, “la paura di non esserci”, che percepiamo dietro lo schermo. Distratti come siamo dal mezzo tecnologico potremmo decidere di sceglierci altre distrazioni, come una camminata nel parco o una visita in libreria, ma ci manca la forza di volontà, siamo collettivamente diventati incapaci di cambiare, abbiamo sganciato la distrazione dallo svago.
Tutti in cerca di nuove e continue gratificazioni regaliamo la nostra attenzione a chi ci seduce con forme di divertimento, di distrazioni e di piacere continuo, rendendoci complici della nostra cessione di libertà e della nostra servitù involontaria. Abbiamo dimenticato che la “nostra” attenzione è nostra e non di altri. La cessione di attenzione è frutto di una capacità persuasiva pervasiva e subdola, legata al design delle applicazioni, alle loro funzionalità e ai modelli pubblicitari e commerciali che le governano in senso cibernetico fornendo quella che Derrick de Kerckhove aveva definito la pelle della cultura tecnologica attuale. La loro infrastruttura formata da analitiche, messaggistica, personalizzazione e automazione binaria è una macchina da guerra perfetta per catturare tempo e attenzione di chi le usa. Le armi usate sono letali, sfruttano vulnerabilità cognitive, si rivolgono agli istinti umani più bassi, sfruttano gli errori decisionali e gli inganni del nostro cervello (framing, pregiudizi, ancoraggio, ecc.), promettono ricompense variabili, creano effetti detonanti che impediscono pausa, lentezza e riflessione, impongono un’unica via di fuga, quella da esse predeterminata.
La cessione di attenzione è frutto di una capacità persuasiva pervasiva e subdola, legata al design delle applicazioni, alle loro funzionalità e ai modelli pubblicitari e commerciali che le governano
Le distrazioni tecnologiche non sono percepite come tali perché riflettiamo sull’attenzione con schemi concettuali superati, riferiti a contesti non dominati da surplus informativi e cognitivi. Immersi nel flusso continuo di informazioni perdiamo di vista la direzione che la nostra consapevolezza potrebbe dare all’attenzione per fare ciò che vogliamo fare e che potremmo fare solo quando vi prestiamo attenzione. L’impossibilità di riflettere sulla nostra attenzione impedisce questa consapevolezza, di capire a cosa e a quali futuri stiamo rinunciando, di interrogarci sul perché stiamo facendo alcune cose invece di altre. Riflettere sull’attenzione è un modo per riflettere su sé stessi, sul proprio agire e conoscere, per riprendere il controllo della propria libertà di vivere la vita senza condizionamenti, in tutti gli ambiti della nostra esperienza umana, compresa la libertà di espressione.
La distrazione funzionale (notifiche, interruzioni, messaggi, ecc.) e cognitiva (incapacità a concentrarsi) di cui oggi siamo vittime compiacenti mette in ombra e oscura proprio ciò a cui dovremmo prestare attenzione: la consapevolezza nelle nostre azioni, come orientarci nella vita e con quali valori, quali narrazioni costruire per raccontare il senso di chi noi siamo, quali strumenti umani utilizzare. Tra questi strumenti James Williams menziona “facoltà essenziali […] come la riflessione, la memoria, la previsione, l’ozio (mettersi in pausa, rallentare), il ragionamento e la progettualità[3]”. Tanti strumenti che servono per sviluppare concetti, simbologie e astrazioni, utili alla conoscenza del mondo, ma soprattutto pensiero critico, (auto)riflessivo, sofisticato e complesso, oggi necessari per distinguere il vero dal falso, agire contro la disinformazione per la verità. Proprio ciò di cui oggi abbiamo tutti bisogno come l’acqua. Attenzione e acqua, due risorse diventate scarse nel tecnocene, di cui abbiamo sempre più un bisogno vitale, esistenziale, ma che continuiamo a sprecare spinti dalla necessità indotta da altri della prestazione continua per rimanere sul pezzo, dal potenziamento (enhancement) prometeico che ci spinge a superare la nostra inadeguatezza e noi stessi rimanendo costantemente e totalmente mobilitati (Maurizio Ferraris). Sempre connessi al panopticon del Web che si manifesta attraverso richieste continue alle quali esige di prestare continua attenzione e di dare una risposta individuale.
Riflettere sull’attenzione è un modo per riflettere su sé stessi, sul proprio agire e conoscere, per riprendere il controllo della propria libertà di vivere la vita senza condizionamenti, in tutti gli ambiti della nostra esperienza umana,
Privati della nostra attenzione, immersi dentro uno schermo, viviamo come sonnambuli, abbiamo smesso anche di sognare. Siamo come lo Svedese, il protagonista della Pastorale Americana di Philip Roth che vive dentro una bolla gioiosa fino a quando qualcosa alla televisione, un monaco buddista che si dà fuoco nelle strade di Hanoi per protestare contro la guerra del Vietnam, distrae la sua attenzione richiamandolo alla realtà che, da quel momento, per lui non sarà più la stessa. Le crepe, le dimenticanze e i varchi che si aprono suggeriscono nuove vie, portano a una rifocalizzazione dell’attenzione, a prendere atto della drammaticità della realtà, a essere meno distratti sulle cose che succedono al di fuori dello schermo. Lo schermo ci rende passivi, favorisce la vita statica ma impedisce quella oziosa, depotenzia attenzione, memoria, elaborazione di pensiero, capacità decisionale e di scelta. Per fermare il declino di queste funzioni è necessario tornare a una vita attiva, combattere la desensibilizzazione, trovare nuovi stimoli, esercitare un atto di volontà consapevole e responsabile, in primo luogo verso sé stessi.
Il punto più importante (back to the basics) riguarda la capacità attentiva intesa come capacità di accogliere più stimoli nello stesso tempo, di filtrare gli stimoli irrilevanti e di sapersi concentrare. I nuovi media tecnologici, con la generazione di un’infinità ripetitiva di stimoli, favoriscono uno switching continuo dell’attenzione che impedisce qualsiasi forma di concentrazione e la rielaborazione critica degli stimoli ricevuti. Si usa l’attenzione come il telecomando del televisore operando uno zapping prolungato, incosciente e passivo. A guidare lo zapping è in realtà il telecomando di cui si perde persino la nozione della sua presenza nella mano che lo manipola. La scelta consapevole suggerirebbe maggiore attenzione, un’attenzione profonda, nella realtà la scelta è resa impossibile da un’iperattenzione involontaria che genera passività, da ipoattività e ipercontrollo del comportamento che possono trasformarsi in patologie.
si usa l’attenzione come il telecomando del televisore operando uno zapping prolungato, incosciente e passivo. A guidare lo zapping è in realtà il telecomando di cui si perde persino la nozione della sua presenza nella mano che lo manipola
Alla rifocalizzazione dell’attenzione e alla capacità di concentrazione, fondamentali in ogni esperienza umana, in questo libro associamo una pratica umanista da coltivare per navigare, in modo non superficiale, disciplinato, consapevole, critico e senza alcuna preclusione, i tanti mondi che crediamo di abitare in modo parallelo. Partendo dall’assunto che attenzione e distrazione non stiano in un semplice rapporto dicotomico, ma siano categorie e concetti utili a raccontare e problematizzare ciò che molti percepiscono come un problema reale dell’era tecnologica che viviamo. Sul tema dell’attenzione si possono prendere spunti da numerosi libri che hanno trattato l’argomento a partire da un’analisi dei nuovi media e dei dispositivi tecnologici che usiamo. Tra gli autori mi piace citare Nicholas Carr (Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello, 2011) che parlava degli effetti di Internet sui nostri processi cognitivi con l’erosione di concentrazione e contemplazione, Maggie Jackson (Distracted: The Erosion of Attention and the Coming Dark Age, 2008), Clay Shirky (Surplus cognitivo. Creatività e generosità nell’era digitale, 2010), Howard Rheingold (Perché la rete ci rende intelligenti). Con variazioni più o meno apocalittiche questi autori evidenziano il ruolo dei nuovi media nel catturare la nostra attenzione mettendo sotto pressione il nostro cervello, impegnandolo in attività cicliche e ripetitive, con il risultato di distrarlo da altre attività associabili all’intelligenza, alla riflessione, al pensiero razionale, alla comprensione del linguaggio complesso, sia esso parlato o scritto.
Se per attenzione ci riferiamo a un processo mentale collegato alla nostra capacità neuronale di selezionare tra stimoli diversi quello che preferiamo in un dato momento e contesto, la scelta è oggi sempre più orientata verso “oggetti” tecnologici che, facendo riferimento a una mente ibridata tecnologicamente, reclamano le nostre energie, richiedono focalizzazione operando a livello inconscio, senza richiedere una nostra consapevolezza o coscienza. L’ibridazione è determinante nel modificare il nostro sentire e agire, la nostra volontà e attenzione, scelte e decisioni. Ci obbliga a fare delle scelte.
Se è vero che l’attenzione è sempre legata a un contesto culturale e sociale in grado di condizionare la nostra sensibilità e le scelte che facciamo, non meraviglia che oggi sia esercitata sulla base di meccanismi, strumenti e norme che richiamano i tanti mondi tecnologici che abitiamo e le molteplici reti relazionali delle quali facciamo parte. La volontà soggettiva in risposta a stimoli esterni non è più determinante nell’attivare e governare l’attenzione. A condizionarla sono sempre più norme sociali e comportamenti conformistici (il senso comune) di massa che determinano ciò che è rilevante e meritevole di attenzione e ciò che non lo è, portandoci a ignorare eventi, fatti, stimoli che valutiamo non sufficientemente meritevoli della nostra attenzione. È come se noi operassimo a livello percettivo sfocando o oscurando il contesto fattuale e mentale che fa da sfondo alle nostre scelte, per portare in primo piano ciò che in quel momento riteniamo personalmente e socialmente rilevante per noi.
La volontà soggettiva in risposta a stimoli esterni non è più determinante nell’attivare e governare l’attenzione. A condizionarla sono sempre più norme sociali e comportamenti conformistici di massa che determinano ciò che è rilevante e meritevole di attenzione e ciò che non lo è
Se l’attenzione delle persone intorno a noi è focalizzata sui cinguettii che stanno raccontando Sanremo 2023, anche noi cinguetteremo, mettendo in secondo piano tutto il resto. Il cinguettare non è una semplice reazione a uno stimolo di allerta contestuale all’esperienza del momento, ma viene da lontano, da pratiche già applicate e indotte dentro sistemi e modelli economici e mediali che ci hanno cambiato cognitivamente, nei nostri comportamenti e anche nell’esercitare selettivamente la nostra attenzione. Come ha scritto Enrico Campo nel suo libro La testa altrove (2020), “[…] la nostra attenzione individuale è sempre inscritta in un complesso sistema di relazioni e di apparati che stimolano, favoriscono, scoraggiano, inibiscono determinati processi attentivi piuttosto che altri[4]”.
Il sistema è ben strutturato e rodato, è costruito su un’economia dell’attenzione perfetta per la generazione di fatturati e profitti, forse meno per gli umani coinvolti. Lavora come un Pifferaio Magico sulla fidelizzazione, sulla durata e sull’intensità dell’attenzione per impedirne la reversibilità, operando una specie di immunizzazione di massa che rende difficile rompere il legame attentivo attivato. Basti pensare a quanto sia concentrata e immunizzata alla distrazione l’attenzione di un giocatore impegnato in esperienze immersive come quelle di un videogame, di una realtà virtuale o di un Metaverso. L’attenzione subisce l’effetto dell’accelerazione continua della tecnologia e della sua crescente automatizzazione. Obbligata a concentrarsi e impegnata in continui feedback è come un turista su un autobus che sta uscendo di strada ma che non può lanciarsi fuori per l’eccessiva velocità o come Sandra Bullock in Speed che, alla guida di un autobus pieno di passeggeri, non può permettersi di scendere sotto le cinquanta miglia all’ora o di distrarsi per evitare che un ordigno, collocato sul mezzo da un terrorista, esploda. In entrambi gli esempi l’attenzione è obbligata a focalizzarsi su obiettivi di breve termine, a lasciar perdere quelli che richiedono un impiego maggiore di tempo. Spinge la pratica illusoria del multitasking, riducendo il livello di concentrazione che, nella cronaca di tutti i giorni, si traduce spesso in incidenti stradali o altre morti causate da un uso non appropriato del proprio telefono cellulare.
La tecnologia ci permette oggi di vivere simultaneamente realtà diverse e, all’interno di ognuna, livelli esperienziali di realtà differenti. In esse mettiamo costantemente in gioco le molteplici personalità con le quali (non) ci raccontiamo e (rap)presentiamo al mondo. Lo facciamo con gradi di consapevolezza e livelli di coscienza più o meno profondi, sempre mossi da stimoli che catturano la nostra attenzione, ne determinano le preferenze e la capacità selettiva che governa le nostre scelte e le nostre decisioni. In tutto questo non siamo mai completamente liberi, sempre condizionati come siamo da ambiti concettuali, percettivi, culturali e sociali, sempre limitati nei percorsi che vorremmo liberamente compiere: “La scelta di dirigere la propria attenzione verso determinati temi, di porre in primo piano alcuni oggetti e relegarne sullo sfondo altri, avviene in un ambito ristretto di discrezionalità[5]”. L’ambito ristretto dentro il quale si esercita la nostra attenzione è diventato quello dei perimetri delimitati dei vari schermi a cui siamo sempre connessi, anche di notte. Perimetri in funzione anche quando lo schermo è spento sul comodino, pur sempre capace di tenere la nostra attenzione legata a una catena “cellulare”, sempre in allerta, soggiogata, a spese del sonno profondo come viene segnalato dai tanti marchingegni tecnologici indossabili che ce lo segnalano. Il legame è così forte da poter essere spezzato a fatica. Per usare una metafora tecnologica è come se fossimo, notte e giorno, sotto attacco di un hackeraggio DdoS (denial-of-service distribution) che con l’invio di migliaia di notifiche contemporanee impedisce il distacco, la comunicazione, azioni alternative e di fuga. Anche sotto attacco ci si può sempre interrogare sul perché quel legame con un oggetto sia così forte da imprigionare l’attenzione cancellando ogni alternativa possibile, per la sua percepita irrilevanza rispetto al sistema di rilevanza nel quale abbiamo trasformato il nostro smartphone.
L’ambito ristretto dentro il quale si esercita la nostra attenzione è diventato quello dei perimetri delimitati dei vari schermi a cui siamo sempre connessi
I sistemi alternativi, diversi da quelli tecnologici, a cui assegnare rilevanza, esistono, emergono dal Nostroverso, ci chiamano in continuazione, sollecitano la nostra coscienza, ci inviano segnali ripetuti, non binari o digitali ma analgici e incarnati, ci sollecitano con stimoli e allerta vari ai quali diamo scarsa attenzione. Il surplus informativo e cognitivo ci impedisce di spostare la nostra attenzione al di fuori di esperienze ormai consolidate, familiari, condivise socialmente dentro le cornici sociali e tecnologiche che la organizzano e la governano. Lo spostamento richiede uno shock, una rottura, la capacità di farsi stupire e di meravigliarsi per qualcosa, un’esperienza insolita che obbliga a confrontarsi con la novità della realtà o con il reale che essa lascia trasparire. Avviene per motivi casuali, inattesi e imprevedibili, porta ad assegnare importanza a eventi, situazioni, notizie, temi e argomenti diversi da quelli che solitamente riempiono i canali di comunicazione del Web. L’operazione richiede un atto di volontà personale, un cambiamento volontario individuale, pur dentro le costrizioni sociali sempre esistenti, l’uno e l’altro capace di rifocalizzare l’attenzione lavorando sulle motivazioni a farlo, accettando l’esperienza del mettersi a rischio, ricercando maggiore profondità e approfondimento, utili alla interpretazione e alla riflessione critica.
Lo spostamento dell'attenzione richiede uno shock, una rottura, la capacità di farsi stupire e di meravigliarsi per qualcosa, un’esperienza insolita che obbliga a confrontarsi con la novità della realtà o con il reale
Un primo passo suggerisce l’allontanamento da infrastrutture digitali ubiquitarie ed endemiche che strutturano dall’interno i processi su cui si agita la nostra attenzione, impone l’abbandono delle pratiche di interazione binarie alle quali ci siamo felicemente e passivamente tecno-adattati. Pratiche basate su quello che negli anni Settanta il massmediologo Morris Wolfe aveva chiamato “sussulti al minuto – jolts per minute” e l’attivista Herta Sturn “la sindrome del mezzo secondo mancante”[6]. Pratiche tutte costruite sul rapporto stimolo-risposta dell’attenzione, definito da temporalità lineari, tipico delle piattaforme social. Un rapporto costruito su discipline e algoritmi pensati per suggerire e imporre specifiche discipline e meccanismi, tutti dettati dalla strumentalità e dalla funzionalità, dall’utilità e dall’efficienza.
Se il distacco riesce, diventa possibile mettere al centro dell’attenzione ciò che prima rimaneva sullo sfondo o era stato ad arte oscurato. Possibile disvelare ciò che era velato, ingrandire ciò che appariva sfumato e irrilevante, rallentare ciò che sfuggiva veloce al guardare e al vedere, al sentire e all’ascoltare. Senza capacità di ascoltare si finisce per non capire e di tollerare il non riuscire a farlo. Gli ambienti tecnologici che frequentiamo sono diventati esperti nel nasconderci i meccanismi sui quali si reggono le loro interfacce, gli algoritmi e i loro processi di funzionamento. Agiscono come un inconscio tecnologico, ben descritto dal filosofo Galimberti, che chiede all’uomo di essere perfettamente omologato all’apparato di appartenenza e alle sue cornici cognitive di riferimento. La sua funzione è di mostrare l’inadeguatezza dell’umano rispetto alla perfezione della macchina, di trasformare l’identità umana in semplice entità funzionale, la libertà in competenza tecnica. Agisce per ricondurre ogni specificità umana a una cultura di massa che spinge verso l’omologazione riducendo l’uomo a funzionario, a semplice organo dell’apparato tecnocratico attuale. Sotto una “incessante pulsione tecnologica che determina le nostre vite[7]”, ci rivolgiamo a pratiche di adattamento (bending), sostenute da teorie (psicologie del conformismo) cognitive e comportamentiste, che creano le cornici sociali di condizionamento per ridurre le dissonanze cognitive, armonizzandole all’ordinamento funzionale del mondo tecnologico di oggi. Con il risultato di adeguare corpi e menti e condotte individuali, indipendentemente dai sentimenti provati, da motivazioni e idee[8], anche nel modo in cui vengono gestiti individualmente i processi dell’attenzione.
bisogna rendere possibile mettere al centro dell’attenzione ciò che prima rimaneva sullo sfondo o era stato ad arte oscurato, disvelare ciò che era velato, ingrandire ciò che appariva sfumato e irrilevante, rallentare ciò che sfuggiva veloce al guardare e al vedere, al sentire e all’ascoltare
Liberatisi dalle cornici tecnologiche e sociali che governano l’attenzione dell’era digitale del tecnocene, si può provare a rivolgere l’attenzione verso realtà diverse, con un occhio particolare all’Altro da noi, in particolare nei luoghi problematici, come le carceri o i barconi dei migranti. L’attenzione serve a comprendere quanto sia oggi limitata una visione antropomorfica della Terra, in una fase di evoluzione (involuzione) che vede l’Homo sapiens sempre più in pericolo, marginalizzato dal dominio della tecnologia e incapace di gestire le tante crisi emergenti, in primo luogo quella climatica. Riprendere il controllo della propria attenzione significa abbandonare la narrazione descrittiva della realtà per cercarne i significati, interpretandola e interiorizzandola, provando ad assegnare nuovi significati alle cose che ci capitano intorno, a costruire la cornice cognitiva e di senso per meglio comprenderla e contestualizzarla. Un’attenzione rifocalizzata può aiutare a problematizzare la realtà, ad assumere una posizione consapevole e responsabile, a partire dalla propria capacità di analisi e di critica. Una capacità coltivabile se vi si presta attenzione.
Si può partire cercando di conoscere le regole dell’attenzione cogliendone gli effetti, quanto esse incidano nel condizionare la nostra autonomia, individuale e collettiva, le forme e i percorsi che adottiamo per costruirci some soggetti. Per rifocalizzare l’attenzione basterebbe guardare per molto tempo ciò che, per caso, per scelta o in modo insolito, ha colto il nostro interesse. In fondo è ciò che già oggi facciamo con lo schermo del nostro smartphone, spesso senza avere valutato il grado di interesse (spesso molto scarso) che ci lega ai contenuti che vi scorrono, dopo averne misurato il loro valore reale per noi. Ciò che troviamo in rete, come suggeriva Howard Rheingold[9], dovrebbe costringerci al sospetto, a verificarne le fonti, sempre esercitando un controllo cosciente della nostra attenzione.
Riprendere il controllo della propria attenzione significa abbandonare la narrazione descrittiva della realtà per cercarne i significati, interpretandola e interiorizzandola, provando ad assegnare nuovi significati alle cose che ci capitano intorno, a costruire la cornice cognitiva e di senso per meglio comprenderla e contestualizzarla
L’attenzione è una risorsa scarsa, tutti siamo chiamati a coltivarla, anche come dono da concedere ad altri da noi. Il passaggio non è né semplice né indolore, ci invita a uscire fuori dal nostro individualismo narcisistico per lasciare che altri acquisiscano maggior potere su di noi. Il dono può scatenare la reciprocità, il coinvolgimento, la generosità e l’empatia, può aumentare la desiderabilità dello scambio. Donare attenzione e riceverne fanno parte di un processo percepito come desiderabile dalle parti in causa. Un cervello attento è un cervello disponibile, aperto allo scambio ma anche a ricercare insieme ad altri delle vie di fuga dal regime dell’attenzione prevalente.
Una pratica umanista dell’attenzione non può costruirsi su un ottimismo acritico, ma neppure su mitizzazioni come quelle che guidano molte delle narrazioni tecnologiche odierne. Resistere potrebbe non essere sufficiente. La consapevolezza dello stato comatoso, fatalistico e letargico della nostra attenzione potrebbe suggerirci la fuga, il rifiuto del regime tecnocratico corrente che ha schiavizzato e tolto potere alla nostra attenzione, la ricerca di alternative. Trasgredire il conformismo dell’attenzione indotto dalle pratiche online richiede la denuncia di queste pratiche come indotte e subite, la rottura degli schemi attuali, la proposizione e la pratica di forme alternative di attenzione, frutto della ritrovata capacità di cogliere stimoli alternativi capaci di sorprendere, creare curiosità, conquistare il cervello, rubare l’attenzione distogliendola da un oggetto per dirottarla su altri. Con scelte consapevoli ci si può trovare in nuovi campi esistenziali d’azione nei quali la posta in gioco sta tutta dentro la (tecno)consapevolezza, la libertà di attenzione, la responsabilità con cui si modula ogni esperienza individuale umana, di cui si vuole avere il controllo per non consegnarla (regalarla) alle forze della tecnologia, che la vorrebbe deterministica, piegata al commercio e semplicemente funzionale.
Trasgredire il conformismo dell’attenzione indotto dalle pratiche online richiede la denuncia di queste pratiche come indotte e subite, la rottura degli schemi attuali, la proposizione e la pratica di forme alternative di attenzione
Il recupero della nostra capacità attentiva, determinato da una maggiore consapevolezza, definisce il nostro grado di libertà. Può risultare utile ad ostacolare le molte forze della distrazione oggi impegnate a conquistare e controllare la nostra attenzione, impedendoci di adottare pratiche diverse come quelle che ho provato a descrivere in questo libro e caratterizzanti il Nostroverso. In primo luogo, la pratica della cittadinanza attiva in difesa di libertà e democrazia, per contrastare disinformazione e manipolazioni determinate dal controllo dei mezzi mediali e di informazione. In secondo luogo, di opposizione alla pervasività del messaggio pubblicitario e dell’uso che fa della personalizzazione attraverso l’(ab)uso dei dati da noi generati online e offline. La pratica della cittadinanza va oltre la difesa della libertà e della democrazia. Non si tratta solo di tenere viva la polis ma la Terra e i suoi ecosistemi, sempre più sofferenti per le conseguenze di una visione antropomorfa e antropocentrica che ha portato alle crisi attuali, in primo luogo quella climatica. Dalle crisi si può uscire soltanto insieme a tutti gli esseri viventi e non viventi della terra. A loro va prestata attenzione in modo da poter elaborare un modo diverso di guardare all’universo in cui viviamo. Un modo diverso da quello oggi predominante che si affida alla tecnologia, all’intelligenza artificiale e al Metaverso per definire l’evoluzione futura dell’Homo sapiens sulla terra.
La tecnologia che ha cambiato il nostro mondo presente sarà con noi anche nel futuro prossimo venturo. Recuperata l’attenzione rubata e il tempo da essa sottratto, ci si potrà impegnare da cittadini attivi nella difesa della nostra attenzione, cercando di portare le tecnologie dell’attenzione dalla nostra parte, contribuendo alla definizione dei valori di cui dovrebbero farsi portatrici, in un mondo futuro nel quale la tecnologia è posta al servizio del Nostroverso. Nella consapevolezza che un’altra tecnologia è ancora possibile.
Note
[1] Riferimento al titolo del libro di Nicholas Carr, The Shallow
[2] Maryanne Wolf, Proust e il calamaro, 2009
[3] James Willimas, Scansatevi dalla luce, Effequ, Orbetello 2023, Pag. 119
[4] Enrico Campo, La testa altrove, Donzelli Editore, Gruppo Feltrinelli, Roma 2020, Pag. 124
[5] Enrico Campo, La testa altrove, Donzelli Editore, Roma 2020, Pag. 189
[6] I due riferimenti li ho trovati nel libro di Derrik de Kerckove, La pelle della cultura del 1995, pag. 24
[7] Slavoj Žižek
[8] Rielaborazione di concetti espressi da Umberto Galimberti in un articolo pubblicato sul sito della Feltrinelli: https://www.feltrinellieditore.it/news/2005/11/11/umberto-galimberti-noi-contemporanei-e-il-nostro-nuovo-inconscio-tecnologico-5795/
[9] Net Smart: How to Thrive Online – Perché la rete ci rende intelligenti (Howard Rheingold)