“Qual è la cosa di cui hanno più bisogno? "Il desiderio sconfinato di essere ascoltati. E di vivere il tempo di ogni incontro senza i condizionamenti dell'orologio ma nella sincronia tra il tempo interiore di chi ascolta e il tempo interiore di chi è ascoltato.” - Eugenio Borgna. Intervista a Repubblica del 28 agosto 2014
“Ascolta o la tua lingua ti renderà sordo.” - Proverbio Cherokee
Tutti parlano, parlano, nessuno o quasi ascolta più. Incapaci di tendere l’orecchio alla ricerca di sonorità e di senso, hanno perso la capacità di percepire la risonanza interiore, il riverbero del timbro e del ritmo della voce umana che, come in un diapason, rimbalza sul corpo incarnato dando forma all’esperienza sonora. Avendo disimparato ad ascoltare, hanno difficoltà a prestare attenzione, a predisporsi a un senso possibile, a sentirsi reagire che è poi sentire il proprio respiro e il risuonare del proprio corpo.
Facciamo ormai fatica a intendere e a comprendere, il significante e la semantica, la parola, il senso, oltre che il discorso. Comunichiamo ma abbiamo difficoltà a parlarci. Siamo diventati illetterati dei meccanismi che caratterizzano, pur dentro il rumore di fondo sempre esistente, oggi amplificato dal sovraccarico informativo, la relazione tra un emittente e un ricevente, tra il detto e il non detto, tra il suono di una voce e sé stessi, la propria voce interiore. Oramai abituati a vivere vite disincarnate e digitali, stentiamo a cogliere la parte sensibile della voce umana, il suo calore, il suo tatto, il suo sapore, tutte esperienze che avvengono dentro spazi fisici nei quali gli interlocutori si trovano, mai esperibili attraverso spazi virtuali, come quelli di Zoom, Skype o Microsoft Team.
Facciamo ormai fatica a intendere e a comprendere, il significante e la semantica, la parola, il senso, oltre che il discorso.
Si pratica il logos (parola, discorso, racconto, notizia e molto altro), anche senza sapere cosa sia, non lo si ascolta, pur udendolo. Come direbbe Cacciari, citando Eraclito (Logos - Frammento 50), ciò che il logos dice, lo dice attraverso il “leghein” (accogliere, ospitare l’essere che ci parla, scegliere, custodire, raccogliere le parole dell’altro e legarle in un discorso per farne emergere il significato) che lo ascolta. Senza leghein non c’è logos, non c’è ascolto. Forse non è un caso che oggi, nella società del non ascolto, il leghein si sia trasformato in omologhein, nel parlare conformistico su cui questo libro chiama tutti a prestare un’attenzione critica. Il conformismo non facilita l’ascolto, anzi lo trasforma in un problema, perché esso potrebbe svelare il vuoto, la superficialità, l’effimera ovvietà di tante verità rumorosamente esibite online, da influencer, piattaforme, individui che amano parlare (parlarsi addosso) e quasi mai sono disposti ad ascoltare. Senza ascolto però le opinioni che transitano dagli uni agli altri, anche in assenza di dialogo, finiscono per non essere soppesate, per soccombere dentro un vacuo opinionismo, per lo più eterodiretto da chi sul conformismo sta costruendo la propria fortuna, economica e/o politica. Il conformismo attuale è diventato una prigione tanto più severa quanto maggiore è la rinuncia degli individui all’uso della propria ragione. Moltitudini hanno affidato la gestione della loro vita alla razionalità degli individui, hanno rinunziato a riprendere il controllo della propria attenzione, in particolare hanno smesso di ascoltare.
Il conformismo non facilita l’ascolto, anzi lo trasforma in un problema, perché esso potrebbe svelare il vuoto, la superficialità, l’effimera ovvietà di tante verità rumorosamente esibite online, da influencer, piattaforme, individui che amano parlare (parlarsi addosso) e quasi mai sono disposti ad ascoltare.
Il dire e l’ascoltare non hanno mai avuto vita facile nello stare insieme, oggi sembrano essersi separati consensualmente. Il dire prevale sull’ascoltare, la cui crisi segna anche una crisi dell’attività del pensiero e del linguaggio. Ma se noi siamo parola, linguaggio, come ci raccontano filosofi come Vattimo (la parola casa dell’Essere), come si fa a legarsi agli altri e a sapersi ascoltare reciprocamente? Cosa significa ascoltare dentro la fonosfera che la nostra vita è diventata? L’ascolto è diverso dall’udire, non si limita ad ascoltare l’altro ma anche sé stessi, le sue e le nostre emozioni, è un’esperienza complessa, un processo che coinvolge il corpo intero, ogni parte di noi, nella consapevolezza che ogni esperienza di ascolto è diversa dalle altre, dell’importanza del corpo in ognuna di esse (respiro, battito cardiaco, concavità e convessità del corpo, ventre e pelle, ecc.), grazie all’uso che viene fatto dei cinque sensi umani e di entrambi gli emisferi cerebrali (oggi prevale l’uso di quello destro). L’ascolto non è un semplice udire, un sentire vibrare passivamente nelle orecchie i suoni che ci arrivano dagli auricolari o da una interfaccia Zoom. Ascoltare implica un’interconnessione tra ascolto attivo, (auto)consapevolezza emozionale e gestione dei conflitti, anche interiori, che sempre un ascolto fa nascere, in particolare a causa delle molteplici cornici di cui siamo parte, che ci rendono ciechi ai contesti e condizionano ogni forma di comunicazione verbale.
Nell’ascolto centra l’udito, che ascolta anche senza rivolgersi agli oggetti, conta molto di più quello che succede interiormente, le vibrazioni che ogni ascolto è in grado di generare, determinante nel dare forma alla nostra identità, sempre dipendente e interallaciata con quella degli altri. Ascoltando si entra in risonanza con gli altri, si partecipa a un’esperienza comune. Non necessariamente comunicativa, ma connessa al sentire, al sentirsi sentire, in grado di superare, di andare oltre l’udito e il visibile, oltre il suono e il silenzio. L’ascolto che comprende il silenzio mi ricorda sempre l’esperienza incredibile fatta a un concerto (Empty Words – Parte terza) di John Cage nel 1977, al Teatro Lirico di Milano, caratterizzata da silenzio e rumore. Il silenzio dell’artista che nella sua esibizione aveva spogliato i testi recitati, tratti da un lavoro di Henry David Thoreau, fino a ridurli al silenzio. Il rumore degli spettatori, impreparati alle esibizioni di Cage, che decisero di salire sul palco urlando e trasformando il concerto in una baraonda rumorosa, dimostrando di non avere nessuna disponibilità, forse alcuna capacità di ascolto. Ascolto che dimostrarono invece gli altri ascoltatori (io fui tra questi, ma avevo già sentito Cage suonare al Ciak di Milano un pianoforte riempito di lattine vuote di Coca Cola e di chiodi), quasi tutti giovani, per la loro capacità di partecipare a un’esperienza memorabile, piena di vibrazioni, da ricordare nel tempo. Un ascolto che si fa memoria.
Ascoltare implica un’interconnessione tra ascolto attivo, (auto)consapevolezza emozionale e gestione dei conflitti, anche interiori, che sempre un ascolto fa nascere,
Non essere ascoltati significa non esistere, fa perdere il senso di esistere e di valere. Tutti iperconnessi, immersi nelle nostre rappresentazioni della realtà, impegnati in narrazioni continue e alla ricerca di persone disposte ad ascoltarle, abbiamo perso la capacità di praticare l’arte di ascoltare. Un’arte diventata sempre più rara, sempre meno coltivata, da parte di moltitudini di persone ignare di quanto l’ascolto sia importante per le loro vite e le loro esistenze. Le cause non vanno ricercate nel rumore di fondo sempre più assordante e alienante, nel sovraccarico informativo, nella mancanza di tempo o nella mancanza di motivazioni e interesse, ma nella pratica di un ascolto ridotto al minimo, che rende difficile la comprensione e di cogliere il contesto, o nell’incapacità ad ascoltare, di recepire il suono di una voce. Alla perdita della capacità di ascolto profondo, si sostituisce la competenza, sviluppata attraverso pratiche interattive con gli apparati tecnologici, di saper dialogare e ascoltare quello che essi sono programmati a dirci e a raccontarci. Alexa ascolta sempre e si fa ascoltare.
In futuro ad ascoltarci saranno proprio loro, manufatti tecnologici come Alexa, Assistenti personali robotizzati dalle sembianze umane e ChatGPT variamente denominate. Entità sempre pronte a dialogare, per non sentirsi troppo sole come Samantha in Her, con persone in carne e ossa che nel frattempo avranno perso la loro capacità umana di ascoltare, di comprendere l’altro che dialoga con loro e che nel farlo condivide il proprio passato e il proprio presente. Forniranno un servizio a pagamento, non ascolteranno tutti, lo faranno in modo mai disinteressato, passivo e selettivo in base a logiche algoritmiche, monetizzabili, finalizzate alla personalizzazione, all’utilità e alla convenienza. L’offerta di servizi di ascolto digitali soddisferà bisogni concreti crescenti dovuti alla nostra accresciuta incapacità narcisistica ad ascoltare gli Altri. Esseri umani come noi che hanno disimparato a prestare attenzione agli altri e ad ascoltarli ma anche ad ascoltare sé stessi.
moltitudini di persone sono sempre più ignare di quanto l’ascolto sia importante per le loro vite e le loro esistenze
I Narcisi che siamo diventati (“Specchio, specchio delle mie brame, chi…”) si sono abituati all’ascolto delle proprie voci che viaggiano nei mondi digitali da essi frequentati come Eco, la ninfa trasformatasi in roccia cava che ai viandanti regala sempre le ultime parole che essi pronunciano: “Qualcuno c’è?”, “C’è”. L’incapacità ad ascoltare impedisce di incontrare veramente l’Altro, di dargli un benvenuto cordiale, di metterlo a suo agio, per dialogare prima ancora di aprire bocca, di praticare con pazienza il silenzio, in attesa di poterlo rompere in modo amichevole e cordiale. L’incapacità crescente di ascolto va di pari passo con l’indifferenza crescente, con la perdita di senso e di etica della responsabilità, con la difficoltà a confrontarsi con pazienza e accoglienza con gli altri, in particolare con gli sconosciuti, i migranti, gli indigenti e i diversi, forse perché pensiamo di non potere ricevere da loro alcuna utilità o opportunità. Per questo rinunciamo a dialogare con loro, non attiviamo alcuna possibilità di ascolto, ci mostriamo insensibili e indifferenti a ogni loro diversità, alterità, bisogno e sofferenza.
Nella sua postura attiva l’ascolto è sempre stato un esercizio complicato. Oggi lo è di più, sono venute meno le occasioni incarnate per farlo. I luoghi fisici dove praticarlo sono stati sostituiti da quelli virtuali che fanno evaporare l’interlocutore dentro conversazioni spersonalizzate, superficiali, in assenza di volto, di sguardi e di voce. Quanti di coloro che usano Twitter in continuazione sanno veramente ascoltare? Eppure le cincie, quando cingettano, sembrano determinate all’ascolto reciproco, che spesso segnala dove trovare cibo e ambienti sicuri nei quali mangiarlo. Quanti utilizzatori di Twitter (X) hanno disimparato ad ascoltare e al tempo stesso disappreso a dialogare? Quanti hanno compreso che il loro bisogno compulsivo a messaggiare testimonia una crescente solitudine determinata dalla distanza, che impedisce qualsiasi forma di ascolto analogico in presenza?
Come ha scritto Byung-Chul Han “senza la presenza [fisica] dell’Altro la comunicazione si trasforma in uno scambio accelerato di informazioni [che] non stabilisce relazioni, ma solo connessioni[1]”. Prima della comunicazione c’è la parola che rivela l’essere di chi parla, il suo pensiero, mai pura e semplice informazione ma strumento per ricongiungersi all’altro. L’ascolto non si alimenta di informazioni, reclama la presenza, il prossimo come Altro disponibile generosamente ad ascoltare, vuole la prossimità, la vicinanza, la località. Non può avvenire “nell’aere” fosco digitale ma nel vento, nel respiro che si sente nell’incontro ravvicinato, nelle tante “Cà del vént” che fisicamente abitiamo e che a me ricordano la civiltà del vento raccontata da J.G.Ballard e che ho usato come spunto per il mio libro: La civiltà del vento al tempo del coronavirus.
senza la presenza fisica dell’Altro la comunicazione si trasforma in uno scambio accelerato di informazioni che non stabilisce relazioni
Ascoltare non è nulla di straordinario, tutti hanno orecchie per sentire ma quanti le usano per ascoltare? Si ascolta entrando in risonanza nello spazio e nel tempo dell’Altro, abbandonando il proprio io narcisistico, offrendo agli altri la possibilità di fare la stessa cosa. Ci si predispone all’ascolto silenziando il brusio rumoroso e pervasivo degli oggetti elettronici, superando la stanchezza che ci caratterizza nella società iperconnessa attuale, attraversando la noia che sperimentiamo dentro le molteplici conversazioni tra sordi che alimentiamo online. Siamo alla ricerca costante di persone disposte ad ascoltarci, nostalgici di quando queste persone erano sempre disponibili. Facendo fatica a trovarle, ci chiniamo rassegnati sugli schermi dei nostri telefonini, alla ricerca di qualcuno in grado di sentirci, darci un segnale della loro esistenza e così anche della nostra. Ci accontentiamo di parodie dell’ascolto senza respiro ed emozioni, private del contatto fisico e carenti di gentilezza, come quelle che sono associate online a semplici pratiche di scambio e di comunicazione.
Online non siamo obbligati a esercitare l’orecchio e le sue portentose abilità fisiologiche. Possiamo sentire senza ascoltare, non siamo obbligati a praticare la qualità dell’ascolto Ininfluente è il ruolo giocato dall’ambiente e dal contesto. Esattamente l’opposto di ciò di cui abbiamo bisogno, un orecchio sempre attivo e aperto all’incontro con l’Altro, disponibile a mandare in frantumi la convinzione narcisistica dell’autosufficienza, per aprirsi alle sofferenze dell’altro, alle sue debolezze e alle sue inadeguatezze, che poi sono le stesse nelle quali si può esistenzialmente riconoscere sé stessi. Questa apertura agisce socialmente e politicamente, socializza le esperienze individuali, politicizza il privato trasformandolo in pubblico, lo spazio individuale in spazio sociale e comunitario.
abbiamo bisogno di un orecchio sempre attivo e aperto all’incontro con l’Altro, disponibile a mandare in frantumi la convinzione narcisistica dell’autosufficienza
Noi siamo votati all’ascolto. Ascoltare è pratica archeologica della nostra evoluzione collegata alla sopravvivenza, per anticipare i potenziali pericoli e proteggere la prole. L’ascolto ha funzione investigativa e maieutica, predispone alla produzione di senso, più che di andare alla ricerca di significati, sommersi nei significati polisemici delle parole o non detti. Si è capaci di ascoltare se si è disponibili a essere aperti a tutto ciò che sembra indecifrabile e insondabile nell’esistenza umana, ai linguaggi diversi che l’attraversano. Ascoltare comunica attenzione, cura, attesa, astensione dal giudicare, implica capacità di comprensione, rispetto dei valori e della diversità dell’interlocutore, delle sue narrazioni e verità. L’ascolto lascia spazio a nuove connessioni e accostamenti imprevedibili, al silenzio che appartiene alle parole (Rovatti), all’alterità.
Il pensare non è solo interrogare, bensì è il saper ascoltare quel che viene suggerito da ciò che tende a farsi problema, e come tale è in grado di farsi strada nella mente catturandone l’attenzione. Il concetto di farsi strada ci ricorda il nostro vivere vite accelerate e frammentate (a Milano farsi strada sulle strisce pedonali può essere mortale), caratterizzate da tante azioni automatizzate e reazioni abituali, fatte di tempo compresso che impedisce di ascoltare, proprio in un’epoca che più di altre ci suggerisce il bisogno di mettersi in ascolto, che è poi un modo per mostrare un’attenzione rispettosa ed empatica per gli altri, necessaria per cogliere le osservazioni, i sentimenti e le emozioni, le richieste dei nostri interlocutori. Attivando al tempo stesso le condizioni necessarie per farsi ascoltare.
L’ascolto in presenza di corpi è una pratica umanista del Nostroverso. Il corpo è il passaggio sotterraneo di ogni rappresentazione, narrazione e relazione. Filosoficamente parlando è un corpo vissuto, per dirla con Jean-Luc Nancy è un corpo plurale, aperto all’imprevisto e solidale. Un corpo finito e vulnerabile, che si fa avanti e accetta l’incontro dentro spazi fisici abitati da altri corpi, ai quali ci si espone mettendosi a nudo, accettando le implicazioni che sempre derivano dall’incontro, dal dialogo, dall’interazione. Dal farsi attraversare dalle parole degli altri e dall’ascolto. In tempi conformistici dominati dalla comunicazione disincarnata digitale fatta da corpi assenti, morti seppure vivificati dalle loro proiezioni digitali, sostituibili in ogni momento con altri corpi o profili digitali, il corpo umano è depositario della memoria, dispone di un suo potere mitopoietico, è luogo concreto di novità, che nascono dalle modifiche a cui il corpo va incontro nel suo stare fisicamente dentro contesti incarnati e relazionali. Novità ben diverse da quelle che dentro i metaversi possono accadere con semplici aggiornamenti di status o riconfigurazioni dei propri profili o avatar digitali.
L’individualità su cui è costruito l’individualismo corrente è dominata dall’assenza di corpo, sulla distanza e in assenza di spazio. Nel Nostroverso l’individualità nasce dalla corporeità individuale, che marca l’unicità di ogni persona, a partire dalla sua esistenza in relazione con altri, anche loro unici nella loro individuale corporeità. Corpo e linguaggio sono fondamentali nel relazionarsi gli uni agli altri, in modo non artificiale come succede sulle piattaforme digitali, nel percepire sé stessi come soggetti (ognuno è il corpo che è, che ha) e non solo corpi rappresentati, oggettivati, e oggi principalmente digitalizzati. L’unicità associata al corpo è oggi negata da narrazioni e pratiche che tendono a evidenziare corpi artificializzati, automatizzati, ibridati da protesi tecnologiche, sterilizzati in modo da renderli più facilmente omologabili. Si pensi semplicemente alla pervasività della pratica di tatuare i corpi che li sta rendendo tra loro tutti uguali, assimilabili.
L’unicità associata al corpo è oggi negata da narrazioni e pratiche che tendono a evidenziare corpi artificializzati, automatizzati, ibridati da protesi tecnologiche, sterilizzati in modo da renderli più facilmente omologabili.
Il corpo, nella sua corporeità empirica e sensoriale, è fondamentale anche per contenere i tanti interrogativi esistenziali su sé stessi, sugli altri e sul mondo, che sempre ci accompagnano nella nostra esistenza e ai quali mai come oggi urge provare a dare delle risposte. Le risposte possono trovarsi però solo dentro relazioni incarnate e profonde con gli altri. Relazioni che prevedono una rinnovata e grande capacità di ascolto, alla ricerca di senso. L’ascolto che serve è in presenza, anche se si è privati della visibilità che mette in azione lo sguardo e l’occhio. L’ascolto a cui associo il Nostroverso è vivificante, fa sentire vivi, aiuta a superare le difficoltà e lo stress, a immaginare scenari futuri positivi. È l’ascolto che si manifesta in una delle tante metafore della Caverna di Platone di cui la letteratura è piena. In questo caso la caverna è la catacomba Molussia del romanzo di Gunther Anders, La catacomba molussica scritto negli anni Trenta del Novecento. In essa “prigionieri”, l’anziano Olo e il giovane Yegussa riescono a sopravvivere esercitando l’arte del parlare e dell’ascoltare, grazie al suono della voce che comunica vitalità, speranza e capacità resistenziale.
Una capacità quest’ultima da esercitare nel buio digitale dal potere totalitario nel quale si svolge tanta parte del nostro vissuto quotidiano. Nella catacomba di Anders, da mortali incarnati quali sono, Olo e Yegussa muoiono. Quando questo succede, anche i carcerieri scoprono quanto sia penoso e invalidante il non potere più ascoltare. Anche nei metaversi digitali i profili e gli avatar non sono eterni, ma l’ascolto non suscita alcuna nostalgia.
È una realtà assente da tempo, sostituita dall’eterno chiacchierare, che non ha bisogno di ascolto.
Note
[1] Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro, Nottetempo Edizioni, Milano 2017, Pag. 96