La nuova disuguaglianza

L’intelligenza artificiale non sta creando una nuova disuguaglianza nell’accesso alla tecnologia, ma nel modo in cui la utilizziamo. In un contesto in cui delegare è sempre più facile, la vera differenza emerge nella capacità di riconoscere quando fermarsi. Voglio provare ad esplorare il costo cognitivo dell’automazione e il rischio, spesso invisibile, di smettere di comprendere ciò che facciamo.

Bugonia e il mito della generazione spontanea

Quando il cinema ci ricorda l’errore più ostinato della modernità: pretendere vita da ciò che è già stato consumato. Un saggio che prende Bugonia come occasione per riflettere su uno dei miti più ostinati della modernità: l’idea che valore, qualità e persino eccellenza possano nascere da ciò che è già stato consumato. A partire dal simbolo della bugonia — la credenza antica delle api generate da una carcassa — l’articolo legge il film di Lanthimos come una meditazione su percezione, sacrificio e normalizzazione dell’assurdo, spostando lo sguardo dal racconto cinematografico alle cosmologie produttive del presente.

Ritorno al futuro… con l'AI

E se il prossimo sistema operativo non fosse più uno strumento, ma un interlocutore? L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui interagiamo con la tecnologia, spostando il focus dalle azioni agli obiettivi. Un cambiamento progressivo, quasi invisibile, che riduce la frizione ma ridefinisce anche il nostro ruolo nel processo decisionale. Perché semplificare non significa solo fare prima. Significa anche vedere meno.

Trovare lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale

Oggi cercare lavoro non significa più inviare un CV. Significa essere valutati da algoritmi e osservati attraverso la propria identità digitale. Tra sistemi di screening automatizzati e tracce lasciate online, la selezione cambia forma: non riguarda più solo ciò che dichiariamo, ma ciò che emerge nel tempo. Un’analisi tra aspetti pratici ed etici su come AI e social stanno trasformando il modo in cui veniamo scelti.

SÌ o NO: stiamo scegliendo davvero?

Quando esprimiamo un SÌ o un NO, pensiamo di compiere una scelta autonoma. Ma oggi quell’atto nasce sempre più all’interno di un contesto informativo modellato dall’intelligenza artificiale. Qui provo a vedere come gli algoritmi non influenzino solo i contenuti, ma il modo stesso in cui le opinioni prendono forma.

La delega cognitiva

Per secoli la tecnologia ha esteso le nostre capacità fisiche. Le macchine hanno sollevato pesi, accelerato movimenti, moltiplicato la forza del lavoro umano. Con l’intelligenza artificiale sta accadendo qualcosa di diverso. Non stiamo più delegando soltanto il fare. Stiamo iniziando, lentamente e quasi senza accorgercene, a delegare parti del nostro processo cognitivo: la sintesi, l’analisi, la scrittura, perfino le prime forme di giudizio.

L’uomo di bolina nell’era degli agenti

Viviamo un passaggio silenzioso ma profondo: l’intelligenza artificiale non si limita più a rispondere, inizia ad agire. Gli agenti autonomi coordinano processi, prendono decisioni, eseguono azioni in sequenza mentre noi arretriamo di qualche passo. Non credo che la questione sia soltanto tecnologica. È una questione di postura. In questo testo provo a interrogarmi su cosa significhi mantenere una direzione quando la velocità aumenta, su come restare responsabili mentre deleghiamo, su quale forma di maturità sia richiesta quando il vento dell’automazione soffia più forte.

Forse siamo solo configurazione

Abbiamo iniziato a salvare il nostro modo di lavorare. Non solo i risultati, ma le istruzioni, il tono, i criteri. All’inizio sembrava semplice efficienza: evitare di ripartire ogni volta da zero. Poi è diventato evidente che stavamo facendo qualcosa di diverso. Non ci limitavamo a usare strumenti intelligenti, chiedevamo loro di assomigliarci. Di rispettare le nostre priorità, di muoversi dentro il nostro perimetro. Quando il metodo diventa configurazione, il pensiero prende forma. Diventa qualcosa che può essere salvato, riattivato, persino condiviso. Non è solo tecnologia. È il momento in cui iniziamo a descriverci attraverso parametri e regole. E quando lo facciamo, finiamo per guardarci come sistemi. Forse siamo sempre stati anche questo. La differenza è che oggi lo scriviamo.

ΧΑΟΣ. Lo spalancamento

La domanda che Χάος pone all’uomo contemporaneo non è una domanda alla quale si possa rispondere con un programma o un metodo. È una domanda anteriore a ogni programma: sei ancora capace di fare spazio? Di spalancarti, come la voragine si spalancò prima di tutto? Di accogliere il vuoto non come difetto ma come condizione? Di sostare nella notte senza accendere lo schermo?

La costruzione dell’ovvio

Questo articolo nasce da un percorso di ricerca autonomo, non lineare, guidato dal desiderio di comprendere i meccanismi attraverso cui il pensiero collettivo si forma e diventa senso comune. L’incontro con il pensiero di Serge Moscovici non è avvenuto all’interno di un programma universitario strutturato, ma attraverso un’esplorazione indipendente, resa necessaria dal confronto con il dibattito pubblico contemporaneo. Il testo non intende offrire un’esposizione specialistica, ma una chiave di lettura: rendere visibili i processi attraverso cui ciò che è complesso viene reso familiare e ciò che viene discusso diventa ovvio.

L’intelligenza è una relazione

Da quando i modelli generativi sono entrati nella conversazione pubblica, abbiamo iniziato a parlare di intelligenza artificiale come di un nuovo soggetto: sempre più potente, sempre più autonomo, quasi una mente. Ma cosa accade se cambiamo prospettiva? Se l’intelligenza non fosse una proprietà del singolo sistema, ma qualcosa che emerge dalle relazioni tra sistemi?

Esperti di IA? Sì. Ma non nel modo in cui pensiamo.

Parliamo spesso di “esperti di intelligenza artificiale” come se fosse una categoria compatta, definita, stabile. Ma l’AI non è un oggetto unico: è un territorio in continua espansione, fatto di ricerca, ingegneria, orchestrazione, agenti autonomi, impatti organizzativi ed etici. In questo scenario, forse la domanda non è se gli esperti esistano, ma cosa significhi davvero esserlo oggi. In un ecosistema che evolve più rapidamente dei nostri tempi di apprendimento, la competenza non è un’etichetta definitiva, ma una posizione da abitare con consapevolezza.