NOVITA'[1835]
Corpo, genere, algoritmi (POV #26)
Judith Butler vs Kate Crawford: Chi decide cosa siamo? Nel contesto contemporaneo dominato dall’intelligenza artificiale, anche il corpo è diventato un dato. Le tecnologie di riconoscimento facciale, i modelli predittivi di genere, le metriche biometriche: tutto sembra riducibile a parametri misurabili. Sembra che tutto possa essere tradotto in parametro. Eppure, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un problema politico perché ciò che viene misurato dipende dalle categorie con cui decidiamo di descriverlo. Chi stabilisce cosa è un corpo? Cosa accade quando le parole con cui siamo definiti - uomo, donna, normale, anomalo - diventano etichette dentro un dataset? Cosa cambia quando a fissarle non sono soltanto istituzioni sociali, culturali o mediche, ma sistemi algoritmici che le incorporano, le riproducono e le rendono operative su larga scala? Due pensatrici contemporanee aiutano a orientarsi in questa lettura. Judith Butler ha mostrato come il genere sia l’effetto di norme ripetute, interiorizzate, rese evidenti dalla loro stessa reiterazione. Il corpo, nella sua prospettiva, è insieme costruzione e vulnerabilità, esiste dentro contesti di riconoscimento che lo rendono intelligibile o lo espongono all’esclusione. Kate Crawford, studiando l’intelligenza artificiale, evidenzia un altro livello del problema. Gli algoritmi apprendono da archivi storici, da dati che riflettono gerarchie e disuguaglianze già esistenti. Quando classificano un volto o attribuiscono un genere, non scoprono una verità nascosta, ma rendono operative categorie ereditate, spesso senza dichiararle. Tra Butler e Crawford non c’è una sovrapposizione, la prima analizza le norme che producono il soggetto, la seconda mostra come quelle norme vengano oggi tradotte in infrastrutture tecniche. Le loro analisi convergono su un punto, il passaggio dalla costruzione simbolica dell’identità alla sua codifica automatizzata.
Politica ed economia: il primato silenzioso della prosperità
Se osserviamo l’Occidente, intendendo per esso Europa e Stati Uniti d’America, notiamo che negli ultimi trent’anni si è verificato un indebolimento progressivo della sua struttura economica. Una delle cause principali (ma non l’unica) è stata la delocalizzazione industriale: nella ricerca di margini più elevati, molte imprese hanno trasferito produzione e manodopera verso Paesi a costo inferiore. La politica ha consentito questo processo senza valutare adeguatamente le conseguenze sistemiche di lungo periodo.
Le determinanti dell'espansione dei gruppi privati in Sanità
Spunti per comprendere (anche) come il Gruppo San Donato sia riuscito ad espandersi così tanto e così rapidamente. Maria Elisa Sartor, Antonio Muscolino, Riccardo Visani Gruppo di studio per la salute del futuro – Lombardia
Intervista ImPossibile a Martin Heidegger (IIP #25)
L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una rivoluzione tecnologica. In realtà, la sua portata pare riguardare più il modo in cui una civiltà interpreta sé stessa. Non siamo soltanto di fronte a nuovi strumenti, ma a una trasformazione che ridefinisce il rapporto tra linguaggio, conoscenza, decisione e immaginazione. L’AI non si limita a produrre immagini o testi, prevede comportamenti, legge il reale in cui tutto tende a presentarsi come dato. In questo contesto la tecnica diventa l’ambiente dentro cui viviamo. Quando il mondo viene progressivamente interpretato come flusso di informazioni elaborabili, anche l’essere umano rischia di essere letto nello stesso modo. Perciò, la questione diventa che cosa accade a una società quando il pensiero viene assimilato al calcolo. Non riguarda soltanto ciò che possiamo fare con le macchine, ma il modo in cui esse riconfigurano l’idea stessa di esperienza e responsabilità. Martin Heidegger, con Essere e tempo ha riportato al centro l’esperienza concreta dell’esistenza, l’essere umano come apertura al mondo. Nei suoi scritti successivi ha individuato nella tecnica moderna un modo di rivelare il mondo, un dispositivo che tende a trasformare ogni cosa in risorsa disponibile e calcolabile. Ha chiamato questo processo Gestell, l’impianto che dispone il reale come fondo da sfruttare. Rileggere oggi quelle pagine significa accorgersi che la logica descritta da Heidegger trova nell’intelligenza artificiale una delle sue forme più compiute, non perché avesse previsto computer e algoritmi, ma perché aveva colto la struttura profonda della civiltà del calcolo, una civiltà in cui il linguaggio rischia di diventare puro scambio di informazioni e l’umano una funzione tra le funzioni. Intervistare Heidegger oggi significa riportare l’AI dentro una storia lunga del pensiero occidentale e restituirla alla sua dimensione più radicale per verificare se le sue categorie siano ancora capaci di illuminare il presente.
Intervista ImPossibile a Umberto Eco (IIP #24)
Con l’avvento delle intelligenze artificiali generative, il rapporto tra linguaggio, verità e interpretazione torna al centro del dibattito culturale e politico. I segni si moltiplicano e si ricombinano spesso senza un autore riconoscibile e senza un’intenzione dichiarata. Algoritmi addestrati su archivi sterminati producono testi, immagini e narrazioni che imitano il pensiero umano, mentre la distinzione tra informazione, interpretazione e manipolazione si fa sempre più sfumata. In questo scenario, interrogarsi sul destino del senso non significa soltanto discutere di tecnologia, ma riflettere sul modo in cui le società costruiscono e condividono significati, stabiliscono criteri di “verità” e organizzano le proprie memorie. Che cosa accade quando i segni non sono più prodotti soltanto dagli esseri umani? Chi interpreta chi, e quale spazio resta al pensiero critico quando la produzione simbolica diventa automatica e pervasiva? Questa intervista impossibile prova a immaginare le risposte di uno degli intellettuali che più di altri ha indagato il potere dei segni e la responsabilità dell’interpretazione. Scrittore, filosofo e semiologo, Umberto Eco è stato tra i maggiori interpreti del Novecento e del primo XXI secolo. Medievalista, teorico del linguaggio, romanziere e osservatore acuto dei media, professore all’Università di Bologna e autore di opere fondamentali come Opera aperta, Apocalittici e integrati e Il nome della rosa, ha dedicato la propria ricerca al rapporto tra segni, potere e interpretazione. Al centro del suo pensiero vi è l’idea che ogni testo sia un campo aperto di significati e che il lettore - o l’interprete - svolga un ruolo decisivo nella costruzione del senso. In un periodo nel quale la crisi delle grandi narrazioni e la dissoluzione delle comunità simboliche, le questioni sollevate da Eco tornano con forza: interpretazione, verità, manipolazione, memoria. Ed è da qui che prende forma questo dialogo immaginario.
Dal basso verso l’alto: perché la politica ha bisogno di esperienza reale
La politica nazionale può prescindere dall’esperienza reale? Una riflessione sul valore della responsabilità locale come fondamento di una democrazia più solida e meno improvvisata.
Consapevolezza
Non sono una costituzionalista. Non ho le competenze tecniche per valutare nel dettaglio ogni singola modifica proposta, ma riconosco quando il dibattito pubblico degenera. Riconosco quando mi viene chiesto di votare sulla base dell'emozione e non della ragione, dell'appartenenza e non del merito. Per questo al referendum costituzionale voterò NO.
Propaganda, giustizia e libertà. Appunti per una democrazia vigilante
Una riflessione sul rapporto tra propaganda, giustizia e libertà, e su come il linguaggio politico contribuisca a indebolire – o a custodire – le garanzie democratiche. Un invito a distinguere, pensare e vigilare, contro la semplificazione che trasforma il rumore in consenso.
Chi ha diritto al futuro? (POV #24)
Mariana Mazzucato vs Nick Srnicek: lavoro, reddito e dignità nel capitalismo dell’AI Se l’automazione riduce il bisogno di lavoro umano, la dignità sociale deve continuare a dipendere dall’occupazione o diventare un diritto incondizionato? Chi decide, oggi, che cosa ha valore nell’economia dell’AI? Queste domande tornano al centro del conflitto politico e non riguardano solo il futuro del lavoro, ma il rapporto tra produzione, reddito e cittadinanza in società sempre più automatizzate. Il confronto tra Mariana Mazzucato e Nick Srnicek si colloca esattamente su questa questione. Mazzucato, economista dell’innovazione e teorica dello Stato imprenditore, sostiene che la tecnologia debba essere orientata da politiche pubbliche capaci di creare valore sociale e lavoro di qualità. Srnicek, filosofo politico dell’economia digitale e teorico del post-lavoro, parte invece dalla crisi strutturale del lavoro salariato nel capitalismo delle piattaforme. L’automazione, per lui, apre la possibilità di separare reddito e occupazione e di immaginare nuove forme di libertà fondate su tempo liberato e sicurezza economica universale. Due prospettive divergenti, ma accomunate del medesimo obiettivo, ridefinire il significato della dignità sociale in un’economia in cui il lavoro non è più la misura esclusiva del valore umano.
La marcatura tribale: dal solco di Romolo alla bacheca social
Dai solchi fondativi delle città ai muri linguistici dei social: una riflessione sulla tribalizzazione del dibattito pubblico e sull’impoverimento della parola.
Intelligenza artificiale, società e politica (POV #23)
Kate Crawfor e Yann LeCun: che cos’è davvero l’intelligenza artificiale? È una forma di intelligenza autonoma o, più semplicemente, un insieme di strumenti costruiti dall’essere umano per analizzare dati, fare previsioni e prendere decisioni? E, in questo scenario, chi detiene il potere, poche grandi aziende tecnologiche e governi, oppure una pluralità di soggetti in grado di orientarne lo sviluppo e l’uso? Affidare scelte a sistemi automatici impone di confrontarsi su questioni concrete. Come vengono tutelati i diritti delle persone, chi è responsabile quando un algoritmo produce errori o discriminazioni, e quali regole dovrebbero governare questi processi? Inoltre, in che modo l’intelligenza artificiale sta già trasformando il lavoro, l’organizzazione sociale e le istituzioni democratiche? Questo articolo affronta questi interrogativi attraverso alcuni temi, mettendo a confronto due figure autori centrali del dibattito contemporaneo sull’AI. Da un lato Kate Crawford, ricercatrice e studiosa dei rapporti tra intelligenza artificiale, potere e disuguaglianze sociali, nota per la sua analisi critica delle infrastrutture tecnologiche e dei loro impatti politici. Dall’altro Yann LeCun, informatico e pioniere del deep learning, tra i principali protagonisti dello sviluppo tecnico dell’AI e sostenitore di una visione più ottimista sulle sue potenzialità. Il confronto tra queste due prospettive consente di osservare l’intelligenza artificiale non solo come tecnologia, ma come questione politica e sociale, in cui scelte tecniche e responsabilità pubbliche risultano sempre più intrecciate.
Intervista ImPossibile a Bruno Latour (IIP #22)
L’intelligenza artificiale non pensa, governa. Bruno Latour ci ha insegnato che la modernità si è costruita su una finzione utile, quella di separare natura e società, scienza e politica, fatti e valori. Una finzione che ha permesso di presentare molte scelte come “neutrali” o “oggettive”, quando in realtà erano già politiche, ma non dichiarate. Oggi l’AI rende questa finzione più fragile perché mostra in modo chiaro ciò che era già presente, ovvero regole nascoste dentro ai sistemi, criteri che decidono al posto nostro, forme di potere esercitate attraverso dispositivi tecnici, senza responsabilità visibile. In questa intervista impossibile, Latour non risponde alla domanda “che cos’è l’intelligenza artificiale?”, ma a “chi sta davvero agendo quando è una macchina a filtrare le informazioni, assegnare punteggi, classificare persone?” “Chi se ne assume la responsabilità?”
La retorica della sovranità autentica: anatomia del discorso di Mark Carney al WEF
Il discorso di Mark Carney a Davos, un'analisi non politica.
The Saint, the Shrew, and the Crook
Le saint, la mégère et le truand. MEMOIRS OF A SURVIVOR My long (philosophical life) with Donald Trump
Violenza, protesta e...
Un’analisi critica sulla retorica dell’ordine pubblico, tra violenza, diritto di protesta e uso politico dell’emergenza. Quando la polarizzazione sostituisce il discernimento, il rischio non è il caos, ma la normalizzazione della stretta democratica.
Sophie und Hans Scholl, der Mut, Nein zu sagen
Die Weiße Rose war eine der wichtigsten gewaltlosen Widerstandsbewegungen gegen Nazi-Deutschland während des Zweiten Weltkriegs. Die Mitglieder der Gruppe agierten politisch und als Bürger, indem sie die Verbrechen des NS-Regimes anprangerten, zum passiven Widerstand aufriefen, an das moralische Gewissen der Deutschen appellierten und Goethe, Schiller, Aristoteles und die Bibel zitierten.
Genova, 25 anni dopo: la democrazia sotto processo
Enrico Zucca, Procuratore Generale presso il Tribunale di Genova, ricorda i 25 anni dai tragici eventi del 2001 all’inaugurazione dell’anno giudiziario. C’è un legame tra quello che è successo al G8 di Genova e le scelte politiche di questo Governo. In entrambi i casi, è in gioco la democrazia. Allora la crisi si è vista nelle strade e nelle caserme, oggi si vede nelle riforme e nelle decisioni dell’attuale maggioranza. Cambiano i luoghi, ma la questione resta la medesima, chi controlla il potere quando il potere non vuole essere controllato?
Sophie e Hans Scholl, il coraggio di dire no
Il Gruppo della Rosa Bianca (Die Weiße Rose) è stato uno dei più importanti movimenti di resistenza non violenta alla Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. I componenti del gruppo agivano politicamente e da cittadini denunciando i crimini del regime nazista, chiamando alla resistenza passiva, facendo appello alla coscienza morale dei tedeschi, citando Goethe, Schiller, Aristotele, la Bibbia.
Il regime democratico
A Minneapolis, dove migliaia di cittadini protestano contro le politiche migratorie e la militarizzazione interna, due cittadini americani bianchi sono stati uccisi da agenti federali dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), prima Renée Good il 7 gennaio, poi Alex Jeffrey Pretti il 24 gennaio, un infermiere di terapia intensiva partecipante alle manifestazioni, colpito mortalmente nonostante i filmati mostrino che stava solo registrando gli agenti e cercando di proteggere due manifestanti.