Il deserto che produce branchi

Una riflessione sul disagio giovanile, il fallimento della comunità educante e il progressivo impoverimento culturale ed emotivo della società contemporanea. Dalle periferie all’analfabetismo funzionale, dai social trasformati in arene emotive permanenti alla solitudine della scuola, il testo prova a interrogarsi sulle radici profonde della violenza e sulla fragilità democratica di una società che smette di coltivare coscienza critica, interiorità e relazioni umane.

Il pensiero critico già non stava benissimo prima. E la valutazione con lui.

Una risposta a Leonardo Lastilla. Leonardo Lastilla ha scritto su questa rivista un pezzo che mi ha fatto stare a disagio nel modo giusto. Lo consiglio a chiunque insegni, o abbia insegnato, o abbia avuto la fortuna di essere stato a scuola. Il disagio che produce è il segno che tocca qualcosa di reale. Concordo con quasi tutto. La desertificazione cognitiva esiste. Lo studente che nega il plagio mentre lo ammette, che sostiene che le idee erano sue anche se le parole non lo erano, è un dato etnografico preciso, non un'esagerazione polemica. Lo scenario che Lastilla immagina, quello in cui gli studenti confrontano il voto del professore con quello dell'AI e poi contestano il primo in nome dell'oggettività della seconda, appartiene a una traiettoria logica già in moto da tempo. Qui, però, la mia risposta comincia a divergere dalla sua.

La morte del pensiero critico e della valutazione

Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico. In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule. Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.

Il potere della tecnologia genera incertezza: suggerimenti tecno-pragmatici

𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐞 è 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐧𝐞𝐥 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝟐𝟎𝟏𝟑. Vale anche oggi. Le crisi di cui parlavo si sono intricate e approfondite. Ne sono un esempio quelle delle guerre di questi tempi e quella della pandemia che ormai ci sembra lontanissima ma che è nel nostro inconscio ancora con noi. Tante crisi generatrici di tanta insicurezza, ansia, malessere e impotenza, tutte sensazioni ed emozioni con le quali siamo chiamati a confrontarci anche se in realtà pensiamo e cerchiamo di reprimere. Inutile, tornano a galla, cresce l'incertezza e a seguire la paura per il futuro nostro e delle generazioni che ci seguiranno.

Quando l’intelligenza diventa un lusso che non possiamo più permetterci

Quando scrivo che l'intelligenza sta diventando un lusso che non possiamo più permetterci, non uso una metafora ad effetto né cedo alla tentazione del titolo provocatorio fine a se stesso. Parlo di qualcosa di molto concreto, di una trasformazione silenziosa ma inesorabile che sta ridisegnando i confini di chi avrà accesso al pensiero profondo e chi invece rimarrà imprigionato nella superficie scintillante di un'esistenza cognitivamente impoverita. È una tragedia che si consuma in silenzio, senza drammi visibili, con la discrezione inquietante delle ingiustizie che nessuno vuole nominare perché nominarle significherebbe assumersi la responsabilità di cambiarle.

La classe fantasma: quando docenti e studenti copiano dalla stessa IA

Siamo di fronte a una biforcazione storica. L’AI può catalizzare una trasformazione positiva dell’educazione, liberando i docenti migliori da compiti ripetitivi per concentrarsi su ciò che solo l’umano può fare: coltivare curiosità, modellare rigore intellettuale, costruire relazioni educative autentiche. Ma può anche accelerare una deriva già in corso: la riduzione dell’insegnamento a trasferimento di informazioni processate, la perdita della relazione pedagogica come incontro trasformativo tra intelligenze umane, l’atrofia delle competenze sia dei docenti che non sviluppano mai maestria autonoma, sia degli studenti che non incontrano mai resistenza cognitiva produttiva. La differenza tra questi due futuri non risiede nella tecnologia. Risiede nelle scelte politiche, istituzionali e professionali che faremo.

La Memoria del Presente appunti per un oblio generativo

Forse se esercitassimo la memoria anche in questo senso, se invece di ricordare solo singoli accadimenti della storia sperando di ostacolarne la riproposizione senza alcuno sforzo adulto, se si connettessero al presente per migliorare le nostre relazioni, allora l’oblio fisiologico inevitabile potrebbe essere sostituito da una maggiore consapevolezza della banalità del male, che allora come oggi non è mai scomparsa. E che oggi si mostra esplicita e apparentemente incontrastabile a tutti i livelli. A troppi livelli, per non renderci più preoccupati, ma anche più responsabili. Più aperti alla scomodità del confronto e meno a raccontarci la ninna nanna del ricordo perché non succeda più. Perché la prevaricazione, che è sempre violenta a intensità variabile, non è stata solo un problema esclusivamente nazista, non è mai sta interrotta e sta succedendo anche qui e ora.

L'AI e il paradosso della competenza

In un’epoca dove molti promettono che la tecnologia penserà al posto nostro, la responsabilità di pensare bene resta irriducibilmente umana. Il paradosso dell’expertise è proprio questo: gli strumenti che dovrebbero liberarci dal pensiero richiedono più pensiero, non meno. Più disciplina, non meno. Più consapevolezza, non meno. La tecnologia amplifica. Ciò che viene amplificato dipende da ciò che si costruisce prima di incontrarla.in un’epoca dove molti promettono che la tecnologia penserà al posto nostro, la responsabilità di pensare bene resta irriducibilmente umana. Il paradosso dell’expertise è proprio questo: gli strumenti che dovrebbero liberarci dal pensiero richiedono più pensiero, non meno. Più disciplina, non meno. Più consapevolezza, non meno.

Perché l'introduzione acritica dell'intelligenza artificiale nelle scuole è un problema?

Le linee guida ministeriali parlano di "utilizzo etico", di "mitigazione dei rischi", ma questo linguaggio rischia di fare l'effetto della proverbiale foglia di fico, a nascondere le pudenda di un'operazione che non può per definizione essere etica, né mitigata in alcun modo nel momento in cui a portarla avanti è Big Tech. La professoressa Daniela Tafani ci aiuta a comprenderne le ragioni: