Stiamo tornando analfabeti (e a qualcuno conviene)

Racconto di una curva che credevamo irreversibile. La storia comincia con un grafico che tutti abbiamo visto a scuola: la curva dell’analfabetismo che dal 1861 in poi scende, scende, scende… fino a scomparire. Una vittoria della civiltà, un trionfo della ragione. O almeno così ci hanno raccontato. Devo un ringraziamento a Andrea Passador, autore del video che mi ha ispirato e permesso di approfondire questo tema.

L’intelligenza artificiale è una questione di potere

Perché continuare a raccontare l’IA come semplice progresso tecnico è la scelta politica che rende più probabile lo scenario peggiore Tre ricerche recenti - la lezione storica dei tessitori inglesi, le cinque direzioni possibili dello sviluppo dell'IA, un modello sulla complementarità tra automazione e repressione - smontano la cornice tecnologica con cui raccontiamo l'intelligenza artificiale: che è, prima di tutto, una questione di potere.

Token e Ai: una breve indagine valutativa sui rischi dei prodotti offerti ai consumatori.

Il concetto di token apocalypse ha introdotto un rischio potenziale sempre più possibile. Proviamo a capire con un ragionamento semplificato come l'utilizzo dei token sia fondamentale per lo sviluppo dell'Ai. Se veramente i prodotti che vengono offerti sono davvero così efficaci. Guardando per esempio agli agenti Ai per gli Avvocati. Riflettere se questa tecnologia è a rischio di aumenti indiscriminati nei costi di cui i consumatori sono all'oscuro. Svolgendo con alcune considerazioni sulla potenziale inefficacia, per i consumatori, dei cosiddetti esperti di prevenzione rischi dell'Ai spesso concentrati su teorie catastrofiche, troppo lontane dalle semplicità della vita quotidiana e dal realismo. Concludendo con una prospettiva meno commerciale dove ciascuno potrebbe creare, a costi davvero bassissimi, un proprio agente Ai.

I misteri di Dialog Society riaprono il dibattito sui contenuti (e il controllo) dei think tank che si occupano di Ai.

La recente fuga di notizie a proposito di un think tank altamente riservato denominato Dialog Society sta facendo discutere poiché secondo quanto riportato da una parte della stampa durante gli incontri si discuterebbe, fra l'altro, del futuro dell'Ai con la partecipazione di membri di alto profilo fra cui numerosi multimiliardari tra i quali i celebri Elon Musk e Peter Thiel come pure personaggi legati alla pubblica amministrazione americana (bipartisan), Governatori e alti funzionari della Difesa. Sembra interessante cercare di capire i "come" e i "perché" dello sviluppo dei think tank, strumento di partecipazione, spesso esclusiva che si è molto accreditato negli ultimi anni. Evitando però le facili tentazioni delle teorie cospirative in omaggio a un realismo più pragmatico. In particolare nel momento in cui i lavori riguardino una tecnologia così trasformativa e essenziale come l'Ai.

Che genere di società dovremmo aspettarci se fosse l'Ai a decidere al posto nostro?

Alcuni esperimenti creano delle simulazioni dove le Ai autogestiscono la società. I risultati sono interessanti. Tuttavia dovremmo forse cogliere l'opportunità non solo per valutare l'impatto dell'Ai ma anche che tipo di società pretendiamo di conservare e di tramandare. Se l'errore nella directory fosse quello che abbiamo creato noi e chiedessimo all'Ai di replicarlo corriamo il rischio di essere noi a creare il nostro Ghost in the Shell o il più classico Mostro di Frankenstein. Come possiamo creare l'utile per ottenere il meglio?

Spegnere Anthropic: il proibizionismo che non serve a nessuno.

L'ordine perentorio con cui sono stati sospesi i modelli Ai di Anthropic, Fables e Mythos 5 ha rivelato due facce di un pericoloso proibizionismo. Da un lato la solita routine di chi dietro il concetto di sicurezza vede catastrofi imminenti e pretende di fermare tutto, mentre, più inquietante, chi esercita il potere sembra volerlo fare secondo logiche impositive in dispregio del libero mercato per stabilire sopra tutto chi comanda.

Esiste già un'Intelligenza Artificiale al di fuori della Terra?

L'Intelligenza Artificiale è destinata a rivoluzionare il progresso scientifico dell'umanità. Ma fino a che punto questo cambiamento trasformativo è casuale? Potrebbe inserirsi nella normale evoluzione della nostra specie? Dalle ipotesi della panspermia per indagare le origini della vita all'idea che a un certo punto quella stessa vita si evolva passando attraverso o in simbiosi alle macchine intelligenti. L'Universo e la nostra Galassia conoscono già la presenza di un'Ai?

IRONIA

Sono certo di non essere il solo a pensare quello che sto per dire. E so che fra tutti coloro a bordo della Stultiferanavis, ma anche quelli che non sono a bordo, il disagio difronte a ciò che sta avvenendo è enorme. E non si tratta di un disagio derivante dal non avere i mezzi per affrontare questa deriva cognitiva. Anzi, di mezzi ne abbiamo tantissimi. Direi infatti che molti di noi sono super attrezzati e hanno vagonate di valori, esperienze, conoscenze da regalare agli altri. Il disagio nasce dal fatto che i mezzi che abbiamo, e che le nuove generazioni non hanno, non valgono più in una realtà (si potrebbe discutere a lungo se questa parola ha ancora valore nell’odierno paradigma tecnologico) che è inequivocabilmente cambiata. E trovo disgustoso e vomitevole chi accusa coloro che provano questo disagio, di passatismo, di nostalgico fervore o di conservatorismo. Trovo anche piuttosto patetiche le accuse o i commenti di chi si sbraccia nel dire che ogni volta che c’è stata una innovazione tecnologica o scientifica, si è sempre assistito a questi criticoni che preferivano come era prima. No, questa “rivoluzione” non è come le altre perché nessuna ha mai inciso a livello cognitivo e comportamentale come questa, tale da modificare le caratteristiche umane. E non la considero nemmeno una innovazione. Semmai trattasi di un moltiplicatore esponenziale del già esistente.

La città: uno spazio che pensa

Questo saggio mette insieme due oggetti che di solito si tengono separati: la città e il modello linguistico. La tesi è che siano lo stesso tipo di cosa. Non in senso metaforico: sono entrambi ambienti cognitivi relazionali, spazi in cui si entra per pensare, ed entrambi sono costruiti, senza dirlo, intorno a un utente implicito che decide chi è incluso e chi resta fuori. Chi ha imparato a leggere il dominio iscritto nella forma di una città possiede già lo strumento per leggere quello iscritto nella forma di un modello. Non è un atto d'accusa contro la tecnologia. La tecnologia non è il pericolo: lo è l'attribuzione di un giudizio a sistemi che non ne hanno. Quello che segue è un esercizio di lettura, nella convinzione che stiamo costruendo l'ambiente cognitivo più pervasivo della storia a una velocità che supera la nostra capacità di leggerlo.

L'IA ci Presenta il Conto. Non Sono Sorpreso.

Chi ha vissuto l'alba dei social sapeva già come sarebbe andata a finire. Il copione è identico, cambia solo la posta in gioco. Quando hanno cominciato a circolare le notizie sui bilanci di OpenAI, molti hanno alzato le mani al cielo scandalizzati, come se qualcuno avesse loro sottratto qualcosa di prezioso senza preavviso. Io invece ho fatto quello che faccio spesso davanti alle grandi rivelazioni del mondo digitale: ho annuito, lentamente, con quella soddisfazione amara di chi ha già visto questo film.

Learning disorders in 2031

Welcome to the Inclusive Paradise 2.0: How AI Will Finally Cure Our Literacy Do you have a dyslexic, dysgraphic, or heaven forbid a dyscalculic child in the family? Relax, pop the champagne. The near future promises a revolution that makes paper excuse notes look like medieval relics. Enter generative artificial intelligence: the ultimate saviour of education, guaranteed to erase all differences. At least on paper. Picture this idyllic scene in the year 2030: The End of Dysgraphia: Why Torture a Hand With Writing? A student with motor difficulties simply blinks tiredly at the screen. A neural network catches the sparkle of his thought and instantly produces a brilliant five‑page essay in flawless form. The fact that the boy, after seven years of schooling, can’t write a grocery list? Details. What matters is that his digital footprint is perfectly inclusive. Dyslexia as a Relic. Reading long texts is exhausting. An AI assistant chews through Shakespeare in real time and spits it out as three emojis and a fifteen‑second TikTok clip. Reading disorders are officially declared obsolete, because let’s be honest no one needs to read anymore.

La barriera traslucida. AI e il rimescolamento del potere nelle organizzazioni

L'intelligenza artificiale sta ridisegnando le gerarchie interne alle organizzazioni, in silenzio, lungo una frattura che quasi nessuno nomina. Chi ha cinquant'anni o più è cresciuto con un'idea precisa del rapporto con la tecnologia: lo strumento veniva verso di te con una spiegazione, tu la imparavi, poi lo usavi. L'AI richiede una disposizione all'esplorazione continua, alla tolleranza dell'ambiguità, al non-sapere come metodo. Quella disposizione non si acquisisce con un corso. Si forma nel tempo, per esposizione a un certo paradigma. Chi non ce l'ha ha un altro punto di partenza. Questa differenza non viene quasi mai riconosciuta. I decisori senior, imprenditori, dirigenti, responsabili di studio, vengono corteggiati come compratori di tecnologia e ignorati come utenti. Qualcuno più giovane implementa, loro firmano. La comprensione reale di cosa fa lo strumento non arriva mai al livello dove si prendono le decisioni. Nel frattempo il collaboratore trentenne che sa muoversi con disinvoltura in questi ambienti acquisisce un'influenza informale che il suo ruolo formale non prevede e non regola. La governance dell'AI nelle organizzazioni diventa spesso una finzione condivisa. Il mondo del lavoro è stratificato per generazioni, posture cognitive, relazioni di autorità. L'AI sta rimescolando tutto questo adesso, nelle organizzazioni reali, nelle PMI, negli studi professionali, nelle aziende di medie dimensioni.

Il consenso degli innocenti. L'IA, la Chiesa, e le convergenze parallele.

Negli ultimi giorni tutti hanno detto qualcosa sulla Magnifica Humanitas di Leone XIV. La maggior parte ha commentato cosa dice il Papa sull’IA. Me compreso, in un articolo recente pubblicato qui ("Un passo ancora, Santità"). Qui faccio un passo ulteriore e pongo una domanda diversa: perché il Papa, Microsoft, l’AI Act europeo e l’UNESCO dicono quasi la stessa cosa — dignità, trasparenza, governance responsabile — senza essersi mai coordinati? Forse non è una coincidenza. Magari è la forma di un campo discorsivo che si è consolidato. E quando un campo discorsivo è abbastanza solido, chi arriva con una critica diversa trova lo spazio già occupato. Gramsci chiamava questo egemonia. Non la dominazione che si impone con la forza, ma il consenso che emerge da istituzioni che credono sinceramente in quello che dicono — e che proprio per questo producono un effetto difficile da contestare. Otto capitoli. Big tech, regolatori, Chiesa, tradizioni religiose non occidentali, Cina, Giappone, India. E una domanda che tende a restare sullo sfondo in tutti questi documenti: chi possiede i mezzi di produzione cognitiva.

Le aziende volevano produttività ma hanno trovato un problema di governance

L’intelligenza artificiale sta entrando nelle aziende molto più velocemente della capacità di governarla. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla produttività, sull’automazione e sull’efficienza. Oggi, però, molte organizzazioni stanno iniziando a confrontarsi con un problema più profondo: come mantenere controllo, responsabilità e fiducia dentro processi sempre più influenzati da sistemi generativi.